Verdi alla radio:
tre diverse letture della Messa da Requiem
Berliner Philharmoniker, C. Abbado dir.
Coro e Orchestra Teatro alla Scala, R. Muti dir.
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, V. Gergiev dir.
Berlino - Milano - Parma
Molte istituzioni musicali hanno scelto di celebrare il
giorno del centenario della morte di Giuseppe Verdi, scomparso a Milano il 27 gennaio 1901, affidando ai più famosi direttori del mondo l'esecuzione della Sua Messa da Requiem. Altri teatri hanno percorso strade diverse.
Tuttavia "Orfeo nella rete" ha voluto seguire parte del cammino offerto da Radio 3 e commentare l'ascolto radiofonico delle tre esecuzioni di questa composizione trasmesse nei giorni attorno al centenario: quella
diretta da Riccardo Muti con i complessi del Teatro alla Scala, nella Basilica di San Marco a Milano, da Valery Gergiev con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI dal Duomo di Parma e da Claudio Abbado con i Berliner Philharmoniker dalla Philharmonie di Berlino. Queste tre registrazioni sono rientrate all'interno di una "maratona" (termine molto di moda nel linguaggio mediatico di questi anni) di trentasei ora che Radio 3 ha dedicato a questo centenario nelle giornate del 27 e 28 gennaio (per motivi di
palinsesto l'esecuzione di Abbado è andata in onda la sera del 29). Il programma, denominato "Sempre Verdi", si è proposto di parlare del compositore sotto vari punti di vista: attraverso esecuzioni dal vivo, vecchie registrazioni
ed interventi di ospiti si è cercato di "ridare vita" a una figura che ha rivestito tanta importanza nella storia e nella cultura italiane edeuropee, ed il cui insegnamento artistico e morale sembra quasi essersi perduto soprattutto nel nostro Paese.
Come si è accennato vogliamo concentrarci sulle tre
interpretazioni della Messa da Requiem trasmesse; per onestà intellettuale non è nostra intenzione farne una recensione dettagliata, poiché il semplice ascolto radiofonico non lo consente, ma possiamo trarre spunto
per riflettere su di esse e su alcuni aspetti della figura e soprattutto della poetica di Verdi presenti in questa composizione. Un testo non è mai qualcosa di dato, di definitivo, di assoluto; esso pone sempre
al lettore una domanda, cioè un qualcosa che colloca l'interprete in rapporto ad esso. Tale relazione non è necessariamente di cieca adesione, anzi nella maggioranza dei casi, soprattutto se si tratta di un'opera d'arte, essa implica una problematicità. Ciò può accadere proprio nel porre in musica un testo sacro come un Requiem: il compositore diviene interprete delle parole della liturgia e nel caso specifico della visione cattolica del mistero della vita e della morte. Muti ricordava, nella breve intervista trasmessa prima della esecuzione della Messa da Requiem, che il 22 maggio 1874 essa fu eseguita, sotto
la direzione dello stesso Verdi proprio nella Basilica di San Marco a Milano, all'interno di una funzione religiosa per il primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni. Tuttavia dal punto di vista storiografico,
tutta la produzione verdiana, compreso dunque il Requiem, si colloca nel periodo che Carl Dahlhaus definisce "estetico" dove l'opera d'arte rivendica la propria autonomia rispetto a qualsiasi istituzione ed
a qualsivoglia funzione. La "religione dell'arte", principio cardine del romanticismo musicale, vuole affermare come nell'epoca borghese la produzione artistica, (e soprattutto la musica) acquista valore per se stessa e non più in relazione ad elementi esterni. Proprio nella Messa da Requiem Verdi si confronta non solo con un testo religioso, ma anche con diverse tradizioni musicali a partire da quella della musica sacra dei secoli passati, che perde così il suo valore funzionale per rimanere solo quello storico. Tuttavia nell'accingersi a scrivere
questa composizione il Maestro di Busseto non poteva improvvisamente cessare di essere quell' "uomo di teatro" che ha fatto del senso drammatico il cardine della sua poetica musicale.
Il rapporto con le forme del passato è stato uno degli
aspetti più caratterizzanti dell'interpretazione di Gergiev che fin dalle prime battute ha mostrato di voler fornire una lettura riflessiva della partitura verdiana: egli, come sempre, guarda la musica occidentale attraverso la lente della tradizione russa. Così l'accento posto sulla
melodia lo ha condotto a dare grande nitidezza all'orchestra e soprattutto alle sezioni del coro Kirov del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo: in tal modo molto efficaci e suggestivi sono risultati i cori a cappella e la fuga finale. Tuttavia abbiamo notato che questo Requiem ha mancato di tensione drammatica in momenti come l'inizio del Dies Irae e del Libera me. Crediamo, infatti, che anche in questa composizione valga il principio della "parola scenica", cioè di quella parola che, secondo quanto scrive Verdi in una lettera ad Antonio Ghislanzoni del 17 agosto
1870, definisce in modo chiaro ed evidente una situazione. Con ciò intendiamo affermare che il senso teatrale è ben presente all'interno della Messa da Requiem in cui l'interpretazione che il compositore fornisce del mistero della vita e della morte nasce dall'incontro tra parola e musica.
