ANGELICA
Festival Internazionale di Musica
Edizione 2001
Antichi astronauti
Link di Bologna
Del condono musicale
Dopo la splendida edizione dell'anno scorso, costellata
di ottimi concerti, in primo luogo quelli del Masada Chamber
Ensemble (detto "Bar Kokhba") di John Zorn, e dell'Ensemble
Modern (con le musiche di Zappa e Goebbels accanto a quelle
di Nancarrow e Lachenmann), con Antichi Astronauti si
è deciso di affrontare nuove costellazioni musicali incentrate
sull'improvvisazione elettronica, sugli strumenti-giocattolo
e in parte sulla vocalità.
Di fatto la prima serata del festival lasciava
ben sperare, con l'esecuzione di Three Voices di Morton
Feldman ad opera della sua "musa vocale" Joan La Barbara.
Si tratta di un brano del 1982, che ha avuto una certa notorietà
soprattutto per l'ottima edizione in CD (New Albion Records)
disponibile già dal 1989. Il brano è per voce
e nastro magnetico, dove sono riportate altre due voci preregistrate,
pur senza alcun "trattamento" elettronico. L'idea
di non disporre di tre voci dal vivo (di per sé l'assetto
della composizione lo permetterebbe), ma di utilizzare voci
preregistrate diffuse da due altoparlanti in dialogo con una
voce dal vivo era eminentemente poetica. Vale a dire che Feldman
vedeva negli altoparlanti quel tanto di carattere funereo da
ritenerli efficaci emblemi di due amici artisti (Philip Guston
e Frank O'Hara) che lo avevano seguito lungo la sua carriera
fino alla sopraggiunta morte. L'esecuzione dal vivo, con l'interprete
prediletta, doveva sulla carta restituirci al meglio il dialogo
tra voce "viva" e voce dei "morti", ma un
po' per lo spazio prescelto (la sala bianca del Link), un po'
perché il volume delle voci preregistrate era troppo
alto rispetto ai sussurri della performance della La Barbara,
l'ascolto si è coperto di una certa patina di noia, di
artifizio, di precarietà.
Ma forse la spiegazione non è sufficiente: il brano di
Feldman, questo come molti altri, vive di fatto meglio nell'ascolto
"casalingo" in CD che in esecuzioni dal vivo. Giocati
come sono sulla durata, i brani di Feldman composti dopo la
metà degli anni Settanta richiedono una perfetta aderenza
tra il ritmo interiore dell'ascoltatore e il tappeto di variazioni
infinite che essi esibiscono.
A conclusione della sua non luminosa performance,
Joan La Barbara -in evidente difficoltà (per una tosse
trattenuta) in alcuni momenti centrali del brano -, ha eseguito
forse quello che rimane il primo brano composto da Feldman,
una semplice ma piuttosto fascinosa canzoncina dal titolo Only
(1947). La Barbara in questi tre minuti che doveva bersi
come un bicchiere d'acqua, ha sfoggiato una voce dimessa, e
davvero poca intensità espressiva, per quello che è
invece un accorato sonetto di Rilke.
La seconda parte del concerto si è presentata come l'esatto
opposto della prima; di scena era infatti la scatenata cantante
Shelley Hirsch, accompagnata da un nastro magnetico, che la
guidava lungo uno scosceso viaggio, quasi una colonna sonora
di un film immaginario. Stato(i), questo il titolo del
brano eseguito, si riduce in realtà nell'efficacia della
performance dal vivo, accompagnata da una straripante mimica.
Le indubbie doti vocali di Shelley Hirsch, che sono ricondotte
costantemente alla postura/atteggiamento/passionalità
della "soggettività-cantante", esibiscono una
sorta di canto reincorporato, canto del corpo, esposizione delle
risonanze della "carne" che producono e vibrano al
suono. Questa fisicità, indubbiamente interessante e
prorompente, seduce sonoramente fintantoché non divengono
troppo ostentate le modalità esecutive eterodosse, finché
il tutto non viene convulsivo, inelegante, slabbrato.
