
G.F. HANDEL: Alcina HWV 34, Ouverture
W.A. MOZART: Concerto per pianoforte e orchestra in Do maggiore K.503
J.S. BACH: Concerto per pianoforte e orchestra n.6 in Fa maggiore BWV 1057
W.A. MOZART: Sinfonia n.38 in Re maggiore K.504
The Academy in St. Martin in the Fields
Kenneth Sillito, primo violino e direttore
Murray Perahia, pianoforte e direttore
Bologna - Europauditorium
Considerate le caratteristiche degli
esecutori ed i brani eseguiti in questi due concerti (vedi concerto del 12 giugno 2001), si è pensato,
come del resto era già nelle intenzioni della direzione artistica
del Bologna Festival, di cogliere quest’occasione per riflettere
su due possibili modi di affrontare il repertorio sei-settecentesco:
l’uno tradizionale, l’altro basato sulla ricerca filologica.
Dalle prime esperienze esecutive
di Harnoncourt sono passati quasi trent’anni e le formazioni che
fanno uso di strumenti antichi sono proliferate, apportando nuova
vitalità ad un repertorio che sembrava oramai fossilizzato. I risultati
delle ricerche filologiche hanno lasciato perplessi molti e, nonostante
il radicarsi di queste prassi esecutive, continuano a destare un
certo stupore. Al di là delle prese di posizione e dei gusti personali,
andrebbe riconosciuto a questi esecutori almeno il merito di un’intensa
attività di ricerca, che ci ha fatto scoprire nuove sonorità e soprattutto
ha concentrato l’attenzione sugli aspetti analitici delle composizioni
classiche e barocche. Le “esecuzioni filologiche” non costituiscono
un improbabile tentativo di ricreare ciò che sentiva il pubblico
ai tempi di Bach e Mozart, ma sono soprattutto un mezzo per scoprire
ulteriori modi di eseguire un brano, così da approfondirne la conoscenza
e metterne in luce significati molteplici.
L’equivoco “temporale” non è l’unica
incongruenza verificatasi con la nascita di una prassi esecutiva
legata al recupero di metodologie strumentali antiche. In questi
ultimi decenni, infatti, si è sviluppato un paradosso terminologico:
usiamo chiamare “tradizionali” le esecuzioni con strumenti moderni,
mentre quelle con strumenti antichi sono il prodotto delle più recenti
tecniche esecutive. Le due prassi non sono comunque da intendersi
come antitetiche, ma come possibili modi di interpretare una composizione;
l’una non esclude l’altra, ma esse si affiancano costituendo mezzi
di conoscenza diversi. Proprio per questo non mancano episodi di
reciproca influenza tra le due prassi esecutive: orchestre che si
avvalgono di strumenti moderni hanno assorbito le scoperte dei “filologi”
ed hanno introdotto alcune novità come quella di alleggerire l’organico
e “asciugare” la sonorità. D’altro canto molte formazioni filologiche
hanno attenuato l’iniziale radicalità della loro indagine, abbandonando
alcune rigidità nell’uso degli strumenti antichi.
Le formazioni ascoltate in queste
due serate ci sono apparse proprio tra quelle che hanno subito talune
trasformazioni stilistiche, dettate in parte da un maggiore approfondimento
interpretativo, in parte anche dettate dalla necessita di venire
incontro alle esigenze del pubblico e del mercato discografico.
L’Academy
of St. Martin in the Fields è una compagine di impianto tradizionale
che deve il suo successo ad una maggiore “leggerezza” esecutiva,
di stampo tipicamente britannico, rispetto alle letture decisamente
più “dense” delle orchestre tedesche ed austriache. Il concerto
si è aperto con l’Ouverture dell’Alcina di
Georg Friedrich Händel, un’esecuzione che, guidata dal primo violino
dell’orchestra, Kenneth Sillito, non ha oltrepassato i limiti della
correttezza e della precisione. Nel
Concerto per pianoforte e orchestra in Do maggiore K503 di Wolfgang
Amadeus Mozart, Murray Perahia, in veste di pianista e direttore,
non ha abbandonato la sua visione di tipo tradizionale, insistendo
sul tocco morbido e preciso e sulla tendenza ad uno stile elegiaco,
specie nei movimenti lenti dei Concerti. Si è però notata una certa
insistenza sulla scansione ritmica ed una tendenza ad una maggiore
asciuttezza nel suono, caratteristiche derivanti dalle “esecuzioni
filologiche”. La stessa impressione la si è avuta nella Sinfonia
n.38 in Re maggiore K504 “Praga”, con il pianista peruviano
sul podio.
Recentemente Murray Perahia ci ha
offerto una sua lettura discografica delle Variazioni
Goldberg e dei Concerti
per pianoforte di Johann Sebastian Bach, un’esecuzione che
appare molto lontana da quella di Glenn Gould. La visione interpretativa
della musica di Bach da parte di Perahia non sembra apportare sostanziali
novità, ma non manca di molti lati interessanti. Purtroppo con il
Concerto per pianoforte e orchestra in Fa maggiore BWV 1057, eseguito
in questa serata, non sono stati raggiunti uguali risultati soddisfacenti:
complice probabilmente anche l’acustica della sala e la disposizione
degli strumenti, si è creato un impasto sonoro troppo morbido che
ha compromesso la resa al meglio delle speculazioni armoniche e
contrappuntistiche della musica bachiana.
La
Petite Bande, formazione nata appositamente in occasione della
prima registrazione del Bourgeois
Gentilhomme di Lully, si è sempre contraddistinta per le scelte
radicali delle esecuzioni, tutte tese a scoprire le possibilità
degli strumenti originali, sino a raggiungere talvolta risultati
sonori di eccessiva “secchezza”, caratteristica che comunque sembra
essersi attenuata in questi ultimi anni. Le esecuzioni dei brani
di questa serata sono state infatti caratterizzate da una sonorità
sensibilmente più avvolgente che ha dato molto risalto agli strumenti
a fiato.
La prima parte del concerto, con
le sinfonie n.10 in Sol maggiore K 74 e n.33 in Si bemolle maggiore K 319
non hanno messo in luce un’interpretazione particolarmente originale:
poca incisività ed una mancanza di sottolineatura dei tratti salienti
della partitura. Nella prima parte è stata eseguita anche l’Aria da concerto in Mi bemolle maggiore per soprano e orchesta K 77,
un brano che, seppur non privo di qualche invenzione, risente di
molti luoghi comuni; per questo perdoniamo il piccolo Wolfango,
così come perdoniamo, per la sua giovanissima età, anche il soprano
Marie Kuijken, la cui voce, ancora acerba, possiede alcuni difetti
di intonazione e risente di scarsa incisività nell’interpretazione.
La seconda parte del concerto prevedeva
l’esecuzione della Sinfonia n.40 in sol minore K550 e qui la Petite Bande ha espresso al meglio le sue qualità. Le ricchissime
invenzioni della partitura mozartiana sono state messe in rilievo
grazie ad una sapiente resa del fraseggio tra le sezioni degli archi
e dei fiati. Il punto culminante dell’interpretazione è avvenuto
nel secondo movimento, dove è stato messo in evidenza l’aspetto
dolente e meditativo di questo capolavoro mozartiano. Qui il ruolo
fondamentale è stato giocato dai fiati che sono apparsi tutti molto
precisi, con una particolare menzione per l’oboe che si è distinto
tra tutti. |