GANASSI Sylvestro
Io amai sempre. Venise 1540
Pierre Boragno, flutes a bec
Marianne Muller, violes
Massimo Moscardo, luth & guitare
Francois Saint-Yves, orgue et clavecin
ZIG-ZAG TERRITOIRES
ZZT 081002
1 CD

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Le scarse notizie della vita di Sylvestro Ganassi (1492-1557) ci giungono dai pochi cenni autobiografici riportati nelle sue opere teoriche. Visse e operò a Venezia dove ricoprì un incarico di prestigio presso la corte ducale, che lo mise in contatto con la cappella di San Marco e con il suo maestro, Adrian Willaert. Più che all’attività di musicista il nome di Ganassi è legato ai tre trattati che scrisse: La Fontegara del 1535, Regola Rubertina del 1542 e Lettione Seconda del 1543, il primo dedicato al flauto diritto e gli ultimi due incentrati sullo studio della viola da gamba. Si tratta di testi profondamente innovativi, perché nessuno prima si era mai impegnato in una trattazione così completa e approfondita degli aspetti e dei requisiti richiesti dalla pratica di uno strumento, dalla corretta postura, alla diteggiatura, alle diverse tipologie di accordatura e all’uso dell’archetto nel caso della viola, al controllo dell’emissione del fiato nel caso del flauto, fino ad affrontare la prassi compositiva ed esecutiva, nonché l’arte della diminuzione e dell’improvvisazione.

Questo recente compact della Zig Zag può incuriosire proprio perché presenta alcune, brevissime composizioni di Ganassi, autore pressoché inedito in disco, unite ad altre di musicisti a lui coevi, tutte esclusivamente strumentali, in controtendenza con raccolte e antologie uscite negli ultimi anni che cercano di alternare voce e strumenti, sia per variare l’ascolto che per illustrare in modo più esaustivo il quadro di un epoca. Probabilmente però la finalità di questa incisione è di eseguire i brani seguendo le indicazioni formalizzate da Ganassi nei suoi trattati, che permettono di improvvisare o diminuire su tutti i temi allora popolari: intento senz’altro rigoroso, ma talmente estremo nella ricerca e rarefatto nelle scelte da coincidere spesso con la noia. Si fatica a seguire un filo conduttore, eterogeneo nei generi musicali prescelti, negli strumenti privilegiati e negli autori. I brani risultano indifferenziati e monotoni, che siano essi madrigali, mottetti, ricercari, toccate o fantasie, e che provengano dal lavoro di Ganassi piuttosto che di Willaert, Arcadelt, Cavazzoni o Gombert.

Pur essendo composizioni di breve durata, raramente superano i tre minuti, nell’esecuzione di Pierre Boragno, Marianne Muller, Massimo Moscardo e Francois Saint-Yves appaiono di una lunghezza estenuante nonostante questi ultimi siano tutti ottimi strumentisti, il suono bello, pieno e pulito e la registrazione ottima. L’effetto che ne scaturisce è quello di una polverosa incisione, tutta incentrata sull’esasperazione dell’interpretazione filologica, più da LP degli anni sessanta che da CD degli anni duemila, che pare non tenere in nessun conto le esperienze innovative operate negli ultimi anni dai nuovi gruppi musicali apparsi sulla scena.

Dispiace perché la musica è anche divertimento, in particolare proprio questa dei primi decenni del Cinquecento, quando da pochi anni si erano spenti gli echi della condanna della pratica musicale profana operata della cultura religiosa dominante, e l’espressione musicale cominciava a conquistare spazio e dignità nella vita di corte e nei circoli culturali della nuova aristocrazia, intesa come arte che offre diletto.

Silvano Santandrea

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