HANDEL
Il trionfo del tempo e del disinganno HWV 46a (1707)

Laura Aikin - Bellezza (soprano)
Véronique Gens - Piacere (soprano)
Sonia Prina - Disinganno (mezzosoprano)
Christoph Prégardien - Tempo (tenore)
Il Giardino Armonico
Giovanni Antonini, direttore

Lucerna, Konzertsaal

Possiamo affermare, a distanza di tre anni dall'inaugurazione della Neuekonzerthall contenuta nel Kultur-und Kongress-zentrum Luzern che questo complesso si è inserito a tutti gli effetti nel tessuto urbano di Lucerna di cui costituisce evidentemente un punto di riferimento nodale. La presenza delle collezioni d'arte, della sala da concerti, di una piccola libreria dedicata a testi di arte e architettura e di bar aperti fino a tarda ora rende questo spazio animato per tutto l'arco della giornata. L'intuizione migliore dei suoi progettisti, a nostro parere, è stata quella di adeguare i quattro prospetti alle diverse tipologie edilizie, urbanistiche e ambientali cui dovevano adattarsi. Così il prospetto che dà sugli uffici postali è dimesso e destinato a funzioni accessorie e di lavoro: un lungo corridoio passante ospita i parcheggi destinati alle auto e ai mezzi di servizio. Il fronte che si affaccia sulla stazione ferroviaria è costituito da una leggerissima griglia di metallo semitrasparente a fare da filtro tra esterno ed interno, come a voler evitare una chiusura elitaria tra il museo e la parte della città più vitale e quotidiana, la piazza della stazione e degli autobus. D'altro canto tutto l'edificio è legato a doppio filo con la stazione alla quale è collegato da un sottopassaggio che permette di recarsi direttamente dalle poltrone della platea agli scompartimenti del treno in un percorso tutto al coperto. I due prospetti affacciati sul lago sono caratterizzati dalle enorme pensiline aggettanti di metallo liscio e lucido che, in particolari condizioni di luce, riflettono le acque del lago. La parte che dà sul lago aperto è chiusa e cupa, coperta in gran parte da pannelli blu scuro e marrone, ravvivata solo dalle luci coloratissime di un bar, mentre l'ingresso alla sala da concerto è completamente aperta, tutta in vetro trasparente e acciaio che alla sera si illumina ed elimina le cesure tra interno ed esterno. E' molto bello vedere dalla città le luci che animano l'edificio ed un incanto per chi è nel foyer vedere il lago di notte e la città illuminata. Una parte del lago di Lucerna passa simbolicamente, ma neanche troppo dato che l'acqua è proprio vera, dall'esterno fino all'interno del grande foyer a pianterreno. Incastonato in questa struttura di vetro e acciaio, come un corpo estraneo, vi è il nucleo in legno della Konzertsaal il cui spazio è architettonicamente meno interessante del resto. La platea è di media dimensione e la sala si sviluppa molto in altezza dove sono sistemati quattro ordini di strette balconate. Le pareti sono ricoperte di pannelli bianchi traforati che creano un effetto un po' mesto da sala cinematografica del secondo dopoguerra, mentre il soffitto blu notte puntinato da lampadine a mo' di stelle solleva abbastanza gli animi. L'impianto luci, ottimamente riuscito, offre ampie possibilità di illuminazione.
La sala è quasi priva di riverbero, il suono si propaga molto bene consentendo agli spettatori di udire anche i pianissimo più esasperati ma concede poco agli effetti e non perdona nulla agli esecutori.

Il suono del Giardino Armonico, in questo contesto acustico che mette a nudo analiticamente la cifra timbrica e d'insieme dei complessi orchestrali, risultava brillante, dolce, caldo e pastoso, insomma tipicamente "italiano". Non dimentichiamo che Giovanni Antonini, in controtendenza con i principali specialisti di musica barocca del momento, tiene un diapason addirittura leggermente più alto rispetto alla frequenza canonica "moderna" di 440 hertz. Ugualmente intelligente ci è parsa la scelta del Giardino Armonico, che finora si è dedicato principalmente ad autori italiani del Sei e Settecento, di misurarsi con l'Händel degli esordi romani, nella consapevolezza che le proprie caratteristiche interpretative possono adattarsi perfettamente alla musica del giovane musicista tedesco alle sue prime esperienze italiane, profondamente influenzate dalla musica di scuola romana, napoletana e veneziana. Con questa partitura Händel metteva le basi di buona parte del suo lavoro futuro infatti, nel corso della vita, tornerà più volte, quasi nostalgicamente, agli anni giovanili romani e a questo oratorio in particolare, ponendovi mano più volte o riutilizzando alcune arie in altre opere o trasferendo alcuni brani nei concerti per organo e nei concerti grossi. Dopo l'edizione del 1707, che è quella cui abbiamo assistito, seguiranno anche due rifacimenti nel 1737 e nel 1757; in quest'ultima il libretto del cardinale Benedetto Pamphili sarà sostituito dal testo di Thomas Morell, con il titolo The Triumph of Time and Truth.

