MOZART W.A.,
Don Giovanni
Mahler Chamber Orchestra
Yannick Nézet-Séguin, direttore
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4779878
3 CD

Don Giovanni, I. D’Arcangelo
Il Commendatore, V. Kowaljow
Donna Anna, D. Damrau
Don Ottavio, R. Villazòn
Donna Elvira, J. DiDonato
Leporello, L. Pisaroni
Masetto, K. Wolff
Zerlina, M. Erdmann

Da piccoli ci è stato insegnato che non si giudica mai un libro dalla copertina; ebbene, sappiano tutti i genitori che questo Don Giovanni è "l’eccezione che conferma la regola". La copertina ci mostra il volto di Ildebrando D’Arcangelo con una maschera, la cui forma e lunghezza del naso fanno sembrare Don Giovanni, il personaggio che egli interpreta, una sorta di Lupo. E, proprio per il motivo che dicevamo prima, D’Arcangelo canta come un Lupo. Anche gran parte del cast, che è al suo fianco, è composto da cantanti considerarti "specialisti mozartiani", in particolare Luca Pisaroni nel ruolo di Leporello e Diana Damrau in quello di Donna Anna. Sul podio, alla guida della Mahler Chamber Orchestra, il giovane direttore canadese, Yannick Nézet-Séguin. La performance è un live in forma di concerto, registrata dal Festspielhaus di Baden-Baden per l’etichetta Deutsche Grammophon.

La concezione del direttore canadese riprende la tradizione esecutiva che, soprattutto in Germania, ha caratterizzato l’esecuzione mozartiana fino a qualche decennio fa (si pensi a direttori quali Klemperer, Karajan, Böhm, Furtwängler): il suono orchestrale risulta pesante e poco definito, non favorendo la percezione di tutte le parti, risultando una massa indistinta e omogenea. In questa "vecchia" concertazione la freschezza e la leggerezza della Mahler Chamber Orchestra sembrano elementi incoerenti, che non riescono a mitigare l’eccessiva pesantezza di Nézet-Séguin: il suono nitido e asciutto è totalmente estraneo alla concezione del direttore e quindi il risultato è quello di due differenti visioni messe insieme, creando un contrasto che è poco convincente. Essa infatti fatica a conciliarsi con il progetto interpretativo del direttore che è incentrato, come si è detto, su un suono pesante e poco nitido, in cui è assai difficile distinguere nitidamente strumenti e voci. Questa incisione è aggravata anche dalla qualità della registrazione che risulta non solo piatta, ma neanche aiuta a definire ogni elemento musicale. Ulteriore aspetto di contrasto fra le visioni di direttore e orchestra è l’uso di abbellimenti strumentali e fioriture eccessive dei cantanti: questo utilizzo risulta anch’esso poco coerente con il progetto antiquato di Nézet-Séguin. L’abbellimento del clarinetto in "Già la mensa è preparata", prima che Leporello pronunci "Che bocconi da gigante", è l’esempio più chiaro di come questi elementi non siano inseriti in maniera omogenea nel contesto creato dalla direzione, e non contribuiscono a creare una teatralità, ma una serie di effetti fini a se stessi e staccati da un contesto drammaturgico ben definito. Proprio l’esempio del clarinetto, in cui la melodia originale viene completamente nascosta dagli abbellimenti, appare anche lontano dalla prassi dell’epoca di Mozart e più rispondente a stilemi e abitudini esecutivi dell’epoca barocca, volti più a stupire l’ascoltatore più che ad ornare. Analogamente l’eccessivo uso del fortepiano per accompagnare anche le arie appare un elemento che contrasta sia con il suono degli strumenti moderni della Mahler Chamber Orchestra sia con l’equilibrio richiesto dall’estetica del classicismo. Anche nelle arie da un lato la direzione appare inadeguata, dall’altro i cantanti eseguono fioriture troppo forzate in molti punti dell’opera: ad esempio in "Vedrai carino", Zerlina emette un sovracuto tutt’altro che gradevole in "Dove qui sta" prima della corona.

