49° Festival d'estate di Dubrovnik 1998

Dubrovnik, 18 - 25 agosto 1998

Pochi festival al mondo possono vantare una ambientazione come quella su cui può contare il festival di Dubrovnik. I concerti si svolgono in piazze, cortili, chiese, fortilizi sfruttando gli infiniti spazi che la città mette a disposizione con la sensazione di essere sempre e in qualunque modo dentro la città, adeguandosi alla sua vita sempre esposta, la differenza tra essere "dentro" ed essere "fuori" qui non si avverte. C’è un grande "dentro" che è il centro racchiuso dalla cinta muraria, e una volta lì gli spazi comuni e i loro ruoli all’interno della città possono cambiare con il variare delle ore, ma l’impressione è sempre quella di usare una città pensata e costruitasi nei secoli secondo un succedersi di necessità che rendono ogni pietra utile, unica , ogni fontana indispensabile proprio lì dove si trova, ogni portico o spalletta di pietra collocati secondo le logiche stringenti della funzione indissolubilmente legata alla bellezza.
Chi entra oggi a Dubrovnik da una delle due porte storiche, Ploce e Pile, trova un grande cartello che mostra la pianta della città tutta costellata di rettangoli rossi e triangoli neri: sono simboli che indicano gli edifici bombardati e i punti in cui caddero schegge e altri proiettili. Dubrovnik fu bombardata nella notte di San Nicola del 1991 dall’esercito serbo e montenegrino. Sessanta persone morirono, civili che magari avevano semplicemente commesso l’imprudenza di correre alla finestra a vedere cosa stava succedendo, non potendo credere che Dubrovnik, città tutelata dall’UNESCO, potesse venire colpita. Al bombardamento seguì un anno in cui la popolazione visse senza acqua, luce, gas e riscaldamento. E poi molti altri anni difficili, con la ricostruzione rallentata dalla mancanza di capitali e dovendo fare i conti con la barbarie serba che, dopo aver profanato il centro storico, passò alla distruzione sistematica degli alberghi per colpire al cuore il settore turistico, portante per l’economia della città.
Abbiamo cercato di capire quello che è stato il destino del festival nel periodo successivo al bombardamento; Ivo Cucevic, direttore tecnico del festival, responsabile degli archivi e delle attrezzature, ha accettato di parlare con noi. Nella notte di San Nicola prese fuoco il palazzo, sede del festival, che conteneva gli interi archivi cartacei con tutte le testimonianze della manifestazione dalla sua nascita. Tutto andò bruciato, insieme al materiale d’ufficio e alle attrezzature. I filmati erano stati tolti, forse presentendo il peggio, un mese prima, e posti in salvo. Nei mesi successivi Dubrovnik si svuotò progressivamente dei suoi abitanti, dove prima vivevano circa quindicimila persone ne rimasero poche centinaia. Il 10 luglio 1992, come ogni anno dal 1949, il Festival volle ugualmente aprire i battenti scegliendo di distribuire per la città diecimila candele che vennero accese contemporaneamente, nel più totale silenzio. Nel mese di agosto alcuni artisti croati vennero a suonare, e poi anche nel mese di settembre, permettendo al festival di mettere in scena, contro ogni logica aspettativa, quarantacinque concerti. Gli artisti stranieri torneranno già negli anni immediatamente successivi, nel 1993 the European Festival Association conferirà al festival di Dubrovnik un riconoscimento per "la coraggiosa determinazione nel continuare il festival nonostante le dure difficoltà economiche, politiche e finanziarie".
Oggi il festival conta su sponsorizzazioni, contributi del governo croato e della municipalità di Dubrovnik nonché, per una quota non trascurabile (circa il 7%) sui proventi del botteghino. Il pubblico internazionale appassionato di musica e teatro è tornato in misura maggiore rispetto al turismo comune, dimostrando in questo modo maggiore sensibilità e noncuranza per presunti pericoli di guerra, ormai sicuramente superati. Anche i restauri e le ricostruzioni dopo i danneggiamenti della guerra sono a buon punto, sebbene in qualche misura i danni sono ancora facilmente visibili. Di questa quarantanovesima edizione noi abbiamo seguito alcuni concerti nelle ultime settimane, non potendo seguire il festival nella sua totalità, dal momento che si sviluppa sull’arco di circa quaranta giorni.

