Gesualdo da Venosa
Quinto Libro di Madrigali
Hilliard Ensemble
ECM
2165
1 CD
55'16''

Voci senza corpo

Il significato della parola "comprendere" dipende dalla prospettiva nella quale essa si colloca e non sempre la chiarezza è fonte di autentica conoscenza. Ancor più complesso è stabilire cosa si intenda per "comprendere la musica". È il vecchio discorso del rapporto tra tecnica ed espressione, tra interpretazione pulita e comunicativa che si ripropone anche quando si ascolta il Quinto Libro di Madrigali di Gesualdo da Venosa recentemente pubblicato per l’etichetta ECM nell’interpretazione dell’Hilliard Ensemble.

La prima impressione è proprio quella di una realizzazione estremamente pulita, limpida e aderente ai cliché della musica antica, ma ad un ascolto storicamente più attento ci si accorge che i bellissimi timbri chiari e omogenei che caratterizzano questa compagine appaiono privi di qualsiasi connotazione corporea: il loro canto è angelico e certo adeguato alla musica sacra, ma privo di quella complessità di armonici e di quella ricchezza di sfumature necessarie per il repertorio profano e soprattutto per uno degli ultimi due libri di madrigali di Gesualdo. Le sue famose dissonanze esasperate, il suo uso del cromatismi e dei contrasti di densità portano alle estreme conseguenze quell’urgenza di esprimere gli affetti che era stata la cifra caratteristica della storia del madrigale. Come per un’altra strada stava facendo negli stessi anni Claudio Monteverdi (il Quinto libro di Gesualdo fu pubblicato nel 1611, ma fu probabilmente scritto quindici anni prima), il Principe di Venosa diede non solo una voce, ma anche un volto e un corpo ai versi messi in musica, segnando un solco sempre più grande tra repertorio sacro e repertorio profano. E questa corporeità che nasce dal grande rilievo dato al dolore e che rende queste opere estremante moderne, è come si diceva, completamente assente nell’interpretazione dell’Hilliard, il cui nitore tende ad appiattire i contrasti e a porre in secondo piano le dissonanze.

La limpidezza sonora, raggiunta anche grazie all’ottimo lavoro sul piano della resa discografica, non è in questo caso sinonimo di comprensione delle innovazione compositive non solo a livello musicale, ma soprattutto relativamente al rapporto col testo, fattore, come è noto, di fondamentale importanza nella letteratura madrigalistica. L’intelligibilità della parola scompare completamente poiché nessuna cura viene data alla pronuncia della lingua italiana, attenzione che invece si ritrova in molti interpreti stranieri, affinché da essa nasca l’incisività dei versi. Questa assenza non lascia inoltre il posto a nessun lavoro fatto sulla fonetica: benché l’Hilliard frequenti abitualmente il repertorio contemporaneo, qui sembra non aver recepito la ricerca che la nuova musica ha compiuto sul suono delle sillabe e sul suo ruolo nell’espressione degli affetti. Anche a differenza di altri ensemble inglesi che hanno affrontato i madrigali italiani del XVI e XVII secolo, si ha l’impressione che il significato dei versi musicati non abbia nessuna influenza nell’interpretazione e non si percepisce nessuna intenzione di rendere il senso più profondo del testo attraverso un utilizzo della dinamica e dell’agogica capace di andare oltre il semplice significato delle parole e creare quella tensione in grado di restituire la grande forza espressiva di questi madrigali. Si tratta si una esecuzione senza eloquio, poiché la musica non è supportata da nessuna discorsività che evidenzi l’intimo legame che in questo repertorio esisteva tra la retorica della parola e quella della musica.

La parola dunque perde ogni spessore e si dissolve nella musica: l’aspetto interpretativo viene quindi sacrificato a quello esecutivo. Ne risulta un cd caratterizzato da un suono estremante cristallino e angelico, ma privo di qualsiasi corpo, forse più apprezzabile dai cultori della limpidezza delle linee polifoniche che dagli amanti del madrigale di Gesualdo di cui non riesce a restituire la forza innovatrice, l’intensità espressiva e dunque l’estrema attualità.

Stefania Navacchia

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