I cantanti, che sono tra i migliori in circolazione nel repertorio mozartiano, come detto in precedenza, appaiono a disagio in una direzione così cupa e pesante che tende non solo a coprirli, ma anche a penalizzarli. Ildebrando D’Arcangelo è considerato ai nostri giorni il Don Giovanni italiano per eccellenza, erede di Pinza, Siepi e Raimondi, ma per noi questo non sembra proprio il suo ruolo; per quanto sia bravissimo in personaggi mozartiani come Figaro, Bartolo, Masetto, Guglielmo, per quanto è estraneo alla figura Don Giovanni. La voce troppo scura e ruvida conferisce al "seduttore" un carattere troppo brutale, poco elegante, sempre arrabbiato e perennemente monotono. L’emissione poi risente di un canto pesante e sguaiato ed eseguendo acuti ingolati ed espressioni poco raffinate, dove solitamente eccelle. Dunque, invece di riprendere i Don Giovanni di Pinza, Siepi e Raimondi (di tutt’altro livello), ci ricorda quelli impalati di Ramey e Ghiaurov. Ma è proprio con questa sua pesantezza vocale che il suo personaggio risulta il più vicino alla concezione di Nézet-Séguin. Oltre a D’Arcangelo, che disegna un inadeguato protagonista, anche il Masetto pesante e ruvido di Konstantin Wolff contribuisce a peggiorare l’incisione. Il resto del cast è viceversa l’apice della prassi mozartiana moderna. La migliore è senza dubbio Diana Damrau che mette in luce le molte sfumature della sua meravigliosa voce, sia nei momenti più statici come "Non mi dir" sia in quelli più dinamici come "Or sai chi l’onore" sfoggiando un picchiettato eccellente e dei fiati lodevoli. Ma il suo miglior pregio è quello dell’incisività dell’accento e della teatralità della sua emissione: ad esempio alla fine della prima aria, esegue una fioritura difficile ma, in questo caso, efficacissima che la rende una delle migliori Donna Anna dei nostri giorni. Altra primadonna di spicco in quest’incisione è il mezzosoprano Joyce DiDonato, cantante specializzata nel repertorio rossiniano, che sfoggia una tecnica solidissima e grande facilità nelle colorature, che sono assai nitide. A parte qualche eccesso di espressività, riesce a rendere appieno il personaggio, complice anche il bel timbro che contribuisce a rendere il fraseggio assai nobile. Buono il Don Ottavio di Rolando Villazòn, forse un po’ troppo lirico in certi punti, ma la sua bella voce e il suo fraseggio espressivo gli conferiscono una grande padronanza del personaggio. Finalmente Luca Pisaroni consegna al disco il suo Leporello. Il fraseggio è forse il migliore di quest’incisione: da molto non si sentiva questo personaggio eseguito con una dizione così chiara, e il baritono di Busseto esprime nel suo canto tutta la sofferenza di un servo. L’incisività dell’accento è esemplare, i fiati sono ben sostenuti e il timbro di voce è meraviglioso. Forse non rende al meglio in questa edizione poiché deve adattarsi a una concezione tradizionale e in certi punti esegue troppi portamenti e cadute di gusto, ma resta sempre un grandissimo cantante. Sovracuto a parte, eccellente la Zerlina di Mojca Erdmann e efficace il Commendatore di Vitalij Kowaljov che ricorda in più punti quello storico di Martti Talvela.

Se in altre occasioni, in queste pagine, abbiamo evidenziato la necessità di mettere in dialogo approcci esecutivi differenti, scopriamo che alla base di una simile relazione ci deve essere un progetto interpretativo volto ad attualizzare la partitura, a consentirle di "parlare" anche al pubblico di oggi. Indipendentemente dall’uso di strumenti originali, di abbellimenti, di messe di suono, ciò che manca questa registrazione è la coerenza tra i vari elementi che entrano in gioco: in primo luogo la concezione direttoriale non sembra accordarsi con le caratteristiche della Mahler Chamber Orchestra e con lo stile della maggior parte del cast vocale. In secondo luogo essa rientra in una tradizione interpretativa che oggi appare superata e figlia di una visione ottocentesca: la musica di Mozart vene spogliata di quella leggerezza e quella limpidezza sonora che le ricerche compiute negli ultimi decenni sulle prassi esecutive antiche ci hanno per fortuna restituito.

Stefania Navacchia

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