18 agosto 1998
Ensemble Baroque de Paris

Il cortile del Palazzo del Rettore ospitava questo concerto dedicato a quattro grandi musicisti nati alla fine del 1600, J.S. Bach, F. Couperin, J. Ph. Rameau. G. Ph. Telemann, ed è difficile immaginare una sede più adatta per ospitare un piccolo organico cameristico impegnato in opere composte nella prima metà del settecento. Questo spazio, di piccole dimensioni, permette di vivere assieme agli interpreti il momento dell'esecuzione musicale in modo quasi intimo, dato che il pubblico sta sullo stesso piano dei musicisti dei quali può osservare ogni espressione e con i quali può condividere intenzioni ed emozioni. Lo spazio, pur essendo all'aperto, è talmente ristretto e, aiutato da logge, archi e cavità, restituisce il suono in modo impeccabile.

L'Ensemble Baroque de Paris è un quartetto formato da flauto, violino, viola da gamba e clavicembalo. I suoi componenti sono di formazione franco-belga e provengono da esperienze musicali in gruppi quali Les Arts Florissants, Les Musiciens du Louvre, La Petite Bande, ne conseguono la scelta degli strumenti originali, il suono tipico di quella scuola e le scelte interpretative particolarmente attente alla resa della struttura musicale esposta in tutta l'evidenza compositiva, con il consueto rigore e assoluta mancanza di compiacimento per il bell'effetto fine a se stesso.

La Trio sonata in sol maggiore BWV 525, originariamente composta per organo perchè il figlio maggiore Wilhelm Friedmann potesse esercitarsi, è stata qui eseguita in forma concertante come brano iniziale del concerto in un'esecuzione non particolarmente significativa, con qualche incertezza strumentale e scarsa resa del suono, sempre eccessivamente trattenuto e poco brillante, per un effetto di complessivo appiattimento. La suite "La Francaise" da Les Nations di Francois Couperin risultava invece filologicamente più coerente e impeccabile dal punto di vista esecutivo. Il suono decisamente più fluido, i tempi ben scanditi, le quattro parti ben distinte e l'assoluta precisione degli interpreti rendevano il brano molto piacevole all'ascolto. Quest'impressione di naturalezza e consuetudine con il repertorio francese veniva confermata dal quinto concerto dei "Pieces de clavecin en concert" di Rameau che apriva la seconda parte del programma. L'esecuzione, molto raffinata, era impreziosita dal bellissimo a solo di flauto del secondo movimento, "La Cupis", che Philippe Suzanne ha magistralmente eseguito ricavando il meglio da uno strumento ostico come il flauto traverso barocco. Chiudeva il concerto un'altrettanto efficace interpretazione del "Quartetto Parigino" n.6 di Georg Philip Telemann, reso con fantasia, varietà nell'esposizione dei temi e con un particolare abbandono alla dolcezza del suono nell'ultimo movimento, "Modéré", offerto poi come bis al pubblico. Quest'ultimo, attento e competente, ha mostrato di gradire il programma, affollando in modo caratteristico il magnifico loggiato del primo piano o sbucando tra la balaustra dello scalone, come sempre pieno di ragazzi appassionati di musica appollaiati tra un gradino e l'altro.

20 agosto 1998
Gidon Kremer e la KREMERata BALTICA

La KREMERata BALTICA nasce nel 1996 da un'iniziativa del grande violinista Gidon Kremer. Ha sede a Vilnius, in Lituania e comprende giovani musicisti di formazione baltica. A Dubrovnik si è presentato con tre giovanissime musiciste, di straordinaria preparazione e sensibilità musicale: la violinista venticinquenne Lasma Muceniece, lettone, Ula Zebriunaite, viola lituana di ventiquattro anni e Marta Sudraba, violoncellista lettone di ventitre anni. Il programma, come spesso accade nei concerti di Kremer, univa opere classiche a lavori di musicisti contemporanei.