Abbiamo sperato che le doti della Hirsch sottoposte al controllo
del bravo pianista Anthony Coleman (abituale collaboratore di
Zorn) avrebbero dato ben altri frutti qualche sera dopo, in
un recital dal titolo A Tribute to Tribute. Ma i due,
colti dalla sindrome "devo fare il massimo di casino possibile
con il massimo di effetti speciali d'avanguardia perché
mi hanno invitato ad Angelica, festival di musica eterodossa",
sono stati di impagabile squallore. Più che improvvisare,
hanno desistito dal fare musica, ignorandosi reciprocamente
vista la totale assenza di idee. Coleman ha farneticato con
tastiere, pianoforte e bicchierini spinti nel corpo nel pianoforte,
mentre la Hirsch amava tenere le dita in bocca mentre cantava,
forse per palesare un ritorno a stadi infantili della loro personale
evoluzione musicale. Ma Angelica quest'anno poteva anche riservare
qualcosa di peggio, come il duo animalesco-spiritualista di
Dorothea Schürch e Ernst Thoma (la prima dedita alla psicosi
vocale accompagnata da improvvise gestualità di autocompiaciuta
pesantezza, il secondo impegnato a farci capire che ha ascoltato
pazientemente la musica del '900 campionandola), o l'altro duo
formato da Kaffe Matthews e dal chitarrista Andy Moor, teso
ad esemplificare come oggi il massimo della disponibilità
di mezzi elettronici possa coniugarsi con il massimo di rozzezza
a livello di pensiero musicale. Ma in fondo potremmo ben essere
noi a sbagliarci; già, perché il pensiero musicale
è abbandonato volontariamente, in favore di una produzione
e di un ascolto considerati e voluti come primigeni, sottratti
all'"impachettamento" culturale, e votati alla matericità
che mette in variazione i sensi, imponendosi loro. Questa linea
musicale deliberatamente destrutturata e priva di punti di attacco
per un investigazione percettiva culturalizzata può essere
considerata come pienamente legittimata in quanto si dà,
circola negli ambienti musicali, è promossa da organizzatori
come di Angelica, che del resto con Massimo Simonini sono scesi
in prima persona in scena per rappresentare questa tendenza
(si veda il concerto tenutosi mercoledì 16 maggio). È
questo un tipico atteggiamento nella teoria estetica contemporanea;
si può criticare una forma d'arte, ma non squalificarla,
rigettarla nella non-arte, dato che la non-definibilità
di quest'ultima conduce non solo a un pieno relativismo, ma
ad una autoaffermazione di un'opera per voce dell'artista che
la instaura o per sanzione di un emerito dell'Art World. Questa
koiné culturale è fautrice di una sorta
di condono artistico, per cui tutto ciò che è
stato costruito nel nome dell'arte, buono o cattivo che sia,
viene ammesso al regno dell'arte.
Alla massificazione disforica dell'arte, si contrappone in modi
quasi entusiastici la democratizzazione del poter fare arte,
di essere artisti, soprattutto musicisti (e senza dovere scendere
a patti con il "fascismo" del linguaggio). Massima
celebrazione di una via "liberata" alla/dalla musica
è risultata la serata finale, intitolata modestamente
The Hands of Caravaggio e promossa da MIMEO (Music in
Movement Electronic Orchestra). La cosa più interessante
è stata la disposizione topologica dei "musicisti"
(senza che il termine voglia offenderli); l'"orchestra
elettronica" era infatti disposta attorno a un grande tavolata
quadrata con i musicisti che davano le spalle al pubblico, tranne
John Tilbury - coinvolto per qualche strana ragione nella faccenda
- che era posizionato al centro dello spazio rettangolare ritagliato
dalla tavola, con il suo pianoforte dal vivo. Il concerto per
pianoforte e orchestra elettronica ha visto in campo sintetizzatori,
campionatori, computer, oggetti vari amplificati, dischi, nastri,
radio. Il pubblico sbirciava i 15 "orchestrali" affondare
le dita nell'elettronica, ognuno piegato sui propri strumenti,
rigorosamente senza alzare la testa, come in uno sforzo di marcare
costantemente che si "sta facendo qualcosa". Dal punto
di vista dell'esperienza musicale vi era solamente la differenziazione
tra tre tipi di forme: il mucchio materico assordante e uniforme,
la rarefazione sbrindellata e di tanto in tanto la rarefazione
"cortese" aperta ai "tocchetti" sempre tardivi
e sterili di Tilbury. Se qualcosa non ha funzionato nel coordinamento
degli orchestrali (vi era un coordinamento?) lo si deve alla
posta elettronica, visto che MIMEO fonda il proprio lavoro di
gruppo sullo scambio di mail. Ovviamente durante il concerto
non vi era tempo per questi scambi epistolar-elettronici, con
il risultato che ognuno si preoccupava del rumore suo. Il riferimento
al Tradimento di Cristo di Caravaggio non ha fatto che innervosirci
di più, per la supponenza e sprovvedutezza culturale
dell'operazione.
