BIENNALE MUSICA 2001
Geometrie della musica - Quartetti
Musiche di György Kurtag, Giacomo Manzoni, Stefano
Scodanibbio, Paolo Rimoldi, Wolfgang Rihm
Quartetto Arditti
Venezia - Teatro Piccolo Arsenale
All'interno della sezione Geometrie della musica
- Quartetti, la Biennale Musica 2001 ha presentato un lungo
e complesso concerto dell'Arditti String Quartet. L'Arditti
è - sembra quasi pleonastico ricordarlo - uno dei quartetti
d'archi più in importanti al mondo, senz'altro il più
cruciale nella diffusione della musica contemporanea. Fondato
da Irvine Arditti (primo violino) nel 1974, il quartetto ha
cambiato spesso formazione (gli ultimi arrivati sono Graeme
Jennings e Dov Scheindlin, che hanno sostituito due mostri di
bravura quali David Alberman e Garth Knox), ma è riuscito
sempre a mantenere intatti sia un nitore interpretativo che
una cifra esecutiva originale.
A livello tecnico nulla può essere obiettato
al Quartetto Arditti; ogni loro esecuzione è meticolosamente
preparata e praticamente senza sbavature, tanto che anche i
brani più improbabili trovano un minimo di coerenza,
di sviluppo plausibile. Amano giocare difficile, non si affidano
a compiacimenti, a smussature, a facili seduzioni sonore. La
penetrazione del testo musicale è sempre molto approfondita,
clinica quasi; ne esce uno stile interpretativo analitico, plastico
ad ogni "differenza" del testo, tanto da eleggere
le dissomiglianze, le asimmetrie, e guardandosi bene dal sottolineare
troppo il ritornare "identico" di formanti, sottolineando
invece l'intensità del loro riproporsi sintagmatico e
sempre modulato. Incredibile è la capacità di
perfezionare e distinguere le tecniche esecutive; suoni sopra
il ponticello, flautati e quant'altro sono sempre cristallinamente
resi. Naturalmente anche le "qualità" hanno
dei costi, e si possono talvolta ribaltare persino in "difetti",
o meglio in "limiti". L'analiticità del quartetto
Arditti talvolta può fare perdere un po' in termini di
resa "affettiva" dei brani, in capacità di
cogliere in profondità la soggettività dell'enunciazione
musicale (è il caso per esempio del modo in cui eseguiscono
Fragmente - Stille An Diotima di Luigi Nono). Si tratta
in ogni caso di limiti che si colgono soltanto comparativamente
e di rado (intensissime risultano per esempio le loro esecuzioni
dei quartetti di Scelsi).
Ma veniamo al concerto della serata, che è
stato esemplare delle grandissime doti del quartetto, pur vagliate
su dei pezzi che erano o in prima esecuzione assoluta o in prima
italiana. Unico brano ormai molto noto, Officium Breve in
Memoriam Andreae Szervanszky op. 28 di György Kurtag
ha aperto il concerto, come ad offrire il suggello di un compositore
in fuga, e gli altri tutti a seguire. Si tratta infatti di uno
dei più preziosi gioielli del compositore ungherese,
eseguito per la prima volta nell'aprile 1988 dal quartetto
Auryn.
Ne rappresenta perfettamente l'inclinazione per la costituzione
di cataloghi di microsituazioni musicali, come se si trattasse
di passare al setaccio l'intera storia della musica e il suo
stesso percorso musicale. Il distillato sprigiona la molteplicità
di sapori diversi ma il filtro di un gusto superiore denota
"casa Kurtag" anche quando la musica è piena
degli ospiti più diversi (Bach, Beethoven, lo stesso
Szervanszky, ma soprattutto Webern).
Dalla dimora del maestro ungherese si è
poi viaggiato sorvolando la dipintura acrobatica di Giacomo
Manzoni, che intendeva atterrare tra le campiture acriliche
del maestro Pontormo, esplicito dedicatario ideale del brano.
Musica per Pontormo del compositore milanese fa seguito
al primo quartetto del 1971, e si presenta come un interessante
contraltare alla produzione orchestrale e teatrale, vero nocciolo
espressivo della poetica manzoniana. Nel brano non si troveranno
rimandi a un manierismo, ma a piuttosto a una consapevole volontà
di presentare delle forme disequilibrate e dalle tinte acriliche,
algide; viene tessuta una sorta di geometria sghemba, deposizione
di una razionalità in grado di dare forza coercitiva
ai materiali. Con ciò non si ricade affatto verso una
matericità; tutt'altro, visto che i formanti come campiture
che entrano in tensione nel loro fronteggiarsi sui bordi, restano
"individui", nel rifiuto di qualsiasi classe o di
qualsiasi matericità assorbente.
Una davvero ottima impressione ha suscitato il
brano in prima esecuzione assoluta di Stefano Scodanibbio: Altri
Visas aggiunge altri tre episodi ai precedenti Visas,
sempre per quartetto d'archi, composti nel 1987 e già
incisi dal quartetto Arditti in From Italy, un doppio,
importante CD della Montaigne uscito nel 1995. Il grande contrabbassista
italiano ha dimostrato una volta di più la sua vocazione
compositiva, arrivata qui forse ai massimi traguardi finora
raggiunti, soprattutto per ciò che riguarda i primi due
episodi presentati in questo concerto. Ai giochi "armonici"
di Visas I, si sostituiscono qui percorsi altrettanto raffinati
nella scrittura e nella ricerca sonora, ma con una icasticità
nel disegno che li rendono all'ascolto godibilissimi, chiari,
appassionanti.
Altro brano in prima esecuzione, quello di Paolo Rimoldi (Die
Welt wird Traum II), ha lasciato invece solo l'impressione
di una buona scrittura, coerente e consapevole, ma incapace
di toccare punte di originalità. I formanti allestiti
da Rimoldi richiamano soluzioni ormai standardizzate nel discorso
musicale contemporaneo, e quindi in qualche modo già
desemantizzati, pur se i giochi di incroci, di sovrapposizione,
di intersezione hanno cercato di riaggiornare in qualche modo
alcuni luoghi comuni compositivi.
A questo piccolo calo di tensione nel concerto
degli Arditti, si è poi sostituita una lunga cavalcata,
solo parentesizzata ai margini da cadenze soliloquenti: stiamo
parlando del Quartetto n. 10 (in prima esecuzione italiana)
di Wolfgang Rihm. La sezione centrale è una lunga, trascinante
destrutturazione di una sorta di danza d'altri tempi. La storia
musicale si trasforma in un teatro di burattini, ma dove lungo
la rappresentazione non vengono posti in evidenza gli eventi,
ma semplicemente gli attacchi dei movimenti, nel muoversi faticoso
delle giunture tra gli arti. Musica della ri-articolazione faticosa
del discorso musicale classico, esaltazione della semantica
propria agli attacchi, la composizione di Rihm ha concluso il
concerto con un innesto di energia e di riflessione che ha accompagnato
l'ascoltatore lungo la laguna veneziana, prima del concerto
successivo, appena un'ora dopo, al teatro Goldoni, dove il compositore
di Karlsruhe già aspettava (pur in absentia), armato
del suo imponente Jagden und formen.
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