RAMEAU
Castor et Pollux
Tragedia lirica in 5 atti
Libretto di Pierre-Joseph Bernard

Christophe Einhorn, Castor
Jean-Baptiste Dimora, Pollux
Cyrille Gerstenhaber, Telaira
Jeacqueline Mayeur, Febe
Ensemble instrumental XVIII – 21
Jean-Christophe Frisch, dir.
Jean-Christophe Boclé, coreografie

Sasso Marconi (BO), Castello de' Rossi

Con questo appuntamento musicale, la rassegna concertistica Bologna Festival ha portato una novità nel suo cartellone ospitando per la prima volta una messinscena teatrale. Ma che senso può aver avuto affrontare uno sforzo organizzativo per allestire uno spettacolo d’opera in musica quando su questo versante è già impegnata un’istituzione come il Teatro Comunale? Il senso esiste, corposo e tangibile, e si traduce in tre punti distinti e complementari: l’investimento nella novità, la valorizzazione di modi esecutivi particolari e il tentativo di creare uno spettacolo "totale" attraverso l’originalità dell’ambientazione scenica.

Il primo di questi punti si può spiegare sottolineando come il titolo proposto dal Bologna Festival sia estraneo alle abitudini del Comunale, che solitamente propone, tranne qualche eccezione, il repertorio più tradizionale: poche opere del Settecento, circoscritte soprattutto alla produzione di Mozart, il melodramma ottocentesco e qualche titolo del teatro del XX secolo, limitato, se non in qualche rara occasione, a composizioni che tendono a cercare un compromesso con il pubblico. Bologna Festival ha presentato invece qualcosa di assolutamente insolito per gli auditori bolognesi. Il teatro d’opera del Sei-settecento, infatti, è ancora molto distante dall’orizzonte culturale di tutto il pubblico italiano e costituisce un’esperienza di ascolto rara soprattutto nei confronti di Jean Philippe Rameau, considerato, a partire dai suoi stessi contemporanei, colui che, più di chiunque altro, si antepone alla scuola operistica tradizionale attraverso un atteggiamento profondamente riformistico.

Da qui il secondo elemento che conferisce senso all’iniziativa. Per la loro complessità e per i problemi di carattere esecutivo, la realizzazione di questi spettacoli deve essere affidata a specialisti. Questa rappresentazione è stata curata dall’ARCAL (Atelier de recherche et de création pour l’art lyrique) e dall’Ensemble instrumental XVIII – 21. - Musique des Lumières che, sotto la direzione di Jean-Christophe Frisch, riprende questo spettacolo da oltre 4 anni portandolo in giro per l’Europa. Anche nella scelta degli strumentisti, Bologna Festival ha un grande merito: quello di avere invitato, specialmente negli ultimi cinque anni, molti complessi specializzati divenuti famosi per le esecuzioni "filologiche", tra cui ricordiamo Les musiciens du Louvre, il Gabrieli Consort & Players, il Collegium vocale e, proprio in questa stagione, il Balthasar-Neumann Ensemble.

Il terzo motivo di grande interesse di questo evento sta nell’intelligenza, da parte della direzione del Bologna Festival, di aver concentrato il proprio impegno organizzativo sulla ricerca di un luogo consono alla rappresentazione. Ciò non è poco se si pensa che l’allestimento di opere sei-settecentesche trascina con sé alcuni problemi di carattere extramusicale: il tipo di drammaturgia operistica cui la maggior parte del pubblico è legata, è molto lontano dal modo in cui veniva concepita un’opera nel periodo barocco, cosicché l’assistere ad una di queste rappresentazioni ci appare sempre come un’operazione di "riesumazione". Non si tratta dunque di riscoprire, bensì di rendere vivo un repertorio e per fare ciò non basta un’esecuzione tecnicamente buona, ma è necessario agire su altri fattori che coinvolgano maggiormente il pubblico. Uno dei modi per facilitare la fruizione è quello di immergere gli spettatori in una "cornice" d’epoca, come se la rappresentazione uscisse dallo spazio delimitato del palcoscenico. Proprio per questo all’estero sono nati parecchi festival specializzati in musica antica e barocca, che si svolgono in luoghi di grande fascino e suggestione, quali antiche abbazie e cittadine medioevali. Vero è che si tratta spesso di operazioni di marketing turistico, ma, a volte, capita anche che il profitto coincida con la qualità del prodotto. In questo caso la "cornice" scelta dal Bologna Festival è stata quella del Palazzo de’ Rossi, costruzione quattrocentesca nei pressi di Sasso Marconi, che rimane ancora pressoché sconosciuta a chi non abita a Bologna o nella vallata del Reno. Il risultato di questa operazione culturale si inserisce dunque in un progetto di rivalutazione del territorio e dei beni artistici della provincia.

Particolarmente interessante e decisamente insolito è stato anche il tipo di messinscena a cui abbiamo assistito. L’opera del sei-settecento francese comprendeva una grande varietà di forme musicali: danze, cori, pezzi d’assieme e ampi interventi strumentali; tutto era progettato non solo con l’intento di ostentare una grande ricchezza musicale, ma anche con lo scopo di sfoggiare ardite soluzioni tecniche per la scenografia.

La rappresentazione ideata dal regista Christian Gangneron, non ha certo rispettato questi termini. La dicitura "versione da camera" presente nella locandina, infatti, è quanto mai esplicativa della concezione che è stata alla base di questa messinscena: scene costituite da qualche pannello nero semovente, costumi monocolori dove il rosso identifica il personaggio negativo di Phébé, principessa di Sparta, mentre il bianco è utilizzato come segno connotativo delle figure positive, i due gemelli e la loro amata, Télaire. L’essenzialità della rappresentazione trovava il suo compimento nel corpo di ballo, costituito da soli due danzatori in calzamaglia nera, e dal coro, composto dall’insieme dei cantanti stessi.

Si potrebbe a questo punto obiettare che tali rivisitazioni in chiave moderna "snaturano" questo tipo di opere che, come nel più puro stile barocco, sono state pensate come spettacolo che vuole "stupire". Si pensi però quale sia una delle caratteristiche più originali delle opere di Rameau che, per dare maggior rilievo all’intensità del dramma, aumenta l’importanza del recitativo accompagnato, tanto che esso sfocia spesso, senza soluzione di continuità, nelle arie. In virtù di questo spostamento d’attenzione, la parola assume un peso maggiore aumentando l’unità drammatica delle opere del compositore francese.

Questa messinscena è stata dunque tutta tesa ad evidenziare l’aspetto puramente drammaturgico e musicale: il tutto è apparso fortemente coeso e privo di allentamenti della tensione drammatica, grazie anche ad una compagnia di canto che, eccellente sotto il profilo tecnico e musicale, ha dedicato molto cura anche alla recitazione.

L’Ensemble XVIII-21, sotto la guida di Jean-Cristophe Frish, ha dimostrato una notevole padronanza tecnica degli strumenti d’epoca ed ha saputo restituire alla partitura una sonorità particolarmente brillante.

Una doverosa menzione spetta anche ai due danzatori e alla coreografia ideata da Jean-Christophe Boclé che, nella sua essenzialità ed originalità di movimenti, è apparsa addirittura geniale per la capacità di accrescere l’intensità del dramma rappresentato.

Benché il pubblico sia stato facilitato nella fruizione dai sopratitoli, è avvenuta qualche rinuncia a metà strada da parte di ascoltatori non avvezzi a questo tipo di spettacoli. Ciò non ha assolutamente ostacolato il pieno successo della serata che ha visto calorosi applausi a tutti gli interpreti.

Gianfranco Marangoni

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