Merce Cunningham Dance Company
WINDOWS
Musica di E. Dimas de Melo Pimenta (Microcosmos)
INTERSCAPE
Musica di John Cage (108)

Scene e costumi: J. Cage (Global Village), R. Rauschenberg (Interscape Mirage)
Costumi: Suzanne Gallo
Luci: Aaron Copp
Loren Kihoshy Dempster, violoncello
Orchestra del Teatro La Fenice
Arturo Tamayo, dir.

Venezia, Palafenice

La Fondazione Teatro La Fenice di Venezia ha dato vita, nei giorni dal 26 settembre al 1 ottobre, ad una serie di spettacoli di danza della Merce Cunningham Dance Company. Nelle varie serate si alternano varie creazioni di Cunningham nella prima parte, mentre la seconda è sempre costituita da Interscape, opera commissionata dalla Fondazione Teatro La Fenice assieme al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington. Interscape viene qui rapprentata, in prima mondiale, con violoncello ed orchestra di 108 elementi, mentre era già stata messa in scena a Washington, nell’aprile di quest’anno, nella versione per violoncello solo.

Lo spettacolo cui abbiamo assistito presentava, nella prima parte, Windows, una creazione del 1995 su Microcosmos, opera del compositore/architetto Emanuel Dimas de Melo Pimenta.

La musica di Pimenta è basata su un continuo costituito da vibrazioni profonde su cui si innestano suoni argentini, percussivi, prodotti da timbri derivati dall’analisi sonora dei metalli ricostruita attraverso processi e programmi informatici plurimi, tra i quali anche programmi grafici, temporalmente molto distanziati. Ha un effetto tranquillizzante, di forte stabilità emotiva. La scena di John Cage è un fondale dipinto che rappresenta una grande macchia grigia e marrone, i colori sono delicati, neutri e poco definiti. La natura stessa della macchia è indefinita e mutevole, a volte ricorda infiltrazioni fossili nelle rocce, altre aloni di macerazioni vegetali, altre ancora colori diluiti e scoloriti su fogli di carta assorbente, altre tracce di muffe su un muro. Molti segmenti neri di varia lunghezza e spessore, tutti perpendicolari alla base del palcoscenico, sono distribuiti casualmente sul fondale. I danzatori indossano body che riprendono esattamente forme e colori del fondale. I loro movimenti appaiono subito destabilizzanti, seppure in modo solo debolmente percepibile: i gruppi non sono mai del tutti sincroni, gli allineamenti sono sempre disassati almeno in uno dei loro componenti, le loro azioni lasciano sempre una coda incompleta in almeno uno dei loro elementi che dà vita ad una azione successiva. Tutto contribuisce a dare una impressione di continuità in cui una situazione momentaneamente stabilita subito si sviluppa in una diversità di natura ogni volta mutevole, sempre asincrona, asimmetrica, atemporale. E’ l’esatto contrario dell’idea di ripetitività, di ricorso, di chiusura. E’ la negazione del concetto di durata, la sospensione della determinazione temporale, l’affermazione totale della continuità nella sua essenza di flusso in divenire, e per questo imperfetto. E’ una danza fortemente tridimensionale, che annulla tutti gli ipotetici piani paralleli dello spazio scenico per assumere la materialità di masse concrete e mobili che si aggregano per poi svincolarsi in uno o più elementi che apriranno un nucleo del tutto diverso e che continua anche sulle code del suono e nei momenti di apparente silenzio.

Il contrasto con l’essenza ipnotica della linea musicale di fondo è netto, ma è proprio l’idea di cambiamento che sottende i movimenti scenici che in questo modo viene fortemente evidenziata. E’ un lavoro sul tempo che, se da una lato pone chi vi assiste in uno stato di continua riflessione, dall’altro esercita il fascino profondo di chi può, per un momento incerto e non quantificabile, entrare profondamente in un flusso del tutto astratto da ogni consueta percezione.

Interscape mostra subito un impianto del tutto differente. L’orchestra del Teatro La Fenice, composta da 108 elementi, si distribuisce in due parti all’apparenza equamente divise, che seguono la scansione del tempo in due monitor sistemati sui lati destro e sinistro della buca. Le due orchestre si danno le spalle, non possono vedersi. In mezzo, un violoncello il cui suono continuo costituirà il nucleo della partitura di John Cage, 108 del 1991. In scena, il telaio serigrafico semitrasparente di Robert Rauschenberg, basato sui toni del grigio, rappresenta dozzine di elementi più o meno tratti dalla realtà. Sono riconoscibili un tempio greco, una bidonville, un vicolo di ambiente mediterraneo, un corpo celeste, la testa di un cavallo bardato. La musica inizia piano dal violoncello solo, cui lentamente si aggiunge l’orchestra. A questo punto si alza il velario, con la scena ancora immersa nella semioscurità, scoprendo, finalmente illuminato, un secondo tealaio in cui lo stesso collage compare, questa volta a colori vivacissimi. Nello stesso momento entrano in danzatori, i cui body lunghi sono ritagliati da un materiale serigrafico simile nei colori a quello del fondale, e su questo cominciano a muoversi. E’ una delle esperienze totali più belle cui ci sia capitato di assistere. I colori, tutti derivati, vivacissimi e fortemente contrastanti, incarnati dai danzatori, si muovono tra musica e quadro sovrapponendosi, aggiungendo sempre qualcosa in più alla meraviglia dell’opera d’arte, solo apparentemente ferma, di Rauschenberg. E’ un esercizio di genio sul movimento e sulla staticità, in cui i danzatori di Cunningham non abbandonano mai quei piani paralleli che in Windows erano stati negati, o meglio, li abbandonano continuamente, in apparenza, ma la loro essenza di elementi mobili di un’opera piatta li pone necessariamente in una visione che è sempre di superficie, mai di profondità. La luce è l’unico elemento in grado di spostare i danzatori fuori dal piano dell’opera, quando, avvicinandosi al proscenio, entrano in una zona d’ombra che li annulla. Cunningham crea dei passi a due tra colori, ce n’è uno, indimenticabile, tra un danzatore verde e turchese e una danzatrice rosa e arancione, modellato su un momento particolarmente onirico della musica di Cage. Credo che raramente sia dato di assistere all’unione di tre personalità creative nette eppure così perfettamente interagenti, o meglio, complemente fuse in una esperienza percettiva che non ha eguali. Stupisce la quantità di idee, la profondità e la varietà dell’invenzione, lo scialo di talento che questi tre artisti concentrano in quest’opera con apparente facilità. Viene da pensare a certe faticose e interminabili presunte opere in cui un paio di piccoli ritrovati vengono stiracchiati all’infinito e mascherati da capolavori. E’ difficile sezionare lo spettacolo nelle parti che lo costituiscono, però non si può non accennare alla grandiosità della partitura di Cage, e all’interpretazione intensa e partecipe del violoncellista Loren Kiyoshi Dempster, impegnato duramente per tutta la durata dell’opera, e dell’orchestra della Fenice, qui al meglio delle proprie possibilità, diretta da Arturo Tamayo. Il pubblico, attento e numeroso, ha partecipato a questo stupendo spettacolo con grande intensità dimostrando che il coraggio delle scelte dalla Fondazione Teatro La Fenice di Venezia nel commissionare un lavoro di tale importanza è stato ripagato ampiamente, e che la contemporaneità, soprattutto se di qualità straordinaria, come in questo caso, può raggiungere direttamente e senza mediazioni anche un pubblico composito, e, per gran parte, sicuramente non specializzato, come quello che ha assistito allo spettacolo del 29 settembre 2000.

Daniela Goldoni

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