BRITTEN: Serenade per tenore, corno e archi, op.31
BEETHOVEN: Concerto per pianoforte e orchestra n.2, op.19
Sinfonia n.1 op.21

Philip Langridge, tenore
Stefan Dohr, corno
Martha Argerich, pianoforte
Mahler Chamber Orchestra
Claudio Abbado, direttore

Ferrara, Teatro Comunale

Claudio Abbado è un direttore in cammino. La ricerca e l’amore per il "nuovo" sono sempre stati una costante della sua attività, lo testimoniano le scelte di repertorio, l’impegno a contestualizzare l’esperienza musicale entro ambiti sociali e culturali più vasti, le cinque orchestre da lui fondate finora, il principio del dialogo, anziché quello dell’imposizione, come strumento di lavoro e di confronto con i musicisti che collaborano con lui. Se pensiamo alla tradizionale figura del direttore d’orchestra, accentratrice e autoritaria al punto che Adorno la suggeriva come "simbolo di dominio", possiamo affermare che Abbado sia tra i maestri che maggiormente stanno lavorando per ribaltarne funzione ed immagine da padrone indiscusso del "rito della musica" a stimolatore di percorsi culturali profondi, a fautore di dialoghi, a ricercatore di confronti e connessioni tra modernità e tradizione: il lavoro di Abbado con i giovani musicisti e la loro formazione è un diretta conseguenza di questo atteggiamento volto al nuovo ed orientato ad una costante ricerca di percorsi e di "dialoghi".

Non finiremo mai di stupirci della capacità di Abbado di rinnovarsi, di guardare alle nuove tendenze della composizione musicale ma anche ai nuovi parametri esecutivi delle opere della tradizione. Un esempio lo si è avuto a Ferrara lo scorso 16 febbraio, dove, per la stagione di "Ferrara Musica" ha eseguito con la Mahler Chamber Orchestra, l’ultima nata delle sue creature, un programma dedicato a Beethoven e Britten.

Da un punto di vista interpretativo nell’esecuzione di Abbado abbiamo riconosciuto due principi conduttori: da un lato la qualità del suono asciutto, dall’altra la costante ricerca di tutti gli elementi prettamente musicali per creare unità, tensione e coesione, ma soprattutto dialogo fra le varie parti dell’orchestra e dei solisti. Questa ricerca è stata particolarmente evidente nell’esecuzione della Serenade per tenore, corno e archi op. 31 di Benjamin Britten, dove l’orchestra d’archi svolgeva la funzione di tessuto connettivo che legava tra loro la voce del tenore ed il corno solista. L’orchestra dunque assumeva la funzione di un contesto narrativo carico di tensione entro cui accadeva il dialogo, un dialogo cercato e divenuto possibile tra il linguaggio della melodia e quello della parola cantata o appena intonata dei versi dei poeti inglesi musicati da Britten. Attori di questa autentica esperienza dialogica sono stati, oltre ad Abbado e agli archi della Mahler Chamber, l’esperto tenore inglese Philip Langridge, autentico "fine dicitore" e Stefan Dohr, cornista tanto giovane quanto bravo. Un’esecuzione intensa che ha avvicinato Abbado, forse per la prima volta, alla musica del più importante compositore inglese nel Novecento con risultati che lasciano sperare in altre felici esplorazioni in questo repertorio.

Se Britten costituiva una novità, non lo erano certo per Abbado i due brani beethoveniani in programma: il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra e la Prima Sinfonia. Del tutto nuovo è stato piuttosto il tipo di approccio a queste partiture: intendiamoci, i caratteri interpretativi tipicamente abbadiani erano ben riconoscibili come l’attenzione al fraseggio, ai particolari e alla totalità dell’impianto formale, e tuttavia pareva assai nuova la dimensione sonora in cui tali caratteri venivano presentati.

Nel Secondo Concerto per pianoforte, una delle opere più "mozartiane" di Beethoven, la tensione si concretizzava in un serratissimo dialogo tra l’orchestra e il pianoforte di Martha Argerich. Il modello del classicismo viennese, cui pure l’opera appartiene, veniva filtrato attraverso categorie interpretative del tutto moderne che la affrancavano da una visione statica e "apollinea" per restituire un’esecuzione carica di dionisiaca tensione grazie ad un continuo cercarsi tra il pianoforte e l’orchestra. La carica emotiva ed il suono robusto e allo stesso tempo chiaro di Martha Argerich inseguivano la leggera piattaforma tematica ordita da Abbado in un instancabile e delicatissimo gioco di intuizioni, proposte e risposte che solo l’ormai pluridecennale frequentazione di questi due artisti poteva permettersi salvaguardando, grazie alla loro invidiabile intesa, un equilibrio tanto sottile quanto prezioso e ricco delle più ricercate sfumature. Il pubblico di Ferrara recepiva il senso di questo dialogo serratissimo, tributando un personale successo alla Argerich, che la pianista argentina premiava con un bis bachiano.

L’esecuzione della Prima Sinfonia di Beethoven ha invece occupato l’intera seconda parte del programma. La capacità di ripensare le partiture ma anche la volontà di ripensarsi continuamente come interprete da parte di Abbado è emersa qui in modo evidente. Se pensiamo all’integrale delle sinfonie beethoveniane consegnate al disco dal direttore italiano una quindicina d’anni fa alla testa dei Wiener Philharmoniker, l’esecuzione ferrarese ha evidenziato quanta strada abbia percorso Abbado in questi anni, maturando un approccio diversissimo soprattutto nella qualità timbrica e nella chiarezza del gioco tematico che in questa prima esperienza sinfonica di Beethoven è tanto evidente quanto difficile da restituire in modo unitario. Stupiva piacevolmente la leggerezza con la quale la Mahler Chamber Orchestra affrontava il dispiegarsi della forma palesemente classica (con il minuetto ancora al posto dello scherzo), riuscendo nel contempo a far emergere l’autentica novità del sinfonismo beethoveniano rispetto alla tradizione settecentesca. Già in questa Prima Sinfonia infatti è rintracciabile quella esasperazione dei piani dinamici per fini eminentemente espressivi che costituirà la cifra più riconoscibile anche delle sue successive otto sorelle. Innanzi a quest’opera, la difficoltà interpretativa risiede dunque nel dare unità al processo tematico senza rinunziare a mettere in giusto rilievo l’ampia gamma dinamica prescritta da Beethoven ricca di accentuazioni anche esasperate e di scansioni ritmiche reiterate e a tratti violente. Abbado è sembrato accettare la sfida e non ha risparmiato soluzioni volutamente virtuosistiche, chiedendo ai ragazzi della Mahler Chamber di assecondare con giovanile entusiasmo tutte le impervie prescrizioni agogiche di Beethoven: si spiegavano così alcune prodigiose "messe di suono" e alcuni scarti dinamici repentini che tuttavia non alienavano l’idea complessiva dell’unità della sinfonia che anzi, grazie al sensibile alleggerimento del peso sonoro, si sviluppava con fluidità per concludersi come in un sol fiato.

Il sincero successo tributato dal pubblico presente al Teatro Comunale di Ferrara, veniva ricompensato con l’esecuzione fuori programma dell’ouverture di Egmont, durante la quale Stefan Dohr, primo corno dei Berliner Philharmoniker, prendeva tranquillamente posto nella fila al fianco delle sue due colleghe corniste, in perfetta sintonia con lo spirito della serata.

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