Luigi Nono e il Suono Elettronico
NONO: Omaggio a Vedova
TOGNI: Coro di T. S. Eliot op. 34
NONO: Io, frammento da Prometeo
SCHOENBERG: De profundis (Salmo CXXX)
KURTAG: Lajkaemlék
RIHM: Mit geschlossenem Mund
NONO

P. Hoffmann, E. Rave, sop.
M. Beir-Ivenz, mezzosop.
S. Otto, cont.
D. Wiesner, fl.
M. Kasper, vlc.
Solistenchor Freiburg
A. Richard, dir.
Experimentalstudio der Heinrich-Strobel-Stiftung des Südwestrundfunks

Milano, Spazio Antologico

Nato all’insegna dei migliori auspici, il concerto ha rischiato di subire un vero "naufragio acustico" data la non idoneità del luogo (lo Spazio Antologico di Milano) e alcune disattenzioni (quali - credo - un impianto di riscaldamento che entrando in funzione provocava un fastidioso ronzio di fondo). La qualità dei solisti, la competenza di Richard e dello studio di Friburgo, hanno lasciato la parte di pubblico più attento in uno stato di stupore per la sciattezza estesico-percettiva dei suoni e per il totale disequilibrio tra interventi elettronici e parte acustica. Se ciò non è dipeso in gran parte dalla qualità artistica profusa, non mancano responsabilità nel non aver ovviato opportunamente alle carenze acustiche del luogo, o peggio ai rumori frequentissimi che venivano dalla sala d’entrata. Non solo: dobbiamo purtroppo rimarcare una certa, poco comprensibile, eterogeneità nel programma, nonché una eccessiva tendenza all’effettismo sul piano della regia sonora, che è quanto di più lontano dall’intenzione originaria di Nono.

Non si comprende per esempio la ragione di porre a fianco lo svagato e ironico brano elettronico di Kurtág Ricordo di Lajka alla tragedia del suono noniana, oppure di frapporre un brano corale di Camillo Togni (Coro di T. S. Eliot), tra il nastro magnetico magmatico di Omaggio a Vedova e la rarefazione del coro finale da Io, frammento del Prometeo.

Nettamente più azzeccata la scelta di inserire in un concerto dedicato a Nono Mit geschlossenem Mund di Wolfgang Rihm; si tratta di una breve composizione "sull’orlo di ammutolire", dove la parola cantata non ha più il "coraggio" di uscire allo scoperto, mugugnando disperazione e nervosismi malcelati. In questa non-comunicazione, in questo canto invisibile, tanto è ripiegato all’interno, celato nel corpo risonante dei cantanti, il silenzio è territorio accarezzato, più che spezzato. La parola è protesi comunicativa, estensiva del corpo proprio, non più necessaria all’effabilità "carnale" di un canto a bocca chiusa. Ma la loquacità di questo brano nei pressi del silenzio viene percettivamente annullata quando una soglia di intensità e di discriminazione di formanti viene meno; ed è stato in larga parte il caso di questo concerto, dove le distrazioni rumoristiche e la stagnazione del suono rendevano pressoché impossibile una fruizione che fosse estesico-percettiva, e non solo di intellettualistica adesione alla "motivata" poetica/ricerca di Rihm. In definitiva, solo collocando il coro al centro della sala, con gli spettatori disposti radialmente rispetto a questo, si sarebbe potuto ovviare alla pochezza acustica di questo Spazio Antologico e dare così risalto alle indubbie doti del Solistenchoir Freiburg, impegnato tra l’altro nel De Profundis op. 50b di Schönberg, giunto verso le ultime file in forma di feticcio sonoro.

Il live electronics che sosteneva i brani noniani ha in parte permesso una circolazione del suono e una udibilità più uniforme delle tessiture sonore, ma risultavano accentuati innaturalmente alcuni iati di intensità, soprattutto dove l’intervento del live electronics si faceva più evidente. Forse occasione mancata è quella di avere eseguito solo il coro finale di Io (non sarebbe stato male confrontare questa partitura poco eseguita con il fratello maggiore Prometeo), quando per contro si è indugiato in un inutile Tre voci b, tratto direttamente dal Prometeo (eseguito integralmente tre giorni dopo).

Dal punto di vista della fruizione sonora le cose sono andate decisamente meglio con l’esecuzione, dopo l’intervallo, di Quando stanno morendo, uno dei brani centrali della produzione noniana degli anni Ottanta: certo, il ricordo della magica serata dentro alla Basilica di San Marco, al tempo della rassegna veneziana Con Luigi Nono, giocava non poco a sfavore, quanto a termine di paragone. Malgrado il livello eccelso dell’interpretazione, dobbiamo segnalare qualche scelta estetica controversa: per esempio, il prevaricare eccessivo del violoncello rispetto al flauto nei momenti più accesi del brano (l’impasto timbrico tra i due strumenti, supportato dall’elaborazione elettronica, è andato troppo a scapito dello strumento a fiato), oppure un’inclinazione troppo scoperta all’effettismo nel filtraggio del suono del violoncello. Il paragone con registrazioni di esecuzioni con la regia del suono curata dallo stesso Nono conferma la rilevazione di questi squilibri o eccessi: soprattutto, dobbiamo porre l’accento su un punto preciso del brano che ci aveva lasciato insoddisfatti anche nell’esecuzione veneziana, dove la regia del suono era curata da Alvise Vidolin. Si tratta dell’inizio della parte seconda, dove il contralto recitante interviene leggendo i versi di Chlebnikov: "Mosca - chi sei? / Mosca - vetusto cranio, / con un rasoio di pietra / spaccherei questi muri ...". La voce recitante viene fatta "viaggiare" nella sala attraverso le diverse fonti sonore: ma in queste ultime versioni ascoltate la voce viene anche fortemente spezzata, le parole mozzate e il "filo della poesia" ripreso a macchie, come lasciate al caso, e senza modulazioni nell’intensità. Ne consegue un forte effetto di artificio che non giova affatto alla coesione del brano. Qui non si tratta tanto di ciò che c’è scritto in partitura, ma di interpretazione e di scelte estetiche, che in quanto tali possono essere vagliate criticamente.

È tale lo spazio che "Orfeo nella Rete" dedica alla musica di Luigi Nono, che non è qui il caso di ritornare sulla sua poetica: piuttosto vale la pena terminare con qualche parola sul brano di Kurtág, pur essendo apparso del tutto "fuori contesto" nel programma. Lajka-emlêk è stato composto con la collaborazione del figlio György Kurtág junior; è un piccolo brano per nastro magnetico, raramente riascoltato dopo la sua "prima" radiofonica il primo gennaio 1991. È di fatto un’eccezione nel catalogo di Kurtág, che ha sempre ribadito il suo disinteresse per l’elettronica (come compositore, e non come ascoltatore). Ben lungi dall’essere un brano fondamentale nella carriera del compositore ungherese, e malgrado si ponga come "brano d’occasione", lascia intendere quanto la poetica caustica e inventiva di Kurtág potrebbe benissimo aderire plasticamente al mezzo elettronico. Curioso è il fatto che invece di giocare con gli stilemi della musica del passato, qui Kurtág si serva delle atmosfere aeroportuali e mediali della postmodernità.

Pierluigi Basso Fossali

Associazione culturale Orfeo nella rete
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