Civiltà musicale veneziana 1998

CALDARA
Missa amabilis per soli, coro e orchestra *
Missa dolorosa per soli, coro e orchestra **

A. Meridda*, E. Conti*, E. Salaro**: sop.
M. Ozawa*, G. Pellos**: msop.
P. Ventura*, B. Zanetti**: ten.
C. Zancope*, A. Casagrande**: bs.
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
G. Andreoli, dir.

Venezia, Chiesa di Santo Stefano

Tra le numerose messe scritte da Antonio Caldara, le due scelte per questo concerto appartengono al lungo soggiorno viennese del compositore veneziano. Testimoniano entrambe la particolare attenzione della Corte Asburgica per il culto mariano, ma riflettono, oltre che due diversi momenti dell’evoluzione del compositore (le separa un intervallo di 14 anni), anche due diversi livelli di "solennità" di una messa.

La prima, che nell’autografo porta il titolo (probabilmente aggiunto in un secondo momento) di Missa amabilis, fu composta nel 1721, quasi certamente in occasione della festa della Madonna del Carmelo, che quell’anno fu celebrata il 17 luglio. Si tratta di una messa particolarmente solenne, come mostra l’organico strumentale arricchito di trombe e timpani, adatta ad una festivita importante non solo nella vita religiosa viennese, ma anche in quella politica. A tanto splendore di effetti corrisponde però un’opera rigidamente vincolata a consuetudini compositive ormai codificate, che limitavano fortemente l’originalità e l’inventiva del compositore: la suddivisione tra sezioni in stile contrappuntistico ed episodi concertati non poteva scostarsi da quella canonica, e le singole parti della messa dovevano concludersi con un fugato; la presenza delle trombe vincolava poi la scelta delle tonalità in cui muoversi, e quelle minori erano riservate agli episodi di carattere più intimistico (senza trombe e timpani) o per sottolineare termini particolarmente mesti (come "crucifixus") insieme con i tradizionali cromatismi. Tuttavia Caldara ha saputo ritagliarsi qualche momento felice, particolarmente negli episodi in stile concertato e in quelli di tono piu sommesso.

Più interessante ci è parsa, nella seconda parte del concerto, la Missa dolorosa, scritta nel 1735, forse per la festa dell’Addolorata ("Sette Dolori della B.V.", a partire dal 1727 celebrata il venerdì della settimana di Passione). Pur trattandosi di una solennità importante, in considerazione del particolare tema della ricorrenza la messa doveva essere solenne, ma non festosa, quella che era definita col termine tecnico di "messa mediocre": ha infatti un carattere piu pensoso della precedente, e un’orchestrazione un po’ più cupa; ma in compenso il compositore, ormai alla fine della sua carriera (sarebbe morto l’anno seguente), si sentiva più libero di seguire la sua naturale predilezione per lo stile concertato, più "moderno" e più vicino alla produzione teatrale del tempo. Ne è risultata una messa più snella della precedente, ma più ricca d’inventiva, con una riduzione dei blocchi di stile contrappuntistico a favore di uno spazio maggiore per i momenti riservati alla sola orchestra (come ad es. 1’introduzione al Benedictus) o a quelli in cui 1’orchestra dialoga coi solisti; certe sezioni risultano sensibilmente accorciate, come il Credo, straordinariamente breve: due rapidi blocchi prevalentemente omoritmici incorniciano e danno rilievo al sommesso Et incarnatus est affidato al coro, e al lento, mesto Crucifixus (con i canonici cromatismi) affidato ai soli; il secondo blocco si spegne poi improvvisamente su "mortuorum", prima del veloce fugato finale. Fugato che naturalmente non manca nemmeno a conclusione del Gloria e dell’Agnus Dei; come pure non mancano i tradizionali cromatismi su "qui tollis" e "miserere" dell’Agnus Dei. Notevole il rilievo dato ai soli, e soprattutto ai duetti: soprano e basso nel Kyrie; basso e tenore con fagotto concertante nel bel Domine Fili unigenite, tenore e alto nel Benedictus (che ha piu rilievo del breve Sanctus), alto e soprano nel lento e solenne secondo Agnus Dei.

Nella cornice trecentesca di Santo Stefano le note della Missa amabilis sono risuonate in tutta la loro sontuosità per questa prima esecuzione in tempi moderni, ad opera del Coro e dell’Orchestra del Teatro La Fenice; il direttore Giovanni Andreoli ha fornito di entrambe le messe una lettura abbastanza pulita e decorosa, ma non è riuscito ad evitare che le prestazioni di un’orchestra e di un coro solitamente impegnati con repertori di altre epoche risultassero inadeguate allo stile di Caldara. Si sarebbe anche potuto curare meglio l’equilibrio tra le parti: in particolare si è notato che il volume del coro spesso copriva del tutto i violini. Analoghe considerazioni si possono fare per i due gruppi di solisti (uno per ciascuna messa), solisti di livello decoroso ma non entusiasmante; nelle loro prestazioni non si sono avvertite differenze significative, a parte le due mezzosoprano, un po’ sotto il livello degli altri Misuzu Ozawa, un po’ sopra Gabriella Pellos.

Il programma prevedeva in origine che fossero intercalati alle sezioni della prima messa due brani strumentali di Lazari e di Veracini, e alle sezioni della seconda messa tre mottetti a cappella di Antonio Lotti; omessi i primi, sarebbe stato opportuno eliminare anche lo Jubilate Deo e l’Ave Regina coelorum di Lotti, (inseriti rispettivamente dopo il Credo e dopo il Benedictus della Missa dolorosa: l’esecuzione a cappella ha infatti messo in luce 1’inadeguatezza dei solisti (non più coperti dall’orchestra) rispetto a questo repertorio; in particolare modesto è stato 1’attacco del Basso (A. Casagrande) nello Jubilate, e altrettanto modesto il tenore (B. Zanetti) nell’Ave Regina (specialmente su super omnes speciosa). Si consideri pure che questi due mottetti sono totalmente estranei allo spirito della ricorrenza per la quale la Missa dolorosa e stata composta. Un po’ esangui gli applausi del pubblico (poco numeroso), per di più strascicati per via del solito rito (in questo caso un po’ penoso) delle uscite e dei rientri di solisti e direttore. Del resto questo concerto dovrebbe essere stato per gli organizzatori un momento di riflessione: la specializzazione oggi ha raggiunto livelli tali che non è più opportuno contare su esecutori buoni "per tutte le stagioni" in grado di affrontare qualsiasi repertorio.

Leo Citelli

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