BIZET G., Carmen
Chor der Deutschen Staatsoper Berlin, Kinderchor der Deutschen Staatsoper Berlin, Berliner Philharmoniker
Sir Simon Rattle, direttore
EMI
44028527
2 CD

Carmen, M. Kozena
Don José, J. Kaufmann
Escamillo, K. Smoriginas
Micæla, G. Kühmeier
Zuniga, C. Van Horn
Moralès, A. Schuen
Frasquita, C. Landshamer
Merédès, R. Frenkel
Dancaïre, S. Del Savio
Remendado, J. Fouchécourt

Quest’edizione di Carmen, eseguita alla Philharmonie di Berlino, era già andata in scena il 31 marzo e il 9 aprile 2012 al Großes Festspielhaus di Salisburgo per la regia della coreografa inglese Aletta Collins con lo stesso cast del disco. Quella del 9 aprile, alla quale la sottoscritta era presente, fu una serata molto animata, con molte polemiche e forti discussioni. Il motivo principale di questi diverbi fu proprio una questione contrattuale; infatti i Berliner Philharmoniker e Simon Rattle non hanno rinnovato il contratto per i successivi cinque anni dell’Osterfestspiele e al loro posto ci sarà l’orchestra della Staatskapelle di Dresda e sul podio l’ormai lanciatissimo Christian Thielemann. Le discussioni nacquero proprio dal fatto che Rattle ha rifiutato la proposta quinquennale del Festival di Pasqua di Salisburgo in favore di quello di Baden-Baden, poiché la città mozartiana offriva meno soldi rispetto a quella tedesca. Alla fine della rappresentazione del 9 aprile, i Berliner salirono sul palco e ricevettero parecchi minuti di applausi ed ovazioni, poiché l’orchestra per 45 anni si esibì sul palcoscenico immenso del Großes Festspielhaus sotto la guida di direttori quali Karajan (il fondatore del Festival pasquale), Abbado, Solti, Barenboim, Mehta, lo stesso Rattle e tanti altri. Tra gli applausi esasperati dei salisburghesi, ci fu anche qualche fischio per la coppia Rattle-Kozena; il primo fondamentalmente per avere abbandonato il Festival di Pasqua di Salisburgo in favore di quello di Baden-Baden, la seconda per aver interpretato una Carmen come una sorta di Cantata Bachiana. Ma non sono mancati i fragorosi applausi per i Berliner Philharmoniker e per i due cantanti Jonas Kaufmann (Don José) e Genia Kühmeier (Micæla), e la serata è stata comunque un successo. Nel disco, inciso qualche mese dopo per l’etichetta EMI, troviamo lo stesso cast delle recite salisburghesi, ma la qualità dell’incisione risulta un po’ ridondante e chiusa.

