ECLAT 2000
Konzert 6
L’╔toile Filante
DILLON: Vapor
FEDELE: Primo quartetto d’archi
NEUWIRTH: Nova Mob
HIDALGO: Ammassend und affektiert
IMBESCHEID: Zeitspur
XENAKIS: Tetras
LEVINAS: Les lett

Arditti String Quartet
Neue Vocalsolisten Stuttgart

Stuttgart, Theaterhaus

Come Ŕ nella tradizione di Eclat, ad uno dei concerti viene solitamente affiancato uno spettacolo teatrale. Quest’anno si trattava di una pantomima, L’Etoile Filante, affidata a due bravissimi mimi, Wolfram von Bodecker e Alexander Neander, e anche agli interpreti musicali, che spesso partecipavano attivamente alla parte scenica. La storia di Etoile Filante Ŕ incentrata su una spedizione nello spazio nello stile di Jules Verne, con un’astronave a forma di palla rozzamente imbullonata, gli scienziati in camice bianco, un telescopio da salotto e tutto l’armamentario di gags legate al viaggio nell’impossibile. Francamente non abbiamo del tutto condiviso questo tipo di proposta. Se da una parte era divertente vedere i componenti del Quartetto Arditti che si prestavano ad entrare nel gioco scenico dimostrando un notevole senso dei tempi comici, e accettando di portare le penne dell’indiano (Graeme Jennings), un grembiule da cameriere di bistrot (Dov Scheindlin) e una collana da viaggio a Honolulu (Rohan de Saram), dall’altro ci sembrava che l’occasione togliesse un po’ di spessore alle opere presentate. Anche i Neue Vocalsolisten Stuttgart si sono rivelati ottimi attori, e in questo spettacolo facevano veramente di tutto, sia dal punto di vista vocale che scenico, dimostrando una volta di pi¨ di essere uno dei complessi corali cameristici pi¨ preparati sulla scena della musica contemporanea. La necessitÓ di affiancare obbligatoriamente ad ogni momento teatrale una composizione musicale, soprattutto se nata indipendentemente dalle esigenze dello spettacolo, finiva per forzarne la presenza a mero commento pi¨ o meno riuscito della parte scenica. Vapor (1999), di James Dillon, per quattro voci e quartetto d’archi, risultava ad esempio perfetto per il prologo. E’ un brano in cui il Quartetto Arditti e quattro componenti dei Neue Vocalsolisten Stuttgart intrecciavano una rete fittissima di linee musicali brevi indipendenti, apparentemente interrotte ma immediatamente riprese da qualche altro componente dell’ensemble. La linea vocale risultava molto interessante, basata com’era sulla parola stretta con effetto di conversazione concitata, con quel distacco ironico legato alla tradizione profana dei Singing Club, che qui diventava nevrotico e frenetico. L’idea della concitazione che precede un viaggio, o un progetto di vasto respiro, era resa efficacemente. Il brano di Dillon inoltre non doveva lottare con la messinscena come invece Ŕ accaduto al lavoro successivo di Ivan Fedele per quartetto d’archi, per accordare del 1980, in cui ci˛ che accade prima dell’inizio della "musica", l’accordatura, veniva un po’ superficialmente associata dagli autori della piŔce teatrale ai preparativi per la partenza. In realtÓ il lavoro di Ivan Fedele ci parlava della complessitÓ di ogni inizio, facendo assurgere a cuore di uno sviluppo compositivo compiuto l’indagine su un momento in apparenza puramente funzionale e marginale, quello appunto dell’accordatura. Il quartetto Arditti riusciva a mettere in luce anche il contenuto di ironia e leggerezza presente in quest’opera, soprattutto nelle battute iniziali, per poi affrontare con sempre maggiore convolgimento la complessitÓ di una scrittura musicale che cresceva su se stessa con intrinseca necessitÓ.

La seconda parte era la meno interessante dal punto di vista musicale, con due composizioni per voci costruite sulle eccezionali capacitÓ dei Neue Vocalsolisten Stuttgart, ma sostanzialmente nessun brano usciva dall’ambito del divertissement. Era veramente spassosa una presa in giro della gestualitÓ minimalista incentrata su un brano che minimalista non Ŕ, Zeistspur (1999) di Albrecht Imbescheid, con i due bravi mimi, Wolfram von Bodecker e Alexander Neander che esasperavano in modo buffo la platea infliggendole una eterna sequenza di gesti drammaticamente inutili ma uguali a se stessi, sporchi e cialtroneschi quanto enfatici e lustri sono invece quelli legati alla sedicente "cultura"(?) minimalista.

La terza parte si apriva con Tetras, di Iannis Xenakis, inserito senza urgente necessitÓ nell’intreccio narrativo in quanto faceva riferimento alla fine del viaggio, e si concludeva con un brano di scrittura musicale molto interessante, Can Silim Tun (1999) per quattro voci e quartetto d’archi di Hilda Paredes, giovane compositrice messicana di formazione inglese. Il successo Ŕ stato convinto, con moltissime chiamate da parte di un pubblico visibilmente soddisfatto e divertito.

Daniela Goldoni

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