Il programma della prima serata copriva un arco temporale che andava dalla seconda metà dell'ottocento ai giorni nostri, proponendo musiche di Vasks, Klein, Dvorak, e Hindemith, alcune delle quali di rara esecuzione.

Il primo brano in programma "The Book" per violoncello solo di Peteris Vasks vedeva impegnata la violoncellista Marta Sudraba la cui apparizione nel piccolo cortile del palazzo del Rettore lasciava letteralmente stupefatti gli spettatori. Questa artista, bella quanto brava, faceva intendere fin dalle prime note una autorità ed una sicurezza interpretative che lasciavano letteralmente con il fiato sospeso. Peteris Vasks è un compositore lettone della generazione dei cinquantenni, diplomato in contrabbasso che ha suonato per anni in orchestre sinfoniche e da camera. La sua musica, evocativa di melodie arcane e costantemente alla ricerca delle molteplici connessioni tra uomo e natura, esprime tutte le sue suggestioni in questo brano nel contempo malinconico e perso nei frammenti di memorie passate e però estremamente virtuosistico e irto di difficoltà per l'interprete, a cui si richiedono doti di resistenza quasi atletiche. La partitura è costellata di armonici, glissati, diminuendo fino al limite dell'udibilità, crescendo da pianissimo a fortissimo, di accordi al limite dell'armonia che esigono un'intonazione assoluta, e richiede all'interprete grande tecnica esecutiva e sensibilità interpretativa. Un momento di rara bellezza è stato quello in cui al suono del violoncello si univa anche la voce pulita e chiarissima della Sudraba, che, non contenta di aver sedotto il pubblico con la sua bravura di strumentista e la sua magnifica presenza si dimostrava anche capace di intonare un canto che veniva da chissà quale paesaggio dell'anima. Non so se altri affronteranno mai questa pagina così faticosa per chi la esegue e così riposante per chi la ascolta, ma di sicuro difficilmente potranno eguagliare l’unione di freschezza giovanile e consapevolezza interpretativa raggiunte da questa formidabile violoncellista.

Il secondo brano, un trio di Gideon Klein, rievocava memorie di un passato tragico che non si vuole e non si deve cancellare. Fu composto infatti nel 1944 nel campo di concentramento di Terezin e completato nove giorni prima del trasferimento di Klein nel campo di Auschwitz, dove l'autore morirà a soli ventisei anni. Completavano la prima parte del programma le celebri "Miniature, Op.75" per due violini e viola di Antonin Dvorak che, con la loro leggerezza, formavano uno strano contrasto con la portata emotivamente tragica del brano precedente. Qui Kremer e le sue due giovani compagne dimostravano di essere in grado di passare da un repertorio all'altro con estrema disinvoltura eseguendo Dvorak in modo asciutto e senza indulgere in alcun modo a facili effetti rendendo con chiarezza e aderenza stlistica temi e suoni tipici della musica boema.

La seconda parte del concerto vedeva il quartetto al completo per affrontare quel capolavoro di ironia che è il quartetto Midimax di Paul Hindemith. Composto nel 1923 per il quartetto Amar-Hindemith, fondato dall'autore nel quale figurava come viola, questo lavoro affastella con un delirio accumulativo di luoghi comuni che in Italia all'epoca avrebbe avuto un degno contraltare solo nella scrittura di Carlo Emilio Gadda, tutto quanto di più vieto e convenzionale aveva prodotto la musica dell'Ottocento. Ognuno dei sei movimenti in cui è articolato è una parodia di vari generi musicali che il gruppo eseguiva assumendo stile, espressione del viso e gestualità adatte all'occasione. Ci sono un paio di marce sgangherate, piene di stecche e di fuori tempo; un'ouverture in cui vengono messi alla berlina tutti i luoghi comuni tipici delle sinfonie del melodramma italiano di primo ottocento, eseguita come lo farebbe un'orchestrina di un teatro di provincia; un valzerino viennese suonato come in caffe` di Vienna un po' polveroso; gli aspetti più deleteri del violinismo danubiano, suonato stranamente con due elementi spalle al pubblico, forse in improbabile contemplazione di un paesaggio fluviale non meglio identificato, esagerati e patetici in precario equilibrio tra l'attesa di un'ovazione della folla o, più realisticamente, di una miserabile mancia nel piattino. Difficile riuscire a suonare peggio di come magistralmente hanno fatto queste meravigliose ragazze insieme a Gidon Kremer. Si sa che quanto più un brano presenta stonature e dissonanze, tanto più chi lo suona deve avere un'intonazione cristallina e una tecnica ineccepibile. Oltre a tutto ciò, il quartetto ha dimostrato quella vis comica e quella gioia di suonare insieme divertendosi senza le quali l’esecuzione di un lavoro come questo non avrebbe senso. Il pubblico, letteralmente esilarato, coglieva immediatamente lo spirito di questo Minimax sottolinenado spesso il proprio gradimento con sincere risate. E vero intrattenitore si dimostrava Gidon Kremer che interveniva di tanto in tanto dando delucidazioni, in piena sintonia con lo spirito di salotto musicale che aleggia nel cortile del Palazzo del Rettore. Il pubblico, che non voleva proprio andarsene, ha avuto come bis il magnifico Four for Tango di Astor Piazzolla.