Sir Simon Rattle

Personalmente, sia vista dal vivo che sentita in disco, la direzione di Simon Rattle mi è sembrata non solo molto corretta musicalmente, ma anche piena di dinamica e di mordente. La sua concertazione fa animare la partitura, come se un suono nuovo, finalmente, uscisse dall’opera e ci parlasse di essa con un accento innovativo e personale. In questa edizione è la modernità la vera scoperta. Da sempre Carmen di Bizet è una delle opere liriche più rappresentate al mondo, ma è ancora oggi fissa nel quadro della tradizione: ci sono Carmen molto ben eseguite, musicalmente perfette (Pappano a Londra nel 2006, Barenboim a Milano nel 2009 per citarne alcune moderne) ma poco, per non dire per nulla, innovative. La prima vera Carmen moderna per allora è quella in disco per la DGG diretta da Claudio Abbado, ma sembra che la sua visione dell’opera non abbia influito sulla tradizione. Coloro che hanno seguito la strada di Abbado sono a mio avviso John Eliot Gardiner (edizione in DVD nel 2009) e Simon Rattle stesso. La sua direzione è molto vibrante e fresca, molto puntigliosa nell’intimità delle note che appaiono molto scandite; inoltre il suono meraviglioso dei Berliner Philharmoniker fa risaltare ancor più la concezione del direttore inglese. Da tempo non si sentiva un concertato del quarto atto così ben diretto e con tempi così spediti, complici il coro della Deutschen Staatsoper e il coro dei bambini di Berlino: tutti perfettamente a tempo, nonostante una dinamica prorompente e tempi veloci. Laddove i cantanti necessitano di supporto, Rattle è pronto ad offrire un accompagnamento straordinario, dolce ma non morboso, puntiglioso ma non freddo, eseguendo dei crescendo e dei decrescendo in maniera impeccabile e mozzafiato. Nella scena del Torero, la direzione, oltre ad essere brillante ed incisiva, chiude con un accelerando trattenuto in modo da creare un nuovo modo di concepire il finale, una via di mezzo fra il finale a tempo (bello ma monotono) e il finale presto (troppo rozzo). Rattle rinuncia addirittura ad alcune indicazioni di Bizet per creare un effetto nuovo: sempre nell’aria Votre toast, laddove il compositore francese indica l’inizio della ripresa con un piano, il direttore inglese staglia dall’orchestra un crescendo fortissimo. E sta proprio qui la grandezza della direzione di Rattle: i finali. Tutte le chiusure d’atto (meno l’ultimo che è giustamente a tempo) sono eseguite a tempi spediti e concitati, pieni di adrenalina, in particolare la fuga di Carmen nel finale del primo atto. Il secondo atto comincia con un moderato abbastanza lento come se l’ascoltatore udisse da lontano il suono dei balli spagnoli, per poi chiudersi in un prestissimo finale come se si creasse il caos fra le zingare. Discorso analogo, l’accompagnamento della Séguedille. Infine il suono corposo e potente dei Berliner conferisce al memorabile finale del quarto atto, laddove la direzione è molto efficace, un climax di straordinaria teatralità, sottolineata dall'uso di crescendo e decrescendo: su tutti, il corno prima della frase di Don José "Tu m’aimes donc plus" che fa davvero venire i brividi. Rattle ha il merito di aver inciso una Carmen che dal vivo ancor più che in studio risalta la modernità di quest’opera e a mio avviso, si può già parlare di questa come una Carmen storica.

Una Carmen che vanta di modernità non solo da parte del direttore, ma anche da parte dei cantanti. Magdalena Kozena, interprete di altissimo livello in compositori come Händel, Mozart e soprattutto Bach, è una protagonista che è stata soggetta a molte critiche: poca voce, troppa raffinatezza e poco mordente; nella serata del 9 aprile ci fu addirittura qualche fischio. Ma io ho trovato nella Kozena qualcosa che non è da tutte le Carmen: la mutevolezza del carattere. E ciò si ricollega con la modernità di cui parlavo in precedenza; le padrone del ruolo per antonomasia di oggi sono Anita Rachvelishvili e Elina Garanca, due protagoniste certamente con la voce profonda e la personalità sfacciata, ma che come tutte le Carmen passate (Simionato, Baltsa, Cossotto, Callas per esempio) mantengono lo stesso indole dall’inizio alla fine dell’opera: sfrontate e libere cominciano e tali finiscono, come è giusto che sia, poiché Carmen ha un carattere deciso che si manifesta sempre. Però la Kozena è riuscita finalmente a sbloccare il ritratto fisso di questo ruolo in un temperamento più mutevole; una protagonista finalmente umana, insensibile ma interessante e affascinate. Non cerca, al contrario delle altre colleghe citate, di sedurre gli uomini col suo carattere energico, lo fa solo grazie alla sua bellezza e al canto delicato e melodico. Appunto, nelle arie Habanera e Séguedille si manifesta la sua delicatezza timbrica per attirare le figure maschili e Don José; ma la Kozena nasconde dietro questa soavità, un ventaglio ricchissimo di stati d’animo e anche lei, come Rattle, esegue molti crescendo e decrescendo nella voce. Il mezzosoprano ceco mi ha colpito nell’aria Habanera dove canta in modo diverso le due parti, la prima più amabile, la seconda più viva, come se seguisse la struttura händeliana A – B – A con le fioriture. Poi si avvale delle sue doti di attrice, ad esempio nei parlati e nei declamanti: esempio eclatante nel finale dell’ultimo atto l’esclamazione "Libre elle est néè et libre elle morra!" è d’una sfacciataggine ma di una naturalezza, che riassume in poche parole il senso dell’esistenza di Carmen. Per concludere, non mancano le qualità vocali. Grandi acuti, ottimi bassi, tecnica di canto sicura ed emissione vellutata e pastosa: insomma, per me lei è Carmen! Le manca solo la quantità di voce adatta al ruolo, ma mi pare che abbia trasformato questo suo difetto in un pregio.