Su queste basi si può ragionare sulla pertinenza di un problema emerso proprio in occasione delle esecuzioni di questi Requiem: quale era l'atteggiamento di un uomo che, come Verdi, si dichiarava ateo nell'affrontare un testo
liturgico come questo? Muti, nell'intervista citata, afferma che accettare l'uso del vocativo (cioè di rivolgersi a Dio in seconda persona), implica una fede di colui che compone l'opera musicale. Muti inoltre sembra avere una visione completamente esteriore sia dell'oggetto musicale, sia del concetto di "trascendenza": anche la sua stessa volontà di non voler applausi alla fine dell'esecuzione della Messa da Requiem del 27 gennaio che egli non ha considerato un concerto, ma, secondo le parole che ha rivolto al pubblico prima di iniziare, "una meditazione, una richiesta di pace, di requie che rivolgiamo a Verdi", rivelano che la ricerca di fede che il
direttore compie in questo testo musicale non nasce da un profondo bisogno di religiosità e da una intima speranza per la salvezza della propria anima. L'impetuoso attacco del Dies Irae riesce ad ottenere una notevole drammaticità, ma essa è raggiunta non attraverso il rispetto delle dinamiche indicate da Verdi, ma per mezzo di una veemenza fuori luogo e di effetti
ridondanti fini a loro stessi. La religiosità di questa interpretazione
sembra avere più un carattere ecumenico che intimistico e sembra volere
esprimere una fede gridata, ma non con dolore, bensì con desiderio di
ostentazione e di trovare conferma e forza non in se stessi, ma nella
comunità dei credenti. Ci meravigliamo che il direttore pugliese, sempre
attento alle ricerche musicologiche, non tenga conto che lo strutturalismo
di questi ultimi cinquant'anni abbia puntato il suo interesse sull'opera
musicale intesa come testo da prendere in esame nella sua organizzazione
formale. Questo approccio sembra estraneo a Muti che appare fermarsi alle
parole della liturgia per affermare la presenza dell'elemento trascendente
nella Messa da Requiem di Verdi, senza troppo riflettere sull'interpretazione musicale di Verdi stesso. Se infatti, sempre riferendoci alla classificazione di Dahlhaus, nel periodo funzionale la musica accompagnava, sosteneva e descriveva il testo sacro assumendo un ruolo divulgativo del messaggio cristiano , in quello estetico diviene più forte il peso dell'interpretazione del compositore, un'interpretazione, che, come si accennava, è contenuta nella musica e nelle forme che l'autore adotta.
Approccio completamente differente rispetto all'esecuzione
milanese è risultato quello di Abbado la cui lettura è pervasa da
profonda tragicità, una tragicità che nasce proprio dalla fedeltà
del testo verdiano a partire da un uso al contempo sapiente ed esasperato
delle dinamiche. Ancora più pertinente diviene il confronto con Gergiev,
poiché entrambi i direttori assumono un atteggiamento analitico, narrativo
ed attento alle forme usate dal compositore. Proprio questi tre elementi,
l'analisi, la narrazione e la cura per gli aspetti formali dell'opera
sono i tre elementi non solo costanti dell'interpretazione di Abbado,
ma anche strettamente interconnessi: infatti egli parte dall'esame
delle strutture formali e dal loro ruolo all'interno della storia
della musica per dare continuità al discorso musicale. Se come quella
di Parma, l'esecuzione berlinese ha messo in evidenza quegli aspetti
melodici che costituiscono la struttura della Messa da Requiem, Abbado
a differenza di Gergiev,ha puntato proprio su questi elementi per
fornire unità e fluidità all'opera stessa. In tal modo il rapporto
tra forme del passato e stile verdiano è investito di un'altra connotazione:
e così non solo il Dies Irae, diviene sì violento, ma di una profonda
intensità e soprattutto la fuga finale pur nella nitidezza che acquista
con la direzione di Abbado assume una drammaticità tipica del teatro
musicale di Verdi. Così tutto il Libera Me non è visto come un passivo
affidarsi ad una entità trascendente, ma come una disperata richiesta
di aiuto. E proprio l'accento posto su questo uso degli strumenti
compositivi cari a Verdi, come il già citato utilizzo estremo delle
dinamiche, consente a questa Messa da Requiem di divenire un dramma
profondamente terreno dispiegato attraverso i mezzi dell'arte, cioè
di un artigianato profondamente umano. Non per questo l'interpretazione
di Abbado è meno suggestiva, anzi se si ascolta, ad esempio, l'Agnus
Dei si comprende che egli instaura un incredibile dialogo fra i soli
e l'orchestra che conferma l'impressione di una lettura intima e profonda.
Si può quindi affermare che la Messa da Requiem di Verdi
non deve essere considerata una adesione incondizionata a un testo,
ma è divenuta a sua volta un testo che esprime le domande che il Maestro
di Busseto si è posto sul mistero della vita e della morte, interrogativi
rinviati agli interpreti e agli ascoltatori e che rendono quest'opera
ancora attuale. |