ECLAT 2000
Konzert 2
NONO: Da un diario italiano
TALLIS: Spem in alium
STROPPA: miniature estrose
XENAKIS: Sea nymphs
HUBER: ACH, DAS ERHABENE... betäubte fragmente

Florian Hölscher, pianoforte
SWR Vokalensemble Stuttgart
WDR Rundfunkchor Köln
R. Huber, dir.

Stuttgart, Theaterhaus

Alla memoria di Luigi

Theaterhaus è in un luogo nei sobborghi di Stoccarda, o meglio, è una vecchia fabbrica, forse una vetreria, buttata tra aree abbandonate ed edifici industriali della periferia est della città, lungo le rive del Neckar che rimane però invisibile. Non si pensi ai graziosi docks ristrutturati di Londra o di Marsiglia, questa è proprio periferia industriale dura, in parte dismessa e in parte in fase di ristrutturazione, dove si alternano terre di nessuno, vecchi capannoni in disuso e modernissime showrooms di vetro e alluminio. Esternamente l’edificio del Theaterhaus è ricoperto da graffiti, firmati e ben conservati. All’interno uno spazio di lavoro vasto e articolato è arredato con piante vive, vecchi divani di velluto rosso, finti lampadari di Murano appesi storti alle traversine di ferro del soffitto. C’è tutto quanto può servire ad uno spettatore: un bar per le bevande fredde, uno per le bevande calde e un piccolo ristorante. L’impressione è quella di essere accolti in un luogo in cui si starà benissimo, amichevole, frequentato da persone sinceramente interessate a quello cui stanno per assistere, in cui nessuno si esibisce per ciò che è o peggio, per ciò che vorrebbe far credere di essere. Qui per cinque giorni, in un programma fittissimo, si alterneranno nuove opere di giovani compositori dell’ultima generazione, alternate ad opere di autori classici della musica contemporanea.

Nel foyer più grande si può vedere un plastico del centro polifunzionale che verrà costruito per ospitare le attività del Teatherhaus, che presumibilmente abbandonerà questa sede provvisoria (è in funzione dal 1985) per spostarsi in una struttura adeguata alla miriade di attività espresse da questo gruppo di lavoro. Penso all’Italia e a quanto tempo ci vorrebbe per costruire qualcosa di simile. Penso a Stoccarda, città in cui si continuano a produrre cose concrete in una realtà sempre più postindustriale, alla sua resistenza allo snaturamento rispetto ad una tradizione produttiva sempre più in discussione e alla volontà di apertura verso l’innovazione e di desiderio di comprendere e incoraggiare le istanze di ricerca più avanzate rappresentate anche da questo festival. Eclat è anzitutto un festival antivirtuale, in cui ogni cosa accade realmente sotto i nostri occhi per la prima volta, in cui i compositori appaiono in persona alla fine dei loro brani e noi li vediamo davvero, in cui ogni forma sovrastrutturale è eliminata, come si può ben capire leggendo il programma e le note di presentazione. L’assunto espresso in pochissime frasi da Hans-Peter Jahn nella presentazione del programma di sala è che ognuno deve diventare responsabile di quello che ascolta, senza il conforto di alcuna spiegazione, di introduzioni storiche, o di analisi estetiche. Ricorda a tutti noi che all’epoca di Beethoven gli ascoltatori non avevano alcun aiuto in questo senso, entravano ed ascoltavano. Chi viene a Eclat si trova in questa situazione di totale libertà. Il programma ci dirà che brani ascolteremo, chi li interpreterà, e nelle pagine finali aggiungerà qualche riga sulla biografia di compositori e interpreti, molto più essenziali di quelle che si inseriscono in un qualsiasi curriculum vitae.

La prima parte del programma prevedeva Da un diario italiano (1962-1964) di Luigi Nono, per settantadue voci e doppio coro, di rarissima esecuzione. È un brano in cui ritroviamo tutte le convenzioni della scrittura corale utilizzate per un tempo brevissimo, ma in sé compiuto, incastonata in un tessuto musicale ricchissimo su cui si sviluppano singole linee melodiche molto asciutte. Come in molte opere corali di Nono la suggestione è indescrivibile. Le voci hanno sviluppi brevi, apparentemente elementari, e l’estensione non è mai estrema. Quello che conta è la loro articolazione. L’impressione è quella di un edificio musicale in continua mutazione, o di una stratificazione rocciosa simile ad una parete a mosaico costruttivo, come se nell’edificazione di un muro ciclopico si mutassero continuamente le tecniche e le procedure. È una parete in cui cambiano continuamente le strutture portanti ed i materiali.

