BACH: L'Arte della Fuga
Contrapunctus I, Contrapunctus III, VII, VIII, IX, XIII, Canon alla Duodecima
BERIO: Glosse
KURTAG: 12 Mikroludien op.13
"Hommage à Mihály András"
BEETHOVEN: Quartetto in Si bemolle magg. Op.130 + Gr

Quartetto Alban Berg

Bologna, Teatro Comunale

L’abilità di un concertista non risiede esclusivamente nella tecnica a sua disposizione e nella sensibilità interpretativa con la quale riesce a far rivivere l’opera, ma il suo merito dovrebbe anche essere quello di ideare per il pubblico un programma stimolante, i cui brani siano legati da un filo conduttore. Troppo spesso assistiamo a concerti con ottimi esecutori, la cui performance viene sminuita dalla mancanza di relazione tra le opere proposte. A volte, infatti, la scelta dell’interprete sfiora la bizzarria e l’incongruenza che ne deriva mette in luce la povertà del progetto culturale che dovrebbe essere alla base di ogni appuntamento musicale.

Il programma proposto dal Quartetto Alban Berg, pur spaziando tra stili ed epoche diverse (tre secoli di storia che nell’esecuzione hanno trovato voce), si è sottratto a questa mancanza di organicità. Le opere eseguite, anzi, erano legate tra loro da vincoli di carattere sia formale sia contenutistico. Di più: l’inscindibile fusione semantica fra i due livelli fa sì che il contenuto possa esprimersi attraverso quella forma specifica che è la Fuga e, per contro, che la forma si faccia essa stessa contenuto. Questo unicum contenutistico–formale non si limita, con un’evidente simmetria, ad aprire e concludere il concerto, ma si trova radicato nella sensibilità estetica delle avanguardie del Novecento. Infatti, una musica fortemente basata su relazioni aritmetiche come quella di Johann Sebastian ha avuto una forte influenza sulla Scuola di Vienna ed ha continuato ad esercitare il suo fascino anche sui compositori contemporanei. All’interno della produzione bachiana, L’Arte della Fuga rappresenta l’apice di quella libertà di cui il compositore godeva negli ultimi anni della sua vita. Quasi totalmente affrancato da costrizioni di circostanza e di commissione, il genio di Bach poteva esprimersi in un intento quasi scientifico volto ad afferrare l’Ordine superiore delle cose. Ed è qui, nello spazio speculativo creato dall’incontro tra geometria e filosofia, che prende forma sonora quell’unicum di cui si diceva.

La ricerca bachiana è da noi oggi, forse più di allora, fortemente sentita, tanto che molti compositori del Novecento hanno cercato in vari modi di appropriarsi del suo stile e della sua concezione del prodotto artistico: la composizione seriale, ad esempio, sfrutta tutti gli artifizi del contrappunto fino a giungere alle figurazioni aforistiche e rarefatte di un compositore quale Anton Webern. E la catena si snoda ancora, conducendoci ai due brani di contemporanea eseguiti dall’Alban Berg. Webern ha avuto, infatti, un enorme influenza su György Kurtág, che è uno dei massimi compositori degli ultimi decenni, il cui 12 Mikroludien Op.13, alternando brani basati su corali e figure di ostinato, mette in piena luce le relazioni esistenti tra modernità e tradizione. Dall’adozione di forme legate alla tradizione non si sottraeva neppure il brano di Luciano Berio, Glosse, benché i materiali sonori scaturissero dalle molteplici possibilità, talvolta non ortodosse, offerte dagli strumenti.

Anche la seconda parte del concerto non si allontanava dal leitmotiv dei nessi esistenti tra modernità e tradizione. Infatti, gli ultimi quartetti di Beethoven sono tra le composizioni più studiate da musicisti e musicologi del Novecento, soprattutto per la spregiudicatezza con cui Beethoven fa uso di dissonanze, portando al limite le possibilità del sistema tonale. Queste estreme composizioni rappresentano quindi un ponte ideale con la musica moderna, e la ragnatela di relazioni che il programma della serata ci ha proposto ha avuto la sua degna conclusione con un motivo in più di interesse che denota la profonda radicalità con la quale l’Alban Berg ha concepito tutto il concerto: il Quartetto op. 130 è stato privato del movimento finale ed al suo posto è stata inserita la Große Fuge op. 133, riportando la composizione al progetto originario dello stesso Beethoven.

L’esecuzione ha avuto solo qualche incertezza nei primi tre brani dell’Arte della Fuga: nel momento in cui gli esecutori sono riusciti a raggiungere il necessario affiatamento, il quartetto Alban Berg ha messo in luce la consueta nitidezza e precisione, unita ad un piglio deciso. I cinque brani della composizione bachiana sono serviti solo ad introdurre l’argomento della serata ed il brusco passaggio dal calcolato regno del contrappunto alle dissonanze di Berio e Kurtág avrà lasciato un senso di insoddisfazione in larga parte del pubblico. Tuttavia la formazione, che spesso mette in programma musica contemporanea, ha creato un’esecuzione di cristallina consistenza che ha aiutato nella concentrazione anche i frequentatori del Teatro Comunale, poco avvezzi a questo genere di ascolto.

Le autorevoli qualità interpretative del Quartetto Berg sono emerse in modo evidente nella seconda parte del concerto con i quartetti di Beethoven. Le solide caratteristiche tecniche in loro possesso permettono alla formazione di superare tutte le più grandi difficoltà con un suono pieno e vigoroso e con grande senso della misura. Forse nell’interpretazione non vi sono state punte estremamente originali, ma la forte tensione che gli esecutori hanno saputo creare si è concentrata nella scelta del finale, l’infuocata Große Fuge in cui gli esecutori non hanno rinunciato a porre in tutta evidenza la carica eversiva di una tonalità ormai allargata.

Il concerto si è degnamente concluso con la concessione di un bis: una splendida esecuzione dell’Andante cantabile del Dissonanzenquartett di Mozart.

Barbara Benini

Gianfranco Marangoni

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