
R. WAGNER
Parsifal
Amfortas, A. Dohmen
Titurel, M. Hollop
Gurnemanz, H. Tschammer
Parsifal, T. Moser
Klingsor, E.W. Schulte
Kundry, V. Urmana
Berliner Philharmoniker
Claudio Abbado, dir.
Salisburgo, Großes Festspielhaus
Claudio Abbado ha scelto Parsifal per congedarsi
dalla carica di responsabile artistico del "Festival di Pasqua"
di Salisburgo: come già annunciato, dall’anno prossimo
gli succederà Simon Rattle sia alla guida dei Berliner
Philharmoniker, sia nella direzione di questo prestigioso
festival fondato da Herbert von Karajan nel 1967. Già presentata
a Berlino lo scorso Novembre in forma di concerto questa produzione
di Parsifal si avvaleva della regia di Peter Stein, aggiungendo
ulteriore interesse e attesa soprattutto dopo il rivoluzionario
Tristano di tre anni fa nel quale Abbado aveva visto la tragedia dell’incomunicabilità invece che la favola dell’amore assoluto, mostrandoci un possibile percorso per un’interpretazione originale e moderna di Wagner a dispetto del wagnerismo più tradizionale e reazionario.
La natura stessa di Parsifal - per la quasi totale mancanza
di azione e per la tendenza alla sublimazione della passione attraverso
la rinuncia -potevano far pensare ad un’ulteriore tappa in direzione
di questa profonda revisione critica del pensiero musicale di
Wagner, considerando anche l’estrazione autenticamente laica del
maestro italiano. Eppure Abbado ancora una volta ci ha sorpresi,
dimostrando di essere un passo avanti anche rispetto alle attese
più radicali.
In particolare, il misticismo religioso di cui Parsifal
è intriso e che ha dato origine ad una letteratura
tanto fuorviante quanto socialmente dannosa, non è stato,
come ci si poteva aspettare, semplicemente liquidato dal consueto
atteggiamento sobrio e rigoroso del maestro italiano, ma addirittura
ribaltato in un’affermazione dell’umanità e dell’amore
proprio laddove si vorrebbero esaltati principi trascendenti e
oltre-umani. E qui la critica di Abbado è tanto più
dolcemente feroce poiché utilizza il testo wagneriano alla
lettera (e cioè fondandosi esclusivamente sulla scrittura
musicale) rivolgendolo contro il proprio creatore (o, se volete,
contro certa ideologia che da Wagner discende). Non abbiamo ravvisato
alcuna superflua magia, né feticistiche esaltazioni bensì
autentico, umanissimo stupore e profonda commozione di fronte
alla rappresentazione della pietà, della dolcezza, del
perdono e soprattutto dell’amore, sentimenti che Wagner, almeno
in apparenza, confina ai margini della propria opera strumentalizzandoli
in funzione del trionfo dell’eroe puro. Proprio su questi sentimenti
invece si è fondata l’interpretazione di Abbado e l’opera
ne ha guadagnato in coralità, in visione d’insieme e soprattutto
in profondità e modernità di contenuti. Dal punto
di vista della realizzazione musicale il maestro ha lavorato soprattutto
sulla chiarezza, sulla sobrietà ma anche sulla morbidezza
del suono orchestrale. In forma strepitosa i Berliner hanno
seguito il loro direttore sfoderando un’esecuzione tecnicamente
perfetta ed orientata sull’equilibrio dei volumi e dei timbri
nonché sulla differenziazione tra le sezioni strumentali:
dalla musica di Wagner è scaturita una critica al Wagner
ideologo della totalità e profeta dell’esaltazione mistica.
In occasione della rappresentazione berlinese Abbado
aveva parlato di Parsifal come di un’opera che conteneva
una grande sintesi culturale, avendo Wagner attinto dai riti e
dalle simbologie di molte religioni, soprattutto di quelle orientali:
l’opera rappresenterebbe dunque un grande modello di integrazione
delle differenze e il suo messaggio, oggi, può costituire
un prezioso contributo da parte della musica contro il rischio
della liquidazione delle minoranze e la soppressione delle identità
culturali. Un messaggio importante che conferma quanto la musica
non sia una regione dello spirito lontana dalla realtà
ma - se fatta con l’intelligenza e la consapevolezza di un interprete
come Abbado - un linguaggio dal quale trarre continue riflessioni
riguardo a ciò che ci circonda. Chi pensa che la musica
di Wagner sia una droga dell’anima in grado di soggiogare le coscienze
sarà probabilmente rimasto deluso, ma ancora una volta
Abbado ha dimostrato che, oggi, solo attraverso un approccio profondamente
critico rispetto ai classici canoni interpretativi si possono
rendere attuali le grandi opere della tradizione musicale. Ascoltando
l’orchestra abbiamo avuto la sensazione di avere tutto questo
ben presente davanti a noi: Abbado ha così ribaltato la
consueta immagine del Wagner incantatore, creatore di effluvi
sonori inebrianti o di atmosfere malate e decadenti. Attraverso
la caratterizzazione timbrica e la chiarezza di ciascuna linea
strumentale non solo ha reso evidente la rete dei Leitmotiven
che costituisce la struttura musicale dell’opera (invero meno
complessa che nel Ring e nel Tristano), ma ha affermato
anche la forza delle differenze, la dignità delle identità
contro la grande mistificazione della totalità. La dolcezza
degli archi e la leggerezza dei legni dei Berliner erano
lì a dirci che questa musica non stava raccontando le avventure
di un eroe puro e perfetto ma il percorso della coscienza di un
uomo buono che non redime l’umanità attraverso imprese
grandiose ma semplicemente accettando e condividendo il dolore
altrui: in ciò risiede l’autentico miracolo.
