
ECLAT 2000
Konzert 7
KURTAG: Officium breve in memoriam Andreae Szervànszky (1988-1989) per quartetto
darchi op.28
PLATZ: Tau (1998-1999), quartetto per archi n.2
BEETHOVEN: Quartetto in do diesis minore op.131
(1826)
Arditti String Quartet
Stuttgart, Theaterhaus
Latmosfera che circondava
questo concerto aveva qualcosa di irreale. Arriviamo alle 10.30 del
mattino, in una grigia giornata di metà febbraio, in una periferia
figlia di nessuno, sbarcando da una metropolitana deserta se non per
qualche dozzina di persone che ritroveremo nel solito capannone che
di giorno, senza neppure i fili di lucine che decorano, si fa per
dire, la facciata, appare ancora più precario. Allinterno troviamo
però caffè, cappuccini, croissants caldi e diversi gruppetti
di persone che silenziosamente leggono il giornale. Alle undici entriamo
nella sala da concerto, lo "spazio nero" in cui stiamo ormai
da quattro giorni, provvisorio al limite dellabitabilità, in
cui silenziosamente si accomodano i primi spettatori. La prima fila
è ancora vuota, a poco più di un metro e sullo stesso piano su cui
sono già pronte le quattro sedie e i quattro leggii. Entra il Quartetto
Arditti, questa volta in regolamentare divisa da concerto, senza penne
e grembiuloni, e attacca lOfficium breve in memoriam Andreae
Szervànszky di György Kurtag. Qui si crea uno di quei rari attimi
in cui improvvisamente ci si rende conto che il solo fatto di essere
lì, proprio in quel momento, può dare un senso a tutto. La musica
di Kurtag è apparentemente di una semplicità disarmante, in realtà
appartiene alla tipologia della più alta comunicazione che riesce
a costruire solo chi riesce a parlare direttamente a non si sa quali
recessi dellinconscio. La storia che è dentro di noi, non la
nostra storia individuale, ma quella culturale, oggettiva, di comunità
razionale si incarna in quei nuclei di brevità, o forse di assenza
di tempo, in una durata che non si riesce a quantificare. Tutto sembra
iniziare e concludersi direttamente, e condensare in quel tempo/non
tempo secoli di esperienze. Lultimo frammento è bellezza assoluta,
non paragonabile a nessun altro e nientaltro, così compiuta
che non lascia rimpianti.
Il quartetto che segue, Tau
(1998/99) di Robert Platz è un lavoro di notevoli proporzioni, molto
ben costruito musicalmente, centrato su brevi nuclei armonici secchi,
asciutti e tendenti ad autoannullarsi. Il suono, scheletrico e nudo,
esce con cruda nettezza dagli archi del Quartetto Arditti, la cui
facilità di entrare nel senso ultimo delle opere che eseguono è tanto
naturale e apparentemente semplice da sembrare disarmante.
Il concerto si conclude con il
Quartetto op. 131 di Ludwig van Beethoven, che, nel susseguirsi
di questi quattro giorni di musica ancora fresca dinchiostro,
assume il ruolo di un alieno. Linterpretazione che ne dà lArditti
è strepitosa nel mettere in luce tutta la sperimentalità e la ricerca
estrema dellultimo Beethoven che in questo contesto non sappiamo
se rappresenta il compositore che è, o che è stato, o che sarà. Questo
Beethoven ascoltato in queste condizioni esce da tutte le categorie
storiche e temporali, un po come la nostra cellula nera incastrata
tra gli stabilimenti Mercedes e la concessionaria dellAudi-Volkswagen.
Il quartetto Arditti è stato subissato
di chiamate, ma non ha concesso bis, e ha fatto benissimo. Tutto era
concluso, qualunque altra nota sarebbe stata superflua. |