DEBUSSY: Sonata per violoncello e pianoforte in re minore
POULENC: Sonata per clarinetto e pianoforte
Sonata per violino e pianoforte
MESSIAEN: Quatuor pour la fin du temps

Paul Meyer, clarinetto
Kolja Blacher, violino
Jean-Guihen Queyras, violoncello
Eric Le Sage, pianoforte

Bologna, Teatro Comunale

Vi è una certa tendenza a considerare la musica da camera come meno importante rispetto alle opere e ai lavori per orchestra ben più "impegnativi"; basti sfogliare qualsiasi presentazione delle opere di un "grande della musica" e salvo eccezioni famose (Chopin per tutti), ecco spuntare innanzi tutto le opere monumentali negli organici e nelle durate. Si tratta di un pregiudizio che non ha consistenza e che non trova certo rispondenza nel Novecento, dove spesso si è perseguita una rarefazione del numero degli strumenti e dove molti dei capolavori incontestabili appartengono senza alcun dubbio alla musica da camera.

Oltre ad essere un programma molto coerente e ammaliante, quello presentato al Comunale da Meyer, Blacher, Queyras e Le Sage ha più di un motivo per rilanciare il discorso su tre autori come Debussy, Poulenc e Messiaen, sulla loro dedizione e predisposizione alla musica da camera. Debussy ha scritto straordinarie pagine orchestrali, un capolavoro lirico (Pélleas et Mélisande), ma anche una collezione deliziosa di lavori cameristici che competono tranquillamente con i "fratelli maggiori": una miriade di lavori pianistici e per voce e pianoforte, nonché una decina di lavori per organici vari, quasi tutti bellissimi. Ne fa parte anche la Sonata per violoncello e pianoforte (1915), che si pone come uno dei lavori più sperimentali e meno "delicati" dell’ultimo Debussy, pur attingendo in pieno alla tradizione francese. Il gioco di Debussy è la presenza di una sorta di anamorfosi del tessuto melodico classico, per cui la presentazione del materiale si fa nervosa, compie dei trasferimenti che ne traspongono il carattere suasivo in una introversione caustica. Tali trasferimenti si compiono anche con un audace gioco di pizzicati; purtroppo il violoncellista Jean-Guihen Queyras, ha dimostrato non poche debolezze proprio nei pizzicati, andando più volte a collocarsi nella terra di nessuno tra gli intervalli debussiani.

Francis Poulenc è un compositore amato e apprezzato, anche se mai considerato, e giustamente, nel giro dei "grandissimi" del Novecento. Compositore che ha fatto parte del Gruppo dei Sei e che ha sempre amato assecondare i gusti del pubblico, Poulenc non manca di un grandissimo talento, soprattutto di ordine melodico. Famoso soprattutto per qualche opera non proprio eccelsa, come Dialogues des Carmélites (1957), Poulenc ha composto secondo il nostro parere, oltre a un bellissimo Stabat Mater (1950), anche alcuni raffinati, seducenti e inventivi lavori di musica da camera, tra cui le sonate per strumenti (vari) e pianoforte spiccano senza alcun dubbio. Sono pagine del resto molto famose, in grado di ammaliare qualsiasi pubblico.

Nel concerto bolognese ci si è affidati alla celebre Sonata per clarinetto e pianoforte (1962), certo assolutamente rétro se paragonata ai lavori coevi dell’avanguardia, ma non meno così spontanea, leggera e compiuta da non poter non attirare le simpatie. La Sonata per violino e pianoforte (1942-49) di fama minore, ma è indubbiamente una pagina riuscitissima, fresca nei motivi sia per l’epoca in cui stata scritta che per intrinseca qualità, ed è forse preferibile alla sua più fortunata "sorella". Se Paul Meyer ha fornito un’ottima prova, meglio ha fatto forse Kolja Blacher, che ha saputo presentare con grande e misurato trasporto il forte lirismo della partitura.

