HAYDN
La Creazione

Balthasar-Neumann Ensemble
Balthasar-Neumann Chor
Simone Kermes, Gabriel
Dorothée Mields, Eva
Steve Davislim, Uriel
Marek Rzepa, Raphael
Locky Chung, Adam
Thomas Hengelbrock, dir.

Bologna, Chiesa di S. Maria dei Servi

Il Bologna Festival ha offerto, giovedì 9 maggio, l'opportunità di ascoltare un'opera purtroppo poco presente nei programmi italiani, La Creazione di Franz Joseph Haydn.
A due secoli dalla sua composizione questo lavoro degli ultimi anni della produzione haydniana conserva ancora intatte tutte le attrattive che l'avevano imposta da subito all'attenzione del pubblico. Composta da Haydn sull'onda dell'entusiasmo che avevano suscitato in lui gli oratori handeliani conosciuti durante il soggiorno londinese, La Creazione si pone come summa dei modelli formali più diffusi nel settecento: i grandi cori, il descrittivismo degli elementi naturali e degli animali, le grandi arie chiuse, i recitativi secchi, il gusto del racconto sottolineato da coro e orchestra che vengono ad assumere il ruolo di personaggi. È un'opera che contiene echi del passato unitamente a squarci sorprendenti sul futuro, ma che non esce mai dalla inconfondibile cifra haydniana di cui rappresenta un compendio stilistico pressoché esaustivo. Va riconosciuto il grande merito dell'orchestra e del coro Balthasar-Neumann e del suo direttore Thomas Hengelbrock nell'aver saputo circoscrivere l'ambito interpretativo in quella sottile zona di confine tra l'esaurirsi dell'epoca classica e l'inizio del periodo romantico, senza peraltro mai spostare il baricentro dell'esecuzione in favore dell'una o dell'altro: era un Haydn senza debiti con il passato e crediti verso il futuro quello che usciva dalla serata bolognese, grazie alla lettura e alla concertazione di Hengelbrock che intelligentemente evidenziava il ruolo degli archi, che in questa partitura racchiudono tutta la sapienza compositiva orchestrale raggiunta dal maestro viennese.

Insieme alla scelta di ricercare la pertinenza stilistica più appropriata nonché l'esatta collocazione storica, si avvertiva anche l'intento di affidarsi alla grande efficacia narrativa ed evocativa insita nella partitura. I numeri iniziali davano subito il polso di una lettura svolta più in chiave mitica e archetipica, piuttosto che religiosa, nonostante il testo dell'oratorio sia di soggetto biblico. La famosa introduzione che riproduce il caos primigenio appariva sconvolgente, con la rinuncia ad ogni chiarezza espositiva e brillantezza di suono per evidenziare la grande entropia da cui, accompagnata dalla voce lontana, fuori dal tempo e dallo spazio di Raphael appariva, come dalla nebbia indefinita del limbo, la luce, sulle note dapprima quasi impercettibili, poi esplosive nell'affermazione della tonalità di DO maggiore in una specie di anticipazione visionaria del big bang. Hengelbrock dimostrava una grande capacità nell'utilizzo delle dinamiche orchestrali e corali in chiave espressiva: la compagine tedesca passava da pianissimi impercettibili, nei quali, nonostante gli strumenti originali, sono dei veri virtuosi, ai forti e fortissimi riuscendo a riempire archi di tempo infinitesimali con tutti i passaggi dinamici intermedi, senza stacchi repentini. A questo flusso continuo della linea musicale si univa il magnifico fraseggio del coro, responsabile di gran parte della partitura, in cui prevaleva la scelta di evidenziare espressivamente il racconto e il commento, anziché il rigore del contrappunto o il tecnicismo delle fughe. Bisogna aggiungere che è raro ascoltare un coro con tutte le sezioni così timbrate, con tante voci così belle, e con un impatto così coinvolgente: difficile trattenere il desiderio di mettersi a cantare con loro. Devono averla pensata come noi anche i due bassi, Marck Rzepa (Raphael) e Locky Chung (Adam) che hanno cantato anche nel coro, rispettivamente nella seconda e nella prima parte. Il quintetto di solisti si è rivelato particolarmente adatto alla lettura di Hengelbrock. Tutti giovani e molto dotati tecnicamente e stilisticamente, hanno conferito senso e calore ai loro ruoli. Simone Kermes ha disegnato un Gabriel di grande dolcezza, grazie anche alle doti vocali e tecniche con cui ha affrontato la parte, resa con disinvoltura e leggerezza. Dorothée Mields è stata una Eva tenerissima, forse anche troppo angelica, difficile immaginarsela preda della tentazione e con Locky Chung ha formato una coppia fresca, persa nelle gioie della natura. Il giovanissimo basso Marck Rzepa ha una voce piuttosto piccola, ma ha reso in modo più che credibile il ruolo di Raphael, indimenticabile il suo arioso iniziale. Infine il tenore australiano Steve Davislim (Uriel) ha stupito per autorevolezza interpretativa, bella voce, gusto e pertinenza stilistica.
Il pubblico ha risposto con entusiasmo, con numerose chiamate, ottenendo anche il bis del coro finale.

Daniela Goldoni

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