21 agosto 1998
Gidon Kremer - KREMERata BALTICA

Il secondo concerto della KREMERata BALTICA presentava gli stessi musicisti in un programma di musiche di autori contemporanei, con l'unica eccezione della Serenata per trio d'archi op.8 di Ludwig van Beethoven. Difficile comprendere i motivi dell'inserimento nel programma di questa opera giovanile che Beethoven scrisse nel 1897, che risente fortemente di accademismi e dell'influsso della maniera di Haydn e Mozart. Beethoven compose questo trio nel genere della serenata, articolandolo in più movimenti all'interno dei quali il tema della danza è il più ricorrente. La KREMERata ha seguito anche in questo lavoro quella linea di estremo rigore che contraddistingue le sue interpretazioni, puntando soprattutto sul ritmo e sulla ciclicità della costruzione del brano, senza mai abbandonarsi e senza nulla concedere agli effetti più consueti, ottenedo un effetto di straniamento un po' troppo vicino alla noncuranza al punto da far sorgere interrogativi sul senso di questa scelta. L'esecuzione risultava comunque meno convincente e talvolta meno precisa rispetto alle opere di autori contemporanei che costituivano la parte prevalente del programma, in cui il gruppo dimostrava di essere una "macchina" interpretativa tecnicamente e stilisticamente perfetta. Era il caso della musica seriale, monotona e francamente poco interessante, ancorchè molto molto di moda, di Philip Glass e di quella ora sognante, ora tormentata del sessantatreenne georgiano Gija Kancheli che mettevano alla prova l'intonazione e i sincronismi del gruppo. Concludevano il programma due brani di Astor Piazzolla, autore che Kremer interpreta e stravolge con una passione e una dedizione che sono diventati quasi un "genere" a parte. L'incontro tra il compositore argentino "costretto" ai tanghi e alle milonghe e il violinista di grande scuola classica che si innamora di queste musiche malinconiche, le suona a modo suo e ce le restituisce nella loro più profonda integrità rappresenta qualcosa di unico che non finisce mai di meravigliarci. Mai personaggi furono più lontani, eppure quando la KREMERata BALTICA attacca "Adios Nonino" la commozione entra in questo caldo cortile mediterraneo insieme con le atmosfere piovose e marginali della Buenos Aires di Piazzolla.

22 agosto 1998
The Academy of Ancient Music - Christopher Hogwood, dir.