L'organico orchestrale molto ridotto, venti elementi in tutto, era disposto in modo più tradizionale che settecentesco. Risultava tuttavia subito evidente la cura dedicata all'accompagnamento e al basso continuo che venivano continuamente variati con sfoggio di fantasia e freschezza di invenzione, affidandoli alternativamente all'organo portativo, a due clavicembali, ad un violoncello e a due contrabbassi, di cui uno raddoppiava all'ottava più grave. In particolare risaltava il primo violoncello per la potenza del suono, la dolcezza del timbro e la partecipazione emotiva nell'accompagnamento delle arie.

Se assecondato dagli interpreti, cui chiedeva moltissimo, Antonini era in grado di realizzare scelte esecutive profondamente originali: valga per tutti la resa dell'aria del Disinganno Crede l'uom, affidata alla straordinaria Sonia Prina sola con il liuto concertato di Luca Pianca nell'esposizione, cui venivano richiesti, oltre alle messe di voce inserite in chiave espressiva e non virtuosistica, gruppetti ascendenti rallentati in crescendo di volume, vero e proprio colpo di genio esecutivo a dimostrazione che c'è ancora moltissimo da scavare, al di là della routine tecnica, nell'interpretazione delle arie tripartite. Véronique Gens ci regalava un altro momento magico con l'aria del Piacere Lascia la spina, che, nell'opera Rinaldo, diventerà la celeberrima Lascia ch'io pianga. Anche qui le splendide variazioni nei da capo dimostravano l'indiscutibile, almeno a nostro parere, gusto musicale di Antonini.

Potremmo continuare con tanti esempi quanti sono i numeri che compongono Il trionfo del tempo e del disinganno, cercando di raccontare come, a tratti, sembrava che i giovani componenti del Giardino Armonico danzassero tutti assieme, tanto accentuavano con vitalità il ritmo, o come, in alcuni momenti particolarmente vacui del libretto del cardinale Benedetto Pamphili, sembrassero tutti ospiti di un salotto romano in cui si perde tempo in amene conversazioni in attesa dei rinfreschi. Tra i tanti stimoli che abbiamo recepito in questa serata ci preme però evidenziare la modernità di approccio mostrata da questi ragazzi, la loro libertà intellettuale, l'impressione di affrontare grandi partiture con il gusto della scoperta, il piacere dell'invenzione e qualche insofferenza per i canoni accademici. Raramente, come è umano, sbagliavano, ma non è detto che la perfezione sia di per sé un valore, in compenso respiravano sempre in sintonia tra di loro, con il direttore e con i cantanti trasmettendo energia ad ogni battuta.

Tra i solisti vocali, la coppia Piacere (Véronique Gens) e Bellezza (Laura Alkin) era responsabile del maggior numero di arie e, per la Alkin, delle più impegnative dal punto di vista tecnico. La Alkin, forse preoccupata per la pesantezza della parte che la vedeva impegnata a districare continue difficoltà, è sembrata abbastanza estranea allo spirito della serata. Impegnata nel ruolo astratto di Bellezza, e per sua fortuna, veramente molto bella, non è riuscita però a cogliere il distacco che richiede quella che in fondo è una categoria del pensiero e non un personaggio in carne ed ossa, scegliendo atteggiamenti da soubrette tardo settecentesca graziosi, ma fuori ruolo. Véronique Gens, forse un po' austera nella parte del Piacere, ha risolto però con la sensibilità stilistica che le conosciamo e che è forse la sua caratteristica principale, il suo ruolo. La coppia Disinganno (Sonia Prina) e Tempo (Christoph Prégardien), meno impegnata sul piano della quantità, era però gratificata da alcuni momenti di struggente bellezza. In particolare il duetto in finale della seconda parte Il bel pianto dell'aurora, assai difficile in quanto i due interpreti sono quasi sempre scoperti dal punto di vista dell'intonazione, è stato risolto con una tale facilità e naturalezza che ha, si può dire, sorpreso ed appagato gli stessi interpreti che alla fine si sono guardati con una chiara espressione di gratitudine reciproca. Bisogna dire che la voce calda e comunicativa di Sonia Prina sembrava nata per cantare insieme a quella altrettanto preziosa di Christoph Prégardien, qui impegnato più in recitativi e numeri di insieme, come sempre molto elegante sia come interprete ma anche nel suo frac, che era l'unico ad indossare tra le giacche informali e le cravatte multicolori dei ragazzi dell'orchestra. Tutti i cantanti avevano evidentemente lavorato molto sulla dizione, talmente chiara da rendere inutile il ricorso al libretto.
Il pubblico ha dimostrato di apprezzare molto la serata, applaudendo con generosità sia alla fine del primo che del secondo atto. Non resta che auguraci che la Teldec, casa discografica cui sono legati sia il Giardino Armonico sia Prégardien, abbia provveduto a registrare questa produzione per regalare ad un pubblico più vasto le emozioni provate dal pubblico di Lucerna.

Silvano Santandrea

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