NONO
Prometeo, tragedia dell'ascolto (1981/85)

Ensemble Modern
Direttori: Emilio Pomarico, Yoichi Sugiyama
Solistenchor Freiburg
André Richard, dir.
Realizzazione elettronica Experimentalstudio der Heinrich-Strobel-Stiftung
André Richard, Michael Acker, sound designer

Milano, Spazio Antologico

M. Bair-Ivenz, P. Hoffmann, sop.
S. Otto, N. Frenkel, cont.
P. Hall, ten
C. Chaniolleau, Matthias Jung, attori
D. Wiesner, fl.
W. Stryi, clar.
Uwe Dierksen (trombone, euphonium, tuba)
Rumi Ogawa-Helferich, Rainer Rümer, Dennis Kuhn (percussioni)
Susan Knight (viola)
Michael M. Kasper (violoncello)
Tomas Fichter (contrabbasso)

Siamo tornati a Milano un poco titubanti e perplessi dopo il concerto del primo novembre, anche se la resa acustica di Quando stanno morendo ci aveva in parte rassicurato. In effetti, lo Spazio Antologico ha retto abbastanza bene alla prova del Prometeo. L’elaborazione elettronica live è risultata più calibrata e capace di adattarsi alle prestazioni certo non eccelse della sala. In secondo luogo, si è evidenziata la grande maestria di Emilio Pomarico, direttore (e compositore) nato in Argentina, ma pienamente italiano: oggi insegna a Milano. Le qualità di Pomarico, la sua perfetta rispondenza alle esigenze della musica noniana, ci erano apparse in grande evidenza già nell’esecuzione del ciclo dei Caminantes a Parigi, poco più di un anno fa. Qui ne abbiamo avuto un’assoluta conferma, anche attraverso l’allievo che lo ha coadiuvato, Yoichi Sugiyama, personalissimo nel dare forma gestuale a tempi ed attacchi.

Straordinaria ci è parsa la capacità di rendere la coesione assoluta delle due ore "filate" del Prometeo e di restituire, nel contempo, in forma icasticamente precisa i formanti e le testure del capolavoro noniano. Magnifica anche la prova dei solisti, tra cui vale la pena sottolineare quella di Dietmar Wiesner e di Wolfgang Stryi.

Del Prometeo sono state dette già moltissime cose; eppure, ogni volta, nel riprendere la parola per decantarne le qualità, per raccontarne la progettualità, la scommessa estetica, l’eccezionale novità nella concezione del tempo e dello spazio sonoro, la frattura perentoria rispetto ai canoni del teatro musicale, ogni volta ci sembra impresa improba e necessaria di grande respiro quella di renderne esplicito il senso, come se ci si chiedesse di cavalcare il proprio tempo storico lì dove si dà senza limiti, ancora sfrangiato verso l’avvenire, verso il possibile.

Ascoltare il Prometeo dal vivo è un’esperienza di immersione catartica in un fuori-quadro della storia, pronto ad apparirci come il "vero" non-evento, come persistere di una condizione, di un respiro, di un cielo, di un volto: certezza delle umane misure, nel loro essere sconfinate.

Davanti al capolavoro noniano si percepisce l’ingombro di non essere affatto di fronte a una mera opera musicale; si tratta piuttosto di una radiografia trasversale della cultura contemporanea, ma che scandaglia il "sotto-pelle" (affetti scoperti) in movimento, come in un’infinita carrellata dall’alto, occhio assetato di nuovi inizi, nuovi spazi, nuovi suoni. Il Prometeo non è che la Bildungmusik dell’oltre-uomo (Übermensch), dove l’emblema fuori alla porta di casa è di là da...

Di là da, persino dalle stroncature di chi recepisce la musica noniana come derelitta arca dell’avanguardia. Il caso "Isotta" è troppo recente e bruciante perché non si riaffermi da un lato la salvaguardia dell’opinione di ciascuno, e dall’altra la riaffermazione di differenza. Il camminare senza sentieri tracciati è condizione del singolo, che nel patto sociale teme, a fronte dei costi, di ritrovarsi a fianco d’altri "a ranghi sparsi": ognuno per sè tutti insieme. Scoprire che vi sono persone che vanno nella direzione opposta è già un prezioso segno di orientamento: torneremo allora sul "caso Isotta", consentendoci di riprendere presto e con più profondità il discorso interrotto sul Prometeo.

Pierluigi Basso Fossali

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