Il secondo tempo della serata cameristica, ha poi riservato l’esecuzione di quel gioiello che è Il quartetto per la fine del tempo di Olivier Messiaen. Si tratta di una delle pagine - se proprio si vuole - più discutibili di Messiaen dal punto di vista strettamente musicale, ossia una della pagine meno ardue e severe, ma la capacità seduttiva dell’opera è sempre apparsa in realtà indiscutibile, tanto da collocarsi tra i classici del Novecento. In ogni caso, ci troviamo a mille miglia dai limiti del Poulenc soltanto seduttivo: il Quartetto di Messiaen è di originalissima sintassi, fatta da una parte di frasi icastiche ripetute, spesso all’unisono, ma anche modulate da rapidi e entusiasmanti intersezioni e, dall’altra, di lunghi dialoghi lirici tra violino/violoncello e pianoforte o di lunghi monologhi di clarinetto. Quello che colpisce è l’intensità espressiva, la capacità, anche nel sorgere dal silenzio di una nota isolata di clarinetto, di catalizzare una forte concentrazione emotiva. Facile e incantato, il Quartetto risulta a una lettura più attenta e comparativa, uno dei lavori più "moderni" di inizio anni Quaranta. Personalmente preferiamo il Messiaen cameristico a quello orchestrale, anche se paradossalmente dobbiamo subito precisare che purtroppo il compositore francese ha sempre prediletto le composizioni per larghi organici, finendo per lasciare il Quartetto pressoché isolato, se non fosse per la presenza di una davvero cospicua produzione pianistica e organistica, che è, per quanto ci riguarda, il vertice dei suoi risultati compositivi. Qui, nei brani per strumento solo, nel Quartetto, persino nelle "melodie" per soprano e pianoforte, abbiamo una conversione dei suoi afflati religiosi in un respiro riflessivo vibrante e umanissimo, mentre nei lavori orchestrali e corali ci troviamo di fronte a una magniloquenza che spesso sfocia in effetti retorici (ciò non toglie che vi siano splendide pagine, veri capolavori (Oiseaux Exotiques, des Cañions aux étoiles, per esempio).

L’esecuzione del quartetto Meyer, Blacher, Queyras, Le Sage è stata di buon livello, anche se non certo straordinaria. Il primo tempo aveva lasciato presagire un Messiaen - visti i tempi - influenzato, un po’ deboluccio, privo di vita. Poi finalmente i quattro hanno abbandonato l’atteggiamento un po’ dimesso per assecondare la carica contenuta in alcune sezioni della partitura. Le sezioni sospensivo-liriche, in particolare i due Louange à l’éternité de Jésus, avrebbero richiesto un maggiore crescendo di intensità espressiva, fino a un apice quasi insostenibile, ma sono risultate in ogni caso molto efficaci. Ottima l’esecuzione di Abîme des oiseaux per clarinetto solo da parte di Paul Meyer, che a curato moltissimo le interpenetrazioni tra silenzio e suono e gli attacchi. Eric Le Sage ha saputo bene rendere l’aspetto interrogativo e talvolta ossessivo che la partitura affida al pianoforte.

Il pubblico si è diviso tra chi ha trovato la serata, nel suo personalissimo programma chic, troppo lunga ed è fuggito prima ancora del termine dei primi applausi e chi invece è rimasto in platea ad applaudire più volte, in piedi, i quattro, giovani esecutori, sapendo che in quella confusione non si poteva sperare in un bis, anche se i musicisti lo avrebbero - ci pare - volentieri concesso. In ogni caso, se il concerto non ha registrato dal punto di vista esecutivo vette straordinarie, il programma era davvero ben costruito e utile anche dal punto di vista della ricostruzione di un’anima musicale francese lungo quasi tre generazioni di compositori (Debussy 1862, Poulenc 1899, Messiaen 1908). Insomma, una serata musicale intelligente.

Pierluigi Basso Fossali

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