Civiltà musicale veneziana 1998

OCKEGHEM
Missa sine nomine a tre voci
NONO
Risonanze erranti
per voce, flauto, tuba, percussioni e live electronics

Clemencic Consort
R. Clemencic: organo e dir.
C.N. Bandera: voce
R. Fabbriciani: flauto
G. Schiaffini: tuba
A. Vidolin: live electronics
Percussionisti del Teatro La Fenice
A. Pestalozza: dir.

Venezia, Chiesa di Santo Stefano

Mi sono trovato tra le prime file, con accanto un gruppo di americani in vacanza, intelligenti, ma completamente ignari di quanto avrebbero ascoltato. Probabilmente ne sapevano ben poco sia di musica del quattrocento, che di avanguardia europea di fine millennio; non conoscevano i nomi, e forse credevano di trovarsi di fronte a qualche residuato culturale delle "province dell'impero". Tuttavia, la loro apertura mentale ha consentito loro di fare scoperta di dimensioni sconosciute: hanno guardato un organetto portatile di indubbia fragilità campeggiare nel vasto palco montato nella chiesa di Santo Stefano; un signore di nome René Clemencic suonarlo come immerso in un passato che grondava dalle note inferme e stentate dello strumento; hanno visto tre signori, di cui uno texano - quasi incomprensibile per gli americani scoprire alla fine che era un loro "quasi" vicino di casa a tutelare quel mondo musicale lontano e prezioso - condurre un canto che tanto più dilagava lungo le navate della chiesa, tanto più appariva indagine di uno spazio interiore. Probabilmente, entrando, i miei amici americani tutti rigorosamente sui sessanta anni, ma con un baldante spirito giovanile, hanno osservato le ricchezze artistiche della chiesa e letto qualche riga di commento su una guida che difficilmente coincideva con quanto vedevano, ma in quella mancata sovrapposizione credevano di intravedere proprio i crismi e il valore aggiunto del turismo culturale. Poi, però, quando la magnifica musica di Ockeghem - un monolito modulato e levigato per un'ora dai riflessi cangianti dell'irrequietudine spirituale - è fluita nello spazio, hanno cominciato a guardare la chiesa con l'impressione progressiva che tutto era cambiato: non sentivano più persone alle spalle, ne gli echi di un ristorante troppo in fretta abbandonato. Guardandoli, mi entusiasmavo; mi colpiva come tutto fosse semplice. Sul palco non c'erano segnali di ostentata drammatica interpretazione; i gesti si limitavano al minimo; Clemencic si limitava a leggere lo spartito nelle sezioni vocali, dandomi quasi le spalle e senza accennare alcun gesto di direzione. Capivo che eravamo affacciati su un mondo, come quei quadri tra quattrocento e cinquecento che ci mostrano lo studiolo di un intellettuale e lo spazio sfondare al di là delle finestre nel fondo, in una prospettiva che sembra venire e proseguire all'infinito: e noi in essa.

La Missa sine nomine a tre voci è del 1450 circa ed è una costruzione polifonico-contrappuntistica di tersa levigatura, di una compattezza inscalfibile, intensa quanto "posata". I tre cantanti del Clemencic Consort hanno dimostrato una bravura notevole e una fusione di orizzonti interpretativi non solo mirabile, ma necessaria a un'opera tanto monolitica.

La seconda parte del concerto è stata una sorpresa ancora maggiore per gli "esploratori" americani; prima dell'inizio mi hanno chiesto se questo "Nono" era un giovane che studiava a Venezia; ho risposto loro inflessibilmente che era uno dei più grandi compositori contemporanei. Una delle signore, molto taciturna, ha strabuzzato gli occhi e non credo certo per il mio pur approssimativo inglese. Ho insistito aspramente. Poi è cominciata la musica, diffusa da una decina di casse.

La regia sonora di Alvise Vidolin, altre volte troppo incline all'effettismo nelle esecuzioni successive alla morte in Nono, qui è stata semplicemente perfetta (un solo sbandamento per un suono che restava troppo nell'aria a metà esecuzione non può certo far cambiare giudizio). Forse è stata l'occasione dove più limpidamente si è potuta ascoltare l'erranza poetica dei suoni noniani, il loro percorrere gli spazi, il loro attorniare l'ascoltatore e il loro fuggire lontano. Incredibilmente calcolato anche il rapporto tra l'amplificazione dei vari strumenti e della voce: la fusione, il vagabondare dei suoni tra gli strumenti, l'equilibrio tra picchi intensivi e radure silenziose sono stati tutti resi al meglio e fanno di questa esecuzione un caposaldo interpretativo dell'ultimo Nono. Abbiamo apprezzato molto l'attenzione alla resa delle configurazioni sonore del direttore Andrea Pestalozza, capace di guidare anche il gruppo dei percussionisti, che a tratti, invece, sembravano non proprio disinvolti. Delle bravura indiscutibile di Roberto Fabbriciani e di Giancarlo Schiaffini si sapeva, ma ha ben impressionato anche la cantante Claudia Nicole Bandera, che ha dimostrato sia sicurezza, sia un dominio totale della tecnica, lungo una partitura che contiene un'esplorazione vastissima e profonda delle possibilità espressive.

Risonanze erranti. Liederzyklus a Massimo Cacciari (1986) è una delle opere più grandi di Nono, dove il dialogo tra suono e silenzio diviene altissima concentrazione espressiva e attiva quel "dramma dell'ascolto" che è stato il traguardo di tanto ricercare. Soprattutto qui sono straordinari i passaggi tra le varie configurazioni, perché il silenzio che vi intercorre acquista il valore della pausa necessaria al battito. Questo pulsare sullo sfondo è il mistero stesso della vividezza di una musica che superficialmente sembra una sgranarsi astratto di suoni. Risonanze erranti è poi uno dei brani noniani dove maggiore è la sensualità timbrica, che sembra aprire prospettive di mondi fantastici, incantati, tanto leggeri da sembrare tessuti in filigrana nell'aria e dove le superfici sono ridotte a immateriali riflessi, a dolci ma acutissimi sbattimenti di luce. La voce entra in questi paesaggi immateriali come un vento caldo, fiato umano, respiro che si inarca e trova impensabili cavità del pensiero, semantismo profondo di parole ridotte a stracci soavi che coprono come manto un impalpabile (passato) costato. Vi sono estetiche, come quella noniana, che richiedono al fruitore di andare verso l'opera, di mettersi in cammino verso il testo e di affrontarlo con lo schermo spiegato della nostra sensibilità. Ma la richiesta di questo sforzo è ampiamente compensata dal fatto che l'opera circonda l'ascoltatore, lo investe da ogni dove, lo inserisce entro la propria prospettiva spaziale, anzi lo pone come centro. La superiore efficacia delle opere noniane elettroacustiche proviene da questo rompere con la fonte certificante della provenienza del suono, da questa sottrazione del "palco" verso un'immersione nell'evento musicale di cui l'ascoltatore è protagonista. I gesti degli esecutori appaiono a volte come minuscoli rispetto alla clamorosità dell'effetto, oppure l'effetto giunge in differita (attraverso un delay) e il gesto si spoglia, diventa gesto immaginario, gravido di aspettativa futura mentre la memoria del suono passato è ancora nell'aria.

Gli americani guardano questi suoni, che sembrano non avere paternità, e il corpo della chiesa che li accoglie in affidamento; forse li sentono ancora nell'aria quando escono, li accoppiano ai riflessi sull'acqua e sentono che qualcosa di Venezia germoglierà quando saranno lontano.

Pierluigi Basso Fossali

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