VIVALDI
La verità in cimento
Dramma per musica in tre atti (1720)

Mamud, H. Lamy
Rustena, M. Kobayashi
Damira, S. Marini-Vadimova
Rosane, N. Urata
Zelim, P. Jaroussky
Melindo, R. Expert
C. Gangneron, regia
Ensemble Matheus
J.-C. Spinosi, dir.

Bologna, Europauditorium

L’edizione 2002 del Bologna Festival si è inaugurata il 9 aprile all’Europauditorium "Mario Cagli" con la rappresentazione de La Verità in cimento, opera seria in tre atti di Antonio Vivaldi. Lo spettacolo è stato allestito dall’ARCAL (Atelier de Recherche et de Création pour l’Art Lyrique) di Parigi, con l’Ensemble Matheus diretto da Jean-Christophe Spinosi e la regia di Christian Gangneron. Quella bolognese è stata la prima rappresentazione italiana in epoca moderna dell’opera, dopo la prima data al Teatro Sant’Angelo di Venezia nell’autunno del 1720. Non sappiamo quali motivazioni possono aver spinto l’ARCAL ad allestire, dopo quasi tre secoli di silenzio, quest’opera praticamente sconosciuta. Facciamo fatica a pensare che sia stato per l’interesse verso questa partitura, che non è tra le opere più riuscite di Vivaldi il quale, peraltro, come drammaturgo non era paragonabile all’eccellenza del concertista; neppure per il lavoro di ricerca storica e di ricostruzione filologica di cui non ci sembra abbiano dato gran prova i curatori di questa messinscena; ancor meno per la disponibilità di interpreti vocali di grande spessore tecnico in grado di affrontare arie di difficoltà davvero notevole.

Così i momenti di più vivo interesse sono passati senza alcun risalto: è il caso della sinfonia, che in Vivaldi è sempre piena di colore e virtuosistica, e che qui, forse a causa dello spazio troppo vasto offerto dalla Sala Cagli, pareva inadatta a un’opera dall’organico così ridotto e risultava greve, con tempi concitati ed incalzanti alternati ad improvvisi arresti che ne spezzettavano l’unitarietà. Il suono dell’Ensemble Matheus era stridulo e gracchiante, opaco e troppo distante dalla brillantezza vivaldiana, con continue interruzioni delle frasi musicali che toglievano quel respiro melodico che anche gli interpreti più estremi dell’ultima generazione rispettano e mantengono con attenzione. Già la scelta drammaturgica di Vivaldi di non uniformarsi alla prassi dell’uso di brani strumentali o di brevi recitativi accompagnati, ma di utilizzare lunghi ed estenuanti recitativi secchi (realizzati con il solo clavicembalo) per introdurre le arie, non aiuta molto l’attenzione dello spettatore; ma portare all’estremo questa logica anti-drammaturgica come ha fatto Jean-Christophe Spinosi, utilizzando nel basso continuo pochi, scarni e pesanti accordi del clavicembalo, riducendo al minimo gli abbellimenti e rendendo così l’accompagnamento di questi recitativi monotono e privo di qualsiasi interesse, significa voler annichilire qualsiasi buona intenzione da parte dell’ascoltatore.

Lo spettacolo è stato un piatto susseguirsi di arie e recitativi slegati da qualunque filo narrativo, mai l’orchestra ha sottolineato la vicenda, oltretutto piuttosto contorta di eredi al trono scambiati a loro insaputa, che dà vita ad una gara di diverse e opposte verità sostenute dai vari personaggi. Il regista, Christian Gangneron, sceglieva di ambientare la vicenda in una modernità difficile da datare. La scena di Thierry Leproust, piuttosto scarna consisteva in un divano squadrato, due poltroncine e qualche pannello colorato che si ispirava ai quadri di Mondrian e al centro, sullo sfondo, un grande pannello bianco che veniva alternativamente utilizzato come schermo per proiezioni di filmati, in bianco e nero, di scene di vita quotidiana della famiglia del sultano, o come velario per ombre cinesi.

I sei protagonisti, vestiti in abiti moderni da Claude Masson, indossavano capi che si potevano attribuire a grandi sarti, naturalmente francesi. Ci è sembrato di riconoscere lo stile di Dior (Damira), Chanel (Rustena), Courreges (Rosane). Rustena indossava anche una pelliccia di visone, mentre gli uomini alternavano completi da yachtman a grisaglie impiegatizie, a simboleggiare il loro rango. Dentro questo salotto medioborghese si muovevano gli interpreti, quasi tutti in notevole affanno con la scrittura vivaldiana, e per nulla aiutati dalla regia, che riusciva solo a farli sedere e poi a farli alzare in piedi. Siamo dell’idea che un’operazione di questo genere andrebbe affrontata con leggerezza, divertimento, ironia e gusto per il rischio, ma per ottenere certi risultati occorrono interpreti formidabili, altrimenti non si rende un buon servizio ad opere come queste che resistono alla storia solo in condizioni eccezionali. Al Cagli abbiamo ascoltato qualche cantante interessante (Philippe Jaroussky, Zelim) e molti interpreti in difficoltà, con problemi di intonazione e di tecnica con un’orchestra che, purtroppo, spesso pareva contrastarli anziché sorreggerli.

Silvano Santandrea

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