Non crediamo sia necessario spendere molte parole sull'Academy of Ancient Music e sul suo direttore e fondatore, Christopher Hogwood, data la fama di cui godono entrambi. Dall'anno di fondazione, il 1973, l'Academy di dedica all'esecuzione con strumenti d'epoca del repertorio barocco e pre-classico, anche se negli ultimi anni non ha disdegnato digressioni nel repertorio classico e romantico. Al festival quest'anno l'Academy of Ancient Music si è presentata con un organico ridotto, cinque elementi in tutto per un programma che comprendeva sonate, partite, preludi del primo periodo barocco. E anche questi musicisti inglesi non si sono sottratti all'atmosfera intima del cortile del palazzo del rettore, avviando spontaneamente un dialogo con il pubblico per raccontare vicende relative ai brani che avrebbero eseguito e ai loro compositori. Così il simpaticissmo Andrew Manze risolveva con molto humor l'incoveniente di una corda di violino saltata in pieno concerto e nell'arco di tempo necessario per la sostituzione ci raccontava storie interessanti su Biber, sulle sue sonate, sui problemi dell'accordatura dello strumento e dello stile dell'esecuzione. Peccato che alle buone intenzioni esecutive così garbatamente espresse a parole non corrispondeva un'altrettanto gradevole resa musicale. Quando si affrontano pagine di virtuosismo violinistico come quelle di Schmelzer e Biber non ci si possono concedere leggerezze e approssimazioni come quelle mostrate dall'Academy in questo concerto. L'esecuzione, funestata da un'intonazione sempre al limite, non brillava neppure per varietà di intenzioni e fantasia interpretativa. I passaggi più complessi venivano superati con non poche difficoltà ed il suono secco ed impastato dei violini "d'epoca" contribuiva in qualche misura a produrre anche note non scritte e effetti indesiderati. Difficile ascoltare un Händel più noioso e monotono di quello proposto o un Canone di Pachelbel che di canonico conservava ben poco. Anche Hogwood, gradevolissimo nel rivolgersi al pubblico, ci ha raccontato delle storie interessanti su Purcell, sulla Ciaccona in sol minore e sulla sua esecuzione. Questa volta però alle lucide intenzioni interpretative espresse a parole corrispondeva una magica resa musicale. Di rara bellezza erano le esecuzioni dei tre brani di Purcell proposti, a dimostrare che l'Academy può e sa suonare con gusto ed espressione, senza sbavature e con perfetta aderenza stilistica ottenendo momenti musicali di intensa bellezza da queste pagine purtroppo poco eseguite, in virtù di un serio lavoro di ricerca filologica e di preparazione musicale rigorosa, a dispetto degli strumenti originali che stavolta suonavano benissimo.

Il bis del popolarissimo canone di Pachelbel ha concluso il concerto, che ha riscosso un buon successo di pubblico.

24 agosto 1998
Orchestra Filarmonica di Zagabria
Nikolai Petrov, pianoforte
Milan Horvat, dir.

L’orchestra filarmonica di Zagabria è la più prestigiosa ed antica orchestra della Repubblica croata, la cui fondazione risale al 1871. Molti celebri direttori l’hanno diretta, da Walter a Krauss, da Kubelik a Stokowski, da Maazel a Metha e a von Matacic. La direzione del concerto della serata era affidata a Milan Horvat, direttore principale onorario dell’orchestra, musicista di estrazione mitteleuropea specializzato in Bruckner, Mahler e nei musicisti croati contemporanei. Il programma comprendeva l’impegnativo Terzo concerto per pianoforte in do maggiore, op.26 di Sergej Prokofjev, affiadto al pianista russo Nikolai Petrov, e la nona sinfonia in mi minore detta "Dal nuovo mondo", di Antonin Dvorak. Il concerto si teneva nella chiesa dei francescani, un edificio del XIV secolo ampiamente rimaneggiato in seguito al terremoto del 1667. L’ambiente, ad un’unica navata, era in grado di accogliere i numerosi spettatori presenti ma era funestato da un caldo insopportabile oltre che da un’acustica fortemente compromessa. Quest’ultimo fattore penalizzava soprattutto l’esecuzione del terzo concerto di Prokofjev, in cui il suono dell’orchestra copriva costantemente quello del pianoforte che, al di là delle prime file, si udiva a stento. Il terzo concerto per pianoforte fu terminato nel 1921 dopo molti anni di lavoro, riscuotendo un grande successo fin dalle prime esecuzioni e divenendo, in questo modo, uno dei lavori più popolari dell’autore. In un impianto sonoro in sui sono nettamente prevalenti gli aspetti ritmici e percussivi, assumono particolare rilievo i due movimenti in cui prevale la melodia intensa ed accorata che spezza il tema principale. A questi tempi lenti Petrov ha conferito un intenso lirismo spezzando nettamente l’aggressività ritmica e percussiva con cui ha affrontato i tempi veloci, resi peraltro con rara esattezza e forza interpretativa. L’interpretazione estremamente dinamica che ne è scaturita è stata solo in parte apprezzabile a causa dei problemi di acustica cui si faceva cenno più sopra. Il suono della filarmonica di Zagabria è pulito e compatto, ogni sezione è precisa negli attacchi e c’è un buon equilibrio di suono tra le varie sezioni, anche se va segnalata in positivo la formidabile sezione degli ottoni, dal suono di rara potenza e precisione. Ben diretta dal maestro Milan Horvat ha dato vita ad un’ottima esecuzione della sinfonia "Dal nuovo mondo" di Antonin Dvorak. Di grande respiro nell’adagio-allegro iniziale e capace di toni dolcissimi nel largo, Horvat ha conferito grande risalto ai temi tipici della tradizione dell’est così come a quelli descrittivi del "nuovo mondo". Ogni singolo tema nasceva, si sviluppava e moriva all’interno di ogni movimento come per un processo di giustapposizione di immagini che rendeva in tutta la sua varietà la profusione di fantasia tematica espressa da Dvorak in quest’opera.

