
W.A. MOZART: Sinfonia in Do Maggiore K 111a
E. WELLESZ: Musik für Streichorchester in einem Satz op.91
W.A. MOZART: Concerto in Sib magg. per fagotto e orchestra K 191
W.A. MOZART: Sinfonia n. 41 in Do magg. K 551 (Jupiter)
David Peterson, fagotto
Camerata Academica Salzburg
Sir Roger Norrington, dir.
Salisburgo, Mozarteum Grosser Saal
A Luisa
Il tradizionale concerto di Ferragosto della Camerata
Academica Salzburg (orchestra composta per la maggior parte
da giovani strumentisti e fiore all’occhiello della città
del Festival) era inserito quest’anno nell’ambito di un mini-ciclo
dedicato a Mozart e ai compositori austriaci in esilio. Non
nascondiamo che la presenza sul podio di Sir Roger Norrington,
direttore principale dell’orchestra salisburghese costituiva
per noi di "Orfeo nella rete" l’elemento di maggiore
interesse della serata che ci dava la possibilità di
ascoltare l’estroso direttore inglese che non frequenta molto
il nostro paese e si mantiene un poco defilato rispetto al tradizionale
star-system della musica classica. L’atteggiamento scanzonato
e anticonformista, unitamente ad una originalità interpretativa
non comune ne fa tuttavia uno dei più interessanti direttori
in attività.
La prima parte del concerto è stata dedicata
a brani desueti, come la Sinfonia in Do maggiore K
111a, il Concerto in Sib magggiore per fagotto e orchestra
K 191 di Mozart e la Musik für Streichorchester
in einem Satz op.91 di Wellesz, mentre la seconda è
stata interamente dedicata alla mozartiana Sinfonia
n.41 in Do maggiore K 551 "Jupiter". Come si è
detto il concerto concludeva una serie di tre serate con un
programma che legava idealmente opere di Mozart (una sinfonia
ricostruita, un concerto solista e una sinfonia maggiore) con
un autore austriaco costretto ad emigrare durante il nazismo.
Un nesso un po’ labile che tuttavia si chiariva proprio ascoltando
l’interpretazione di Norrington. La faccia più crudele
della Vienna reazionaria e conservatrice che scaccia i suoi
figli o getta il loro corpo nella fossa comune è stata
la vera protagonista dei tre concerti.
Ha sorpreso subito la capacità di Norrington
di trovare nella musica e restituire al pubblico unità
e coerenza interna anche per i frammenti della giovanile Sinfonia
K 111 ricostruita con una certa plausibilità utilizzando
l’Ouverture dell’opera Ascanio in Alba, come primo
movimento ed il primo numero della stessa opera come tempo lento
(Andante grazioso), cui è stato aggiunto un finale
incompiuto (Presto). Come si diceva le capacità
del direttore inglese di dare chiarezza e dinamicità
all’orchestra hanno permesso nel contempo di cogliere sia la
frammentaria disomogeneità, ma anche l’unitarietà
di fondo di questa sinfonia, la cui breve durata ha sorpreso
non poco il pubblico. Non per questo è stato difficile
percepire le minuscole forme che costituiscono la composizione
e che ne fanno nella sua incompiutezza un piccolo gioiello.
Più arduo si prospettava il lavoro di Norrington
nel curioso Concerto per fagotto e orchestra dove, soprattutto
nel primo movimento, la scrittura del giovane Mozart costringe
lo strumento solista ad un serrato dialogo con l’orchestra al
limite delle sue possibilità: il registro prevalentemente
grave del fagotto e la sua natura non certo adatta alla funzione
melodica venivano trasformate dal bravo David Peterson (primo
fagotto della Camerata Academica) incoraggiato dalla
straordinaria mimica e dall’ironia tutta anglosassone di Norrington,
in uno straniato gioco grottesco che nel contempo risolveva
le non poche difficoltà tecniche e di fraseggio presenti.
Molto suggestivo è stato invece il secondo movimento
le cui note richiamano l’aria della Contessa de Le Nozze
di Figaro. Il timbro del fagotto è stato ben messo
in risalto nel minuetto finale.
