
HAYDN: Fantasia in Do maggiore Hob. XVII:4
BEETHOVEN: Sonata op. 31 n.1
HAYDN: Sonata in Sol minore Hob. XVI:44
BEETHOVEN: Sonata op. 31 n.2
HAYDN: Sonata in Mi bem. maggiore Hob. XVI:52
BEETHOVEN: Sonata op. 31 n.3
András Schiff, pianoforte
Bologna, Teatro Comunale
Una manifestazione concertistica può costituire
un’occasione per riflettere e per riconsiderare i nostri "pregiudizi"
e le nostre categorie storico-musicali. Così è stato
per il recital che il pianista András Schiff ha
tenuto al Teatro Comunale di Bologna nell’ambito del Bologna Festival
2002. Infatti già alla lettura del lungo ed impegnativo
programma si poteva percepire che le intenzioni dell’interprete
erano quelle di rivolgere l’attenzione al classicismo viennese
ed in particolare sul rapporto fra Haydn e Beethoven: le tre sonate
dell’op. 31 del secondo autore erano infatti alternate a tre opere
del primo ed esattamente la Fantasia Hob XVII:4, la Sonata
Hob XVI:44 e la Sonata Hob XVI:52.
Per quasi due secoli la questione del classicismo
o del romanticismo di Beethoven ha occupato l’attenzione degli
addetti ai lavori: in questo panorama evidente fin dall’inizio
era l’obiettivo di Schiff di ricondurre il sonatismo beethoveniano
agli stilemi di "papà Haydn"; intenzioni che
si potevano desumere anche a priori dalle caratteristiche interpretative
dello stesso pianista, molto attento al repertorio barocco e classico
con qualche incursione in quello romantico. Tuttavia alcune sue
precedenti dichiarazioni che rivendicavano la necessità
di offrire maggiore importanza alle opere di Haydn in sede concertistica
potevano far pensare a un confronto paritario che mettesse in
luce analogie e differenze di due autori così importanti
nella storia della musica. In questa ottica, e anche alla luce
delle recenti rivalutazioni del fortepiano e dell’importanza che
i diversi strumenti acquistano nella esecuzione musicale (il pianoforte
scelto da Schiff anche in quest’occasione era un Bösendorfer
che possiede un suono meno squillante e, a suo avviso, più
idoneo al classicismo viennese). L’omogeneità timbrica
ha costituito invece uno delle assi portanti dell’interpretazione
di Schiff come è stato possibile comprendere dal passaggio
dalla Sonata op. 31 n.1 di Beethoven a quella Hob XVI:44
di Haydn dove non si è percepito alcun cambiamento di sonorità
e quasi di "mano" compositiva.
Il rilievo attribuito al mondo del XVIII secolo
era già evidente nella Fantasia in cui la perizia
tecnica che si è potuta ammirare in Schiff ha fornito pari
dignità a tutte le voci e quindi ha posto in evidenza la
scrittura scarlattiana del brano; attraverso il notevole utilizzo
delle pause, ha anche saputo cogliere e restituire quello humour
che costituisce una delle cifre più caratteristiche della
musica di Haydn. Questa freschezza esecutiva è venuta meno
però nella successiva opera dello stesso compositore che
è risultata un po’ appesantita nei tempi e nel fraseggio.
Grande interprete di Haydn, Schiff ne mette in evidenza soprattutto
il gusto per gli abbellimenti e per le variazioni chiaramente
percepibili nella stessa Sonata Hob XVI:44 in cui in entrambi
i movimenti il pianista ha saputo mettere in rilevo come il discorso
musicale haydniano fosse già molto complesso dal punto
di vista formale. Tuttavia questa attenzione alla struttura è
stata pagata in termini di fluidità e non è stata
sufficientemente supportata da un contrasto timbrico e dinamico.
Soprattutto nel primo tempo della Sonata Hob XVI:52 la
scarsa caratterizzazione delle sonorità non ha evidenziato
in maniera adeguata la differenziazione fra il diverso materiale
tematico esposto e nel complesso dell’opera Schiff non ha attribuito
importanza alle relazioni armoniche già abbastanza spregiudicate
adottate da Haydn. È vero che questi elementi non assumono
nella poetica del padre del classicismo viennese quel peso che
avranno da Beethoven in poi, tuttavia se si poteva pensare a un
confronto fra i due autori, ci si doveva attendere una maggiore
attenzione anche agli aspetti più "beethoveniani"
della scrittura di Haydn che, anche in questa occasione non ha
costituito un protagonista del concerto, ma uno strumento attraverso
cui leggere Beethoven.
