BEETHOVEN The Last Three Piano Sonatas
Sonata n. 30 op. 109
Sonata in 31 op. 110
Sonata in 32 op. 111
Maurizio Pollini, pianoforte
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4838250
1 CD

«È come una carezza dolorosamente amorosa sui capelli, su una guancia, un ultimo sguardo negli occhi, quieto e profondo. È la benedizione dell’oggetto, è la frase terribilmente inseguita e umanizzata in modo che travolge e scende nel cuore di chi ascolta come un addio, un addio per sempre, così dolce che gli occhi si empiono di lacrime». Molti di noi sono cresciuti avendo nelle orecchie da un lato la pagina del Doctor Faustus in cui Thomas Mann descrive la Sonata per pianoforte in DO minore n. 32 op. 111 di Ludwig van Beethoven e dall’altro l’interpretazione di quella medesima partitura che nel 1976 Maurizio Pollini incise per la Deutsche Grammophon. Più volte in oltre quarant’anni il pianista milanese è tornato sul corpus beethoveniano, ma solo recentemente ha ridato alle stampe, per la stessa etichetta, le ultime tre sonate, in quella che è stata annunciata essere la sua ultima registrazione discografica e che contiene la Sonata in MI maggiore n. 30 op. 109, la Sonata in LA bemolle maggiore n. 31 op. 110 e proprio l’op. 111.

La lettura che Pollini diede nel 1976 dell’ultima pagina sonatistica beethoveniana sembrava ricalcare minuziosamente le parole di Mann, come se la musica fosse tornata ad essere tale dopo essere stata arricchita da quell’interpretazione letteraria. Nel disco del 2019 (anno in cui è stato registrato dal vivo alla Herkulessaal di Monaco) si avvertono i quarantatré anni trascorsi perché si percepisce chiaramente come il contesto storico-sociale sia cambiato in maniera profonda. Non ci riferiamo alla sola op. 111, ma a tutte le tre partiture che vengono presentate in questa registrazione e che il pianista milanese considera in una prospettiva unitaria, come ricordano le note di copertina curate da Paolo Petazzi. L’afflato ed il respiro, che nel 1976 traducevano nella musica di Beethoven l’impegno utopico che caratterizzava quegli anni, è quasi completamente spento: la “carezza”, di cui parla Mann, è a malapena percepibile. Il fraseggio di Pollini è divenuto nervoso, come si può ascoltare nelle variazioni in cui si articola il terzo movimento dell’op. 109. Esso inoltre rende chiara la complessa scrittura beethoveniana (valga come esempio la fuga dell’op. 110) e permette di comprendere il modo in cui il compositore di Bonn abbia frammentato le forme del passato per giungere a nuove integrazioni. In tale prospettiva va intesa prima di tutto la mancanza di respiro che si avverte in vari momenti di questa registrazione. Una simile scelta interpretativa fornisce continuità al discorso musicale ed evidenzia la crisi del linguaggio classico. Nel 2019 dalla lettura del pianista milanese queste tre partiture risultano un unico, estremo tentativo compiuto da Beethoven di salvare la “sonata”, un tentativo destinato al fallimento. Pertanto questo esprime in modo profondo il passo di Mann e forse ancor più di tutto il Doctor Faustus. Rari sono i punti in cui la musica assume un carattere elegiaco e rimane sospesa aprendo uno spiraglio verso il futuro. Proprio la chiarezza con cui vengono articolate le frasi rende questa esecuzione “un addio per sempre”, senza però “che gli occhi si empiono di lacrime”. Anche il pianto è soffocato e con esso ogni residuo di umanità. Così come il romanzo di Mann registra l’impossibilità di vedere una luce dopo la Seconda Guerra Mondiale, la società del XXI secolo non lascia al soggetto neppure l’impegno e l’afflato che regnavano negli anni ’70 e che videro come protagonisti anche artisti come Pollini. È il suo testamento discografico e non sembra casuale che egli si concedi dal mondo delle incisioni con queste tre sonate.

Stefania Navacchia

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