Al concerto hanno partecipato anche gli italiani
Massimo Simonini, Fabrizio Rota, Domenico Sciajno, pienamente
a loro agio, cosa che si era già prefigurata ascoltandoli
le sere precedenti. Mancava invece all'appello Alvin Curran,
uno dei vecchi fautori dell'esperienza di Musica Elettronica
Viva, che ha preferito riservarsi il 28 maggio un concerto solistico
in cui, in omaggio alla voga della plunderphonia, ha
costruito un percorso lungo tutte le edizioni di Angelica avendo
campionato i materiali registrati negli anni. In questo percorso
si è perso lo stesso Curran, e il suo computer (spentosi
a un certo punto); la totale gratuità della performance
è stata bilanciata da atteggiamenti simpaticamente sbarazzini,
dall'esibizione di qualche giocattolo musicale, da qualche trovata
gestuale.
Qualcosa di meglio lo spettatore ha potuto trovare nelle sezioni
dedicate agli strumenti giocattolo, e in particolare Margaret
Leng Tan ha regalato una performance curiosa, pensata e godibile.
Ma questa edizione deforme di Angelica, ha trovato in un suo
margine interno, in qualcosa che ha posto scelleratamente ai
bordi del proprio quadro, una anamorfosi, che ci ha ricondotti
inopinatamente alla musica. In una sala persa all'interno di
Palazzo Re Enzo, ha infatti tenuto banco per tre giorni il Playground
Ensemble, un gruppo di musicisti di vari paesi che si sono
incontrati per scambiare esperienze, esecuzioni, approcci. L'unico
anello di connessione tra Angelica e questo gruppo (inserito
a latere del programma, ma che ha offerto ore e ore di musica)
è stata una commissione di un brano a Alvin Curren; un
brano che non è piaciuto agli stessi componenti del gruppo,
molti dei quali presentavano delle composizioni scritte in proprio,
di cui potevano essere a ben ragione più soddisfatti.
I concerti del Playground Ensemble sono stati in larghissima
parte di grande bellezza, maturità, intelligenza, mettendo
a frutto capacità musicali comuni e interessi sui generis.
Ci ha colpito soprattutto la regia del suono, guidata magnificamente
da Nicola Zonca e Michele Tadini con i loro live electronics,
bravissimi a non cadere negli effettismi, e a creare invece
movimenti spaziali e diffrazioni dimensionali del suono. Da
rimarcare in particolare alcuni brani eseguiti (pur nella forte
unitarietà del progetto, che ha garantito standard elevati
lungo tutte le performance); Urban Wasteland Theory # 2
di Ulrich Krieger è un lungo, coonvolgente brano ipnotico,
in cui gli interventi strumentali, parchi e strutturati, sopraggiungono
su uno sfondo sonoro costante, dato un rumore di fondo, come
quello della puntina che danza sui solchi vuoti di musica di
un disco. Notevoli anche i brani di Stefano Zorzanello, Genius
Loci e Mangiare le case, che hanno forse esemplificato
al meglio uno sfondamento delle barriere musicali, giustapponendo
sequenze timbriche ricercatissime, tipiche della ricerca colta
contemporanea, con improvvise nervose accensioni tipiche del
jazz d'avanguardia, con strutture dell'art rock post Henry Cow.
Eppure le matrici non erano nient'affatto giustapposte; era
evidente nel brano di Krieger come in quelli di Zorzanello (o
altri che qui non citiamo per brevità) una capacità
e una naturalezza di una musicalità nient'affatto creola,
eclettica, ma che denotava invece un'identità peculiare
e sapida, un cammino proprio verso la musica.
Meritano una menzione tutti i musicisti coinvolti,
che hanno esibito notevoli doti tecniche e grande senso di armonica
partecipazione a un progetto collettivo; non è poco.
Ricorderemo insomma Angelica 2001 per il contributo dato dal
Sonic Playground Ensemble: Ulrich Krieger (alto sax,
clarinetto), Stefano Zorzanello (sax soprano, flauto, ottavino),
Marc Stutz-Boukouya (trombone), Johannes Platz (viola), Pierangelo
Galantino (basso elettrico, contrabbasso), Walter Zanetti (chitarra
acustica ed elettrica), Marco Dalpane (pianoforte), Nicola Zonca
(live electronics, programming), Michele Tadini (live electronics,
programming).
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