Il suono rarefatto e quasi sgranato che il direttore
ha saputo ottenere dagli archi della Camerata Accademica
si è ben adattato a Musik für Streichorchester
in einem Satz di Egon Wellesz (1885-1974), compositore attivo
nella cerchia di Schönberg esiliato in Inghilterra per
motivi razziali negli anni Trenta: i forti scarti dinamici degli
archi non erano in questo caso utilizzati per improvvisi cambi
di volume sonoro, ma per favorire una tensione che si dilatava
in un continuo e progressivo coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Va sottolineata la capacità di Norrington, interprete
formatosi nella severa disciplina della musica antica e progressivamente
fattosi largo nel repertorio classico e romantico, di sapersi
avvicinarsi ora con risultati brillanti anche alla musica del
XX secolo. Il brano di Wellesz, scritto nel 1964, pare tuttavia
concepito ancora secondo lo stile della seconda scuola di Vienna:
evidentemente il compositore, che poco aveva recepito delle
istanze più problematiche della musica post-weberniana,
sembra voler ribadire la sua appartenenza alla tradizione non
solo dodecafonica, ma anche al sinfonismo viennese: uno sguardo
al passato in cui riecheggiano echi berghiani unitamente ad
una forte matrice espressionista, elemento che Norrington ha
saputo ben mettere in rilievo attraverso un tessuto musicale
estremamente terso e carico di suggestioni immaginative.
Il brano più atteso era tuttavia la Jupiter
di Mozart, già proposta dal maestro inglese durante il
Festival del 1988 (esecuzione pubblicata su CD dalla Orfeo nella
serie "Festspiel Dokumente"). Le aspettative del pubblico
sono state pienamente ripagate, benché l’esecuzione del
direttore inglese non abbia risposto affatto ai canoni interpretativi
cui la tradizione ha abituato gli spettatori, in special modo
quelli del Festival di Salisburgo. Norrington ha giocato molto
sul fattore sorpresa, ma nelle sue letture lo stupore suscitato
in chi ascolta non costituisce un fine: egli non utilizza affatto
vuoti effetti speciali per catturare l’attenzione dello spettatore.
Se le sue esecuzioni si possono definire "pirotecniche",
esse non mirano ad una esibizione di atletismo orchestrale,
ma a condurre chi ascolta ad una maggiore attenzione verso ciò
che racconta o suggerisce il brano musicale al fine di favorire
una riflessione più approfondita. Muovendo dalla risoluta
forza espressiva, percepibile immediatamente dal gesto iniziale
del primo movimento, ci si è resi subito conto di come
possa essere riduttivo qualificare questo direttore alla stregua
di un semplice cultore della filologia interpretativa. L’attenzione
al testo, alla lezione originaria del compositore, è
certo presente nel lavoro di studio e di concertazione di Norrington,
ma il maestro inglese non si ferma ad una semplice restituzione
della partitura, spingendo la sua interpretazione in una sfera
di grande libertà e fantasia.
Gli elementi tecnici sono così finalizzati
a restituire una visione articolata, spesso originale e comunque
molto "moderna" delle opere classiche che affronta.
Ad esempio la sua avversione per il vibrato degli archi quale
elemento estraneo alla fluidità del discorso musicale,
oppure la drastica riduzione dell’organico orchestrale sono
scelte che favoriscono il procedere di una lettura asciutta
e ricca di continue suggestioni. Ma ciò che colpisce
maggiormente è la vorticosa energia ritmica e musicale
che invade chi ascolta, istantaneamente sommerso da una sorta
di "magma incandescente" ben ricreato attraverso lo
scoppiettante intervento, a più riprese, dei timpani
e con il secco, brillante e tutt’altro che retorico suono delle
trombe. Proprio qui risiede la capacità di Norrington
di distinguersi da altri esecutori che, come lui hanno seguito
l’Aufführungspraxis fin dai primi passi che la ricerca
sulla prassi esecutiva aveva compiuto negli anni Sessanta. Egli
possiede in più la forza espressiva delle nuove generazioni
di interpreti, la loro stessa leggerezza sonora e la loro capacità
di utilizzare le dinamiche. L’intero primo movimento è
un rapido susseguirsi di elementi tematici e strutturali che
si intrecciano in un scontro tra opposti elemento (con-cento)
dove la ricerca di equilibrio cede il passo alla volontà
di esasperare la componente conflittuale. Si tratta innegabilmente,
di un itinerario anticlassicistico svelato con la spregiudicatezza
(novità da noi accolta con estremo entusiasmo) di chi
studia in modo accanito per fornire una valida alternativa a
quanto abbiamo finora udito e ci riesce. E così, anche
alternative espressioni di modernità, come ad esempio
la proverbiale austerità di Harnoncourt, vengono superate
da una inaudita forza vulcanica, grazie alla quale, le letture
del passato, al confronto, paiono prive di vitalità.