Magdalena Kozena e Jonas Kaufmann in Carmen a Salisburgo

E poi troviamo il Don José migliore della discografia … E di conseguenza l’unico, o quasi, in circolazione, ovviamente per le qualità vocali rarissime: il tenore tedesco Jonas Kaufmann. Forse è l’elemento più tradizionale del disco, ma con doti della voce del genere non si può far altro che inchinarsi. Voce non bellissima, ma molto mutevole in ogni accento da far accapponare la pelle, acuti potenti e sicurissimi, che cambiano di colore a seconda dei crescendo e delle mezze voci, accenti pieni di mordente, declamati e parlati impeccabili e alleggerimenti di sconvolgente teatralità. E a rendere moderno questo Don José è proprio la dinamica. La versatilità con cui Kaufmann varia ogni frase e ogni parola in ogni momento dell’opera è a dir poco strabiliante. Dal vivo, più che in studio, ci si rende conto di quanto questa sua capacità di cambiare espressione e colore alla voce sia spaventosamente impressionante. La fleur que tu m'avais jetée è una vero e proprio esempio delle qualità vocali di Kaufmann dove non solo esegue decrescendi straordinari negli acuti, ma finisce l’aria ad un filo di voce. Anche il finale del quarto atto è di vero effetto vocale e sia la Kozena, sia Kaufmann, sia Rattle contribuiscono a creare un climax spettacolare che termina con i due accordi vibranti dell’orchestra. Dunque, un prodigio!

Da segnalare anche la Micæla di Genia Kühmeier, a mio parere la migliore in discografia insieme a Mirella Freni. Cantante in ascesa nel repertorio mozartiano e liederistico, il soprano salisburghese disegna una Micæla dolcissima. Vocalmente senza problemi: acuti facili ed incisivi, delicatezza nell’accento e timbro celestiale quasi come a rispecchiare la personalità del ruolo. Mediocre l’Escamillo di Kostas Smoriginas, troppo basso per il ruolo: l’aria del Torero è piena di note basse buone, ma il registro acuto è ingolato e faticoso. Molto efficaci anche le parti minori che non si limitano ad accompagnare i protagonisti, ma sfoggiano un canto molto musicale ed espressivo: tra tutti segnalo il Moralès di Andrè Schuen, molto ben cantato e fraseggiato. Aggiungo anche che la regia moderna di Aletta Collins a Salisburgo contribuiva a creare l’attualizzazione dell’opera: Carmen dai capelli rosso fuoco, anziché il solito nero, ambientazione pressoché metafisica in questa "casa" dove convivono soldati e zingare in lotta. E infine nel momento dell’uccisione di Carmen, Don José aspetta che la protagonista si volti per andare dal Torero trionfante, per poi colpirla alle spalle sull’accordo che precede la frase "Vous pouves m'arréter, c'est moi qui l'ai tuée" creando una sorta di straniamento finale.

In conclusione, per gli appassionati di quest’opera capisco come quest’edizione presenti innumerevoli elementi di modernità così lontani dalla tradizione, e comprendo che possa non piacere, ma non si può negare né a Rattle né ai cantanti di aver realizzato una Carmen diversa, è vero, ma più umana. Una Carmen che per la sottoscritta dovrebbe entrare nella storia per aver intrapreso una Crociata contro un’interpretazione tradizionalissima che è fissata nelle nostre menti e nei nostri gusti da decenni.

Stefania Navacchia

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