Invece il progetto di Schiff riguardava una totale
assimilazione della musica beethoveniana alla cultura settecentesca
come è sembrato subito chiaro dagli accordi del primo tema
della Sonata op. 31 n. 1 che sono apparsi lenti e riverberanti
come se l’intenzione del pianista di ricondurre tutta la prima
scuola di Vienna a un "illuminismo " musicale non sia
riuscita a cancellare pienamente alcuni retaggi della tradizione
interpretativa romantica. Così alla vecchia e già
ricordata diatriba relativa al classicismo o al romanticismo di
Beethoven il concerto ha risposto sottraendo tutte le caratteristiche
più proprie del compositore di Bonn che non sono né
classiche né romantiche. In vero l’apporto romantico al
progetto di Schiff è stato di secondaria importanza; il
vero problema, come si è più volte detto, è
stata la posizione di Haydn e di Beethoven all’interno del classicismo
viennese; si può riformulare questo in termini di linguaggio:
se infatti l’obiettivo del pianista era quello di dimostrare l’appartenenza
dei due compositori allo stesso idioma musicale, non sono emersi
i timbri delle loro "voci" cioè, soprattutto
per quanto riguarda Beethoven, le loro soggettività. Se
ne è avuto un esempio nell’Adagio della Sonata
op.31 n. 2 dove la melodia che inizia alla battuta 31 mancava
di qualsiasi cantabilità. Nel programma del concerto è
emerso Schiff come grande interprete bachiano e scarlattiano che
ha fornito una interpretazione completamente oggettiva delle problematiche
musicali beethoveniane annullando quella lotta fra soggetto e
oggetto, fra individualità e forma, presente nella musica
del compositore. Spianati erano i contrasti, il vigore, gli sforzando
che caratterizzano le sue pagine; il suono mancava di quella incisività
tipica della produzione beethoveniana: sempre nell’Adagio la
figurazione delle biscrome non aveva quel carattere di angosciosa
e ripetitiva incombenza che si è soliti ascoltare in altre
esecuzioni e che, senza fare di questa sonata musica a programma,
contribuisce a conferirle il nome di La Tempesta. Ma si
può riflettere anche sul problema dell’idioma musicale
viennese: l’approccio strutturale che abbiamo molto apprezzato
in Schiff e che egli ottiene attraverso un assoluto controllo
del suono e una conduzione delle parti tale da mettere in risalto
tutta la struttura orizzontale del brano, rischia di frammentare
il discorso musicale separando innanzitutto le varie voci e le
varie sezioni di un movimento. Nello sviluppo del primo tempo
della Sonata op. 31 n. 3, ad esempio, l’ascoltatore rischiava
di perdere il senso di orientamento all’interno del discorso musicale.
In generale si può dire che le sonorità
omogenee con cui Schiff ha accomunato Haydn e Beethoven siano
l’effetto di un atteggiamento strutturale che riguarda le singole
sezioni e le singole frasi, ma non il complesso di un movimento
di una intera sonata. Questo tipo di approccio analitico privilegia
la scrittura e non la forma e comunque non ha saputo porre in
evidenza le differenze stilistiche fra i due autori. Inoltre due
ore di suono appiattito e sempre uguale a se stesso hanno offerto
un approccio completamente cerebrale il quale non ha lasciato
nel pubblico alcuno spazio a qualsiasi emozione che, pur non costituendo
più il fulcro di molta estetica contemporanea rappresenta
un momento importante della fruizione musicale. Riteniamo però
che progetti come questo aiutino il pubblico e la critica a riflettere
e a discutere.
Un totale cambiamento di suono si è avvertito
nel primo bis che il pianista ha concesso al pubblico,
l’Improvviso D 899 n.3 di Schubert eseguito con una grande
fluidità e ricchezza di colori, per poi tornare alla fine
alle sonorità della prima scuola di Vienna col primo movimento
della celebre Sonata K 545 di Mozart. |