Lo stessa enunciazione del tema del Gral perdeva
quella consueta solennità che siamo abituati ad associargli
mostrandosi invece con un carattere meno affermativo, più
simile ad una richiesta di risposte che all’enunciazione di divine
certezze. Così anche il personaggio di Parsifal (ben interpretato
da Thomas Moser) veniva fatto muovere da Abbado e Stein in modo
tutt’altro che sicuro, in un vagare quasi disorientato: eroe morale
e non superuomo in odore di santità questo Parsifal
ha tradotto in un’interpretazione laica le aspettative di religiosità
come ricerca e come approdo mai definitivo che sono parte della
natura umana e le ha integrate in una situazione scenica de-ritualizzata,
semplice e scarna ma efficacissima. In questo senso si comprendono
anche alcune particolari scelte timbriche che nell’insieme della
rappresentazione sono risultate molto pertinenti ed efficaci.
Parliamo delle speciali campane (già esibite a Berlino)
fatte fondere per l’occasione e disposte a sinistra del golfo
mistico, il cui timbro molto risonante richiamava echi di religioni
lontane, e delle voci bianche utilizzate al posto dei soprani
per i due rituali del disvelamento del Gral alla fine del primo
e del terzo atto.
Ma il miracolo più convincente si compiva
nel secondo atto, quello che per la tradizione dovrebbe essere
il momento negativo, cioè il tentativo di seduzione da
parte di Kundry. Abbiamo invece assistito ad una straordinaria
rappresentazione dell’amore, tanto credibile e sinceramente carica
di passione era la musica che incalzava il canto di una bravissima
Violeta Urmana. La musica che dovrebbe condurre Parsifal al peccato
e alla perdizione era la più convincente e appassionata
di tutte le dichiarazioni d’amore. Commovente, la voce di Kundry
ribaltava la prospettiva del bene e del male e trasfigurava la
propria condizione di creatura schiava di Klingsor in un sentimento
autentico in contrasto con l’ambigua innocenza delle fanciulle
fiore. Tutta la passione che Abbado aveva sospeso e congelato
nel Tristano si riversava in questo duetto filtrata da
una dolcezza infinita, decretando il superamento dell’amore come
dimensione puramente estatica e contemplativa e affermandone la
forza come carattere profondamente umano e consapevole della propria
finitezza. L’amore universale, autentico messaggio del Parsifal,
prende corpo proprio dalla presa di coscienza di questa finitezza
poiché non vi è amore senza rinuncia, non vi è
perdono senza peccato e non vi è redenzione senza perdizione.
Sorprendentemente Parsifal appare allora come l’opera della
dignità umana che afferma se stessa e il suo destino di
continua ricerca e che si riscatta non rinunciando all’amore,
ma - in maniera assolutamente dialettica - "attraverso"
l’amore. È l’amore il sentimento universale entro il quale
vengono comprese e allo stesso tempo superate tutte le religioni.
Controversa e poco gradita, ancorché sonoramente
fischiata la regia di Peter Stein. Sul giudizio del pubblico hanno
forse pesato alcune dichiarazioni decisamente anti-wagneriane
rilasciate dal regista alcuni giorni prima della rappresentazione:
non ce ne siamo stupiti visto che un evento come il Festival di
Pasqua, fin dai tempi di Karajan, poggia gran parte della sua
fortuna sui favori dell’alta borghesia tedesca notoriamente molto
legata all’ideologia wagneriana. Certo Stein non ha concesso gran
ché in un’opera già di per sé molto statica,
lasciandosi forse troppo condizionare dalla simbologia che in
Parsifal è molto accentuata. Noi abbiamo apprezzato
soprattutto i movimenti dei personaggi: il vagare incerto di Parsifal
nel primo e nel terzo atto ed il continuo cercarsi ed allontanarsi
di Parsifal e Kundry in una specie di giardino-labirinto nella
scena della seduzione. Interessante anche l’uso di luci dai colori
molto forti con i quali Stein ha sottolineato le diverse situazioni
psicologiche e simboliche proposte dai Leitmotiven: un
gioco forse troppo didascalico ma in alcune scene davvero efficace,
soprattutto nel secondo atto e nel finale dell’opera dominato
da un rosso vivacissimo. La compagnia di canto è stata
complessivamente all’altezza della situazione con una menzione
particolare per la già citata Kundry di Violeta Urmana
e per l’Amfortas umanissimo di Albert Dohmen. |