25 agosto 1998
Orchestra Filarmonica di Zagabria
Radovan Vlatkovic, corno
Pavle Dešpalj, dir.

L’ultimo concerto in programma al Festival di Dubrovnik si è tenuto nuovamente nella chiesa dei francescani, con un curioso programma nella prima parte che vedeva l’esecuzione dell’ouverture dell’opera "Amfitrion", del compositore croato del ‘900 Boris Papandopulo, seguita dal primo concerto per corno e orchestra in mi maggiore, op. 11 di Richard Strauss nel quale il giovane cornista Radovan Vlatkovic ha dimostrato di che cosa può essere capace un corno suonato alla perfezione. Il concerto di Strauss non è niente più che un’esercitazione abbastanza convenzionale, ma quello che ci ha fatto ascoltare Vlatkovic ha del miracoloso. La sicurezza, la forza, la brillantezza del suono espressa da questo interprete ci ha letteralmente stupito. Completamente scoperto per tutta la durata del brano non ha mai ceduto per un attimo a difetti di intonazione, mantenedo sempre una dolcezza nell’emissione veramente straordinaria.

La prima sinfonia in re maggiore "Il Titano" di Gustav Mahler concludeva il programma ed il festival.

Sotto la direzione del maestro Pavle Dešpalj, direttore musicale del festival, la Filarmonica di Zagabria ha fornito una interpretazione assolutamente non convenzionale di quest’opera, almeno per ascoltatori come noi abituati ad una lettura estremamente analitica e razionale di questa partitura. Qui il procedimento per nuclei sonori che rapidamente sorgono e decadono era assolutamente enfatizzato. Una miriade di microstorie si affacciava alla nostra percezione, ciascuna con una vita propria indipendente dall’architettura complessiva che per una volta sfuggiva al desiderio di unificare e razionalizzare che molte volte caratterizza la lettura di questa sinfonia, a formare un racconto ora patetico, ora grottesco, ora buffo, ora perdutamente lirico. Il terzo, celebre movimento è stato reso con una tensione narrativa difficile da eguagliare. L’esplosione del finale ha esaltato la splendida sezione degli ottoni di cui l’orchestra dispone.

Il Festival di Dubrovnik si è chiuso alla mezzanotte precisa del 25 di agosto con una cerimonia a cui hanno preso parte danzatori, attori e musicisti a rappresentare le tre anime del Festival. La bandiera della città, bianca con al centro la scritta "Libertas" in rosso, in memoria dell’antica ed orgogliosa indipendenza di questa città, è stata ammainata tra il silenzio degli astanti che seguivano compunti tutto il rituale che si riproponeva quest’anno per la quarantanovesima volta dalla fondazione. L’anno prossimo sarà il cinquantesimo, chissà cosa ci sta preparando questa coraggiosa, sorprendente città.

Daniela Goldoni

Silvano Santandrea

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