L’idea di dividere in due parti l’esecuzione del brano di Nono, inserendovi nel bel mezzo Spem in alium di Thomas Tallis si è rivelata una scelta di impaginazione programmatica illuminante. L’ascolto del famoso mottetto di Tallis, esempio altissimo di architettura polifonica rinascimentale, ha permesso di riconsiderare la recezione del brano di Nono e di cogliere un’evidente valenza di sintesi progettuale tra due percorsi di sperimentazione assai diversi e così lontani nel tempo. E’ apparso evidente che si tratta di due grandi lavori di ricerca giunti alla compiutezza nell’arco stesso della loro composizione, come se una tesi di complessa dimostrazione si risolvesse in un’unica, geniale equazione. Diversamente dalla variegata costruzione noniana, Spem in Alium si basa su ininterrotte linee melodiche che si intrecciano, seguendo un contrappunto tanto complesso quanto suggestivo, fino ad annullarsi, per ricomporsi in qualcosa d’altro (alium, appunto). L’esecuzione dell’ottimo SWR Vokalensemble Stuttgart e del WDR Rundfunkchor, diretti da Rupert Huber, ha aggiunto motivi di riflessione sul significato dell’interpretazione della musica antica filtrata attraverso le esperienze della musica contemporanea, e viceversa. Tallis è stato reso con una leggerezza di suono stupefacente, considerando l’impegno di un organico enorme, in cui tutti gli effetti legati alla tradizione esecutiva della grande polifonia rinascimentale erano sostituiti dalla messa a nudo del puro disegno polifonico. Tale si è rivelata la pertinenza della scelta programmatica che ci viene da pensare che dipendesse direttamente dal direttore del coro, Rupert Huber, personaggio tanto anticonvenzionale quanto ammirevole nella conduzione, sicura e senza la minima sbavatura, di lavori corali così diversi e di tale difficoltà esecutiva. È da mettere in rilievo il gusto raffinatissimo espresso dal direttore nella qualità dei suoni, freddi e puliti, e nella cura dei volumi, pieni e ricchi anche se sempre misurati.

La seconda parte del concerto presentava un’importante lavoro di Marco Stroppa, miniature estrose (1991-1999) per pianoforte solo. Si tratta di una lunga riflessione sulla storia legata al destino di questo strumento e, nel contempo, è anche una ricerca sul linguaggio "per" questostrumento. Stroppa infatti prevede l’impiego di ogni parte del pianoforte in cui l’interprete entra per creare una sorta di duetto tra corde e tastiera. Si tratta anche di un ripensamento sulla memoria stratificata nella letteratura legata al pianoforte, non un mero lavoro di citazione, ma proprio una ricerca di archetipi e di gesti a volte tecnici, a volte compositivi, che vengono proposti per essere immediatamente messi in discussione. Marco Stroppa era presente in sala, ed è stato chiamato da Florian Hölscher, generoso interprete di un brano di grande impegno per l’esecutore, a condividere gli applausi più che convinti della platea.

L’ultima parte del concerto prevedeva due brani, Sea nymphs (1994) per coro misto di Iannis Xenakis e ACH, DAS ERHABENE…betäubte fragmente (1999) per due cori misti a 36 voci con Coda di Nicolaus A. Huber. Il pezzo di Xenakis è una breve composizione basata sull’onomatopea, sull’imitazione dei suoni della natura, quasi un contrappunto bestiale sottomarino, giocoso e divertente e, come sempre nella scrittura corale di Xenakis, di altissima fattura, la cui scrittura sembra fatta apposta per valorizzare al massimo le potenzialità della voce umana.

L’ultimo brano in programma, il cui titolo in italiano suona Ah, il sublime…si rivelava subito come un compendio dei rumori legati maggiormente al taedium vitae. Il coro si disponeva in due sezioni molto lontane l’una dall’altra, una sul palco e una alle spalle della platea, dove lateralmente, si trovava un tavolino apparecchiato con una signora vestita di rosso seduta in attesa. La memoria correva subito a Giorni felici, di Samuel Beckett, con un tavolinetto da picnic in sostituzione della mitica montagnetta di sabbia. Ad un certo punto, con notevole imbarazzo, la signora, evidentemente assai ben educata, iniziava a mangiare pollo, frutta e verdura tentando di fare più rumore possibile, mentre, qualche attimo più tardi, alcuni finti spettatori si mettevano a sgranocchiare degli amaretti, non risparmiandoci alcun effetto di disturbo. Dal canto suo il coro doveva superare enormi difficoltà, riproducendo tutti i rumori ed i suoni di fondo della quotidianità. Anche in questa parte del concerto si faceva molto apprezzare la scelta di avvicinare due opere basate sull’imitazione dei suoi della vita, sia essa reale o immaginaria. Il lavoro di Huber, di notevole impatto emotivo, si rivelava capace di raccontare con ironia il disagio della condizione umana. Il concerto ha avuto enorme successo, con il pubblico che non si stancava di applaudire gli interpreti e l’autore, Nicolaus Huber, presente in sala.

Daniela Goldoni

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