MOZART Wolfgang Amadeus
Serenata in Si bemolle maggiore "Gran Partita" K 361 per 13 strumenti a fiato

BERG Alban
Kammerkonzert per pianoforte, violino e 13 strumenti a fiato
Mitsuko Uchida, pianoforte
Christian Tetzlaff, violino
Ensemble Intercontemporain
Pierre Boulez, direttore
DECCA
4780316
1 CD
80' 17

Giocando con i numeri possono nascere strane e diverse relazioni: se per molti il 13 porta sfortuna, e se per altri può simboleggiare il migliore auspicio di indovinare la schedina giusta, Pierre Boulez ha visto in esso un legame tra la Serenata in Si bemolle maggiore "Gran Partita" K 361 per 13 strumenti a fiato di Wolfgan Amadeus Mozart e il Kammerkonzert per pianoforte, violino e 13 strumenti a fiato di Alban Berg, poiché entrambe prevedono, appunto, lo stesso numero dei fiati. È nato così questo cd della DECCA, in cui le due opere vengono eseguite dal direttore francese a capo dell’Ensemble Intercontemporain insieme alla pianista Mitsuko Uchida e al violinista Christian Tetzlaff.

Si è soliti pensare a Mozart come ad un compositore estremamente razionale, figlio del periodo illuminista, ultimo baluardo dell’oggettività musicale e da questo presupposto non si può non immaginare che Boulez ne sia un interprete capace di metterne in luce l’intima essenza. Il direttore francese infatti ci fa ascoltare lo scheletro della Gran partita, dove i timbri dell’Ensemble Intercontemporain perdono ogni caratterizzazione ed il fraseggio omogeneo crea la sensazione di un Mozart "in bianco e nero" in cui l’effetto di chiaroscuro è dato solo da una netta differenziazione dinamica tra i periodi musicali. Tutta l’esecuzione è basata sulla volontà di rendere trasparente la razionalità del tessuto armonico e melodico mozartiano, aspetto che può avere un interesse in sede analitica, ma che non è in grado di rendere la complessità della composizione: un metronomo molto regolare sottrae peso all’eloquio musicale, così da rendere quasi irriconoscibile, ad esempio, l’andamento dei Minuetti. Siamo fermamente convinti della necessità per un esecutore di andare oltre il proprio repertorio e siamo da sempre assertori della necessità che un’interpretazione attualizzi il testo. Certamente Boulez offre una lettura moderna di Mozart, guardando il compositore salisburghese attraverso la parte più logica e matematica del pensiero contemporaneo. L’effetto è sconcertante, soprattutto per chi è abituato ad ascoltare esecuzioni più attente alle prassi esecutive dell’epoca, poiché in questa registrazione viene a mancare ogni riferimento "storico" e si percepisce una struttura musicale priva di vita, priva di respiro, priva di colore, posta quasi in una dimensione atemporale.

Mezzi quasi opposti sono utilizzati per l’esecuzione del Kammerkonzert di Berg: fin dal "motto" iniziale Mitsuko Uchida e Christian Tetzlaff caratterizzano ogni nota con cambiamenti timbrici e dinamici. Il motto è costituito dalle lettere dei nomi "Arnold Schönberg", "Alban Berg" e "Anton Webern", che possono essere tradotte in note. Inoltre la composizione è "giocata" sul numero tre (tre movimenti, tre famiglie di strumenti, pianoforte, violino e fiati, ecc.), come spiega lo stesso autore in una lettera a Schönberg, per il cui cinquantesimo compleanno l’opera fu scritta. Così in questo cd troviamo ancora numeri, una delle passioni di Berg; qui tuttavia essi non sono sinonimo di fredda razionalità, anzi il compositore ama "mettersi in gioco" con essi, facendo "entrare in campo" il proprio affetto per il maestro e il proprio coinvolgimento emotivo nel progetto di cambiare il codice musicale. Questa partecipazione tuttavia non si avverte nella lettura di Boulez: il disegno interpretativo appare simile a quello della Gran Partita, cambia solo l’aspetto cromatico. I "colori" del Kammerkonzert sono ottenuti attraverso la combinazione di vari elementi, come tecnica esecutiva e registro: nell’Adagio, Christian Tetzlaff "gioca" con il suono del violino che diviene ora dolce ora stridente. Solo a tratti riconosciamo il lirismo berghiano e non avvertiamo l’atmosfera livida, spettrale, più tipicamente espressionista che caratterizza la sua produzione. È questa la vera "messa in gioco" del soggetto, quella che gli inglesi chiamano "play". Boulez sembra più interessato al "game", al gioco come oggetto, come meccanismo, dimostrando ancora una volta di essere più vicino all’universo stravinskjano: ne è prova la maggiore attenzione all’aspetto ritmico e alla natura percussiva del pianoforte.

Il gioco di Boulez parte dai numeri: essi sembrano governare le sorti dell’arte musicale fin dai tempi di Pitagora. I loro meccanismi si pongono sempre "fuori dal gioco", fuori da quelle dimensioni spazio temporali in cui hanno luogo le relazioni tra soggetto e oggetto e dove crediamo vadano ricercati i significato più profondi dell’arte, e non solo di essa.

Stefania Navacchia

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