BIENNALE MUSICA 2001
Geometrie  della musica - Ensemble e Orchestre
Musiche di Ligeti e Rihm

Ensemble Modern
Marie Louise Neunecker, corno solista
Stefan Asbury, dir.

Venezia, Teatro Goldoni

Un recente brano, in prima italiana, di György Ligeti ha aperto il magnifico concerto dell'Ensemble Modern, concerto che ha sofferto solo della breve durata e della lunga, inspiegabile pausa dopo il primo quarto d'ora, speso appunto nell'esecuzione dell'Hamburgischer Konzert für Horn und Ensemble. Quest'ultimo è un'opera tipica dell'ultimo Ligeti, ben lontana dagli stilemi del periodo avanguardistico degli anni Sessanta, ancorata su una maestria di giochi poliritmici e politonali, con locali abbandoni suasivi alla melodia e al recupero di sapori lontani, nel tempo (tradizione) e nello spazio (echi della musica orientale e africana). Eppure, più che in altri brani recenti del compositore ungherese, le sapide soluzioni materiche e "paesaggistiche" usate nel suo periodo più glorioso, ricompaiono in superficie, segno che Ligeti non deve più marcare troppo il reperimento di una nuova via: il suo passato e il suo presente musicale possono convivere. Questo concerto per corno, che sarà presto disponibile in CD nella nuova collana monografica della Teldec, è dotato di una fantasia musicale straordinaria, che tiene incollato per sedici minuti l'ascoltatore allo sviluppo della trama sonora, aperta e compiuta nel contempo, a livello formale, come il miglior Bartok sapeva fare.

Del lunghissimo, catartico brano di Rihm (45 minuti) Jagden und Form abbiamo avuto già modo di occuparci in Orfeo, quando era stato presentato presso il Festival d'Automne del 1999, sempre in un esecuzione dell'Ensemble Modern. In questi due anni il brano è stato maggiormente metabolizzato dal gruppo tedesco, e forse anche grazie al contributo del direttore Stefan Asbury, l'esecuzione veneziana è stata del tutto superiore a quella parigina, diretta da Dominique My. A ben vedere si tratta di una vera e propria rilettura, che abbandona la sottolineatura degli aspetti materici e irrazionalistici, per riportarci a un disegno musicale più stringente (meno lontano dal meraviglioso Rihm della fine degli anni Ottanta-primi anni Novanta) e a una maggiore definizione timbrica. A Parigi, apporti quali quelli della chitarra erano rimasti pressoché in penombra, mentre al Goldoni abbiamo potuto ascoltare finalmente la complessità e persino l'agonistica tra i colori strumentali lungo i viaggi formali dal carattere marcatamente "ostinato". Detto questo, resta intatta la percezione che Rihm abbia dato vita a una sterzata coraggiosa nel suo comporre, pronta ad dimenticare le sapienti ricette elaborate nel tempo, per scandagliare territori algidi, petrosi, antiretorici, asimmetrici. Giova ricordare ancora una volta, la centralità dello scritto di poetica La dinamica del disequilibrio, che tende a enunciare il volontario ricorso all'assunzione dei termini categoriali opposti delle categorie razionali della contemporaneità, cui lui stesso per molto tempo di era riferito.

Ma riportiamo quanto già notavamo a questo proposito nella nostra recensione al concerto parigino.

"Sono sei i temi cardine: coerenza/incoerenza, nazionalità/universalità, materiale/autenticità, nuovo/rinnovamento, caso/forma, struttura/rottura. Tali opposizioni, di rilevante importanza anche per una teoria dell'estetica contemporanea, trovano perfettamente realizzazione nei due brani presentati in questo concerto parigino (Trigon e Jagden und Form). Dapprima l'idea di pervenire a una incoerenza come effetto di senso di una discorsività musicale che cerca di negare e in ogni caso di impedire la sorgenza di richiami, rispondenze, rime tra passaggi del testo musicale: in pratica, si cerca di slabbrare il tempo, di fare in modo che non si richiuda, che rimanga ferita espressiva aperta, tesa all'infinito, inappagabile. In seconda battuta vi è un atteggiamento totalmente relativista e laico nei confronti dei materiali sonori di partenza e una fiducia piuttosto nella identità del loro impiego ideolettale (ed è una realtà che nella postmodernità l'identità si può sedimentare solo per bricolage delle forme circolanti). In terza battuta un procedimento generativista, di proliferazione aperta, di direzionamenti affettivi, di sdoganamenti dell'improbabile, dove la musica vuole essere simbolo palese del suo essere processualità in fieri, capace di correre costantemente il rischio di perdere forma, per consentire l'éclat locale di una irruzione casuale, di infrangere l'architettura strutturale per innestare nuove germinazioni. In Jagden und Formen (1995-99), che raccoglie in un ciclo varie partiture minori degli ultimi anni, Rihm esplora i disequilibri armonici, timbrici e ritmici più stridenti, la struttura del brano sembra un vascello contorto che continua a rifiutarsi di affondare, reperendo inopinatamente delle insperate, strenue forze, incredibili accensioni di vitalità, ritmi forsennati, trascinanti che si impongono sulla stratificazione creola autoneutralizzante. Ne escono sapori d'altri mari, esotismi acustici, qualcosa che sembra vedere terre ben al di là dell'Occidente e dell'Oriente, avvistamenti stordenti, forme native totalmente autoctone, o probabilmente forze ctonie venite alla luce, nuove isole selvagge".

Pierluigi Basso Fossali

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