È sembrato che questa interpretazione riflettesse
alcuni assunti propri degli studi sull’antichità greca,
a cui il nome stesso della sinfonia si richiama in modo esplicito:
se è vero che il Settecento aveva una visione aulica
ed apollinea del mondo classico, fin dai primi scritti di Nietzsche
si è messo in rilievo come essa convivesse anche con
aspetti dionisiaci. Si potrebbe obiettare che compito di un
interprete sia quello di restituire non tanto una partitura,
ma una visione del mondo propria di una determinata epoca. Crediamo
al contrario che il suo ruolo sia quello di partire da un testo
musicale per attualizzarlo, per comprendere che cosa esso abbia
ancora di moderno, ed in che modo possa "parlare"
del mondo in cui viviamo. In questo modo Norrington ci ha fatto
guardare la Jupiter con gli occhi del XXI secolo; i tipici
ideali classicheggianti di equilibrio e compostezza vengono
annullati da una visione estremamente problematica e l’opera
d’arte, liberatasi dalla sua funzione di orpello o di semplice
elemento ricreativo, diviene parte vitale, pulsante e presente.
La stessa tonalità di DO maggiore non aveva in questa
esecuzione quel carattere affermativo e rassicurante cui siamo
abituati. Le certezze tanto care a certa borghesia sono mancate
soprattutto nell’Andante cantabile, nel cui incipit
tutti gli strumenti hanno assunto un ruolo di strumento a percussione
scandendo in maniera netta il ritmo del discorso. Nei movimenti
lenti Norrington è solito costringere ad una costante
attenzione anche l’ascoltatore più distratto, in quanto
colto continuamente di sorpresa: prepariamoci dunque a vivere
gli "Adagio" non più come momento per rilassanti
o pacificate divagazioni oniriche, ma ulteriore occasione per
riflettere e per mettere in discussione. Sfumature dinamiche,
esaltazione di crescendo, scansione continua, a tratti
ossessiva, comunque mai statica del ritmo, secchezza del suono,
che consente di non cadere mai nell’effetto di ridondanza sono
gli elementi di questa esecuzione, ma anche i tratti caratteristici
dell’approccio di Norrington. La sintetica naturalezza che egli
ottiene si persegue solo attraverso la più minuziosa
caratterizzazione di ogni cellula strutturale (e ogni cellula
non è semplice dato testuale ma è espressione
di diverse immagini, sensazioni, stati d’animo). Il suono deve
cambiare continuamente per adeguarsi ad ogni esigenza di diversificazione
e dev’essere funzionale all’espressione di un racconto sonoro
che si sviluppa quasi drammaturgicamente. Sicché l’ascoltatore
che si reca al concerto allo scopo di lasciarsi alle spalle
la quotidianità dei propri problemi rimarrà fortemente
deluso in quanto si vedrà costretto ad affrontarne altri
di diversa natura; primo fra tutti lo sforzo, pari a quello
dell’interprete, di seguire e assimilare con la mente il totale
stravolgimento dei tradizionali canoni interpretativi. Da segnalare
poi, uno straordinario senso della polifonia e la generale chiarezza
del costrutto che si sono udite in particolare nell’ultimo tempo
nel quale la precisione del contrappunto non ha impedito a Norrington
di fornire continuità e fluidità al discorso musicale:
anche se chiare e cesellate erano le frasi, la straordinaria
vivacità di pensiero e d’azione erano ben lontane sia
da certi esiti filologici di inusitata austerità sia
da certe letture ricche di bel suono ma vuote di qualsiasi contenuto.
Da sottolineare infine, la ricchezza mimica e
gestuale di Norrington, a tratti grottesca e maniacale, fatta
di repentini scatti nervosi, ma assolutamente funzionale alla
ricreazione di un preciso immaginario musicale. Veramente eccellente
il modo con cui gli esecutori della Camerata Academica Salzburg
hanno assecondato, anche divertendosi, il fantastico, divertente
e originale disegno interpretativo di Norrington. |