VERDI
Simon Boccanegra

Simone Alexandru Agache
Gabriele Adorno Fabio Sartori
Amelia Barbara Frittoli
Paolo Bruno Pola
direttore Daniele Gatti
regia, scene e costumi Pier'Alli

Bologna, Teatro Comunale

Non è facile, guardano la scalinata che Pier’Alli ha posto come elemento di continuità per la sua realizzazione scenica di Simon Boccanegra andato in scena il 23 gennaio scorso al Teatro Comunale di Bologna, non rievocare quella che caratterizzava la regia di Giorgio Strehler che, insieme alla direzione di Claudio Abbado, segno la vera rinascita di quest’opera. Le edizioni "di riferimento" non servono a fare dei confronti e non devono condurre a emettere giudizi; ma il loro ruolo è quello di aiutare l’ascoltatore a crearsi schemi per comprendere una composizione e le sue infinite possibili letture.

Così ben presto la mente dello spettatore attento è portato ad andare oltre il semplice dato della scalinata per cogliere la profonda differenza tra la natura della visione di Pier’Alli e quella del regista recentemente scomparso ed a comprendere che la parte visiva dello spettacolo di Bologna, nato per il Carlo Felice di Genova e per la Fenice di Venezia, gioca, attraverso un linguaggio cinematografico, continuamente "di rimbalzo" tra il piano della realtà e quello dell’immaginazione. Se il Medio Evo è dipinto con i colori che gli sono attribuiti da una tradizione quasi stereotipata e che nello spettacolo sono risultati molto gradevoli, l’uso delle luci e di elementi scenici mobile, ha forse rotto l’unità all’azione.

Per quanto riguarda, poi, l’interpretazione dei personaggi, è risultato sminuito il tono della figura del Doge, anche per la poca efficacia espressiva impressa da Alexandru Agache. Una nota di merito deve andare al tenore Fabio Sartori che, alle prese con una parte quasi secondaria, ma non certo facile, ha dato una prova molto buona ed ha costituito una sorpresa. Devo dire, per onestà di cronaca, di aver assistito ad una recita che prevedeva in cartellone il secondo cast; in generale mi è sembrato che la parte musicale dello spettacolo non sia riuscita a fornire al dramma l’incisività necessaria al teatro verdiano, anche se si poteva rilevare coerenza e continuità nell’azione e nell’interpretazione. La direzione di Daniele Gatti, fresco di nomina alla direzione musicale del teatro bolognese, a mio avviso, ha staccato tempi a volte troppo rapidi, a volte lenti e pesanti. L’orchestra tuttavia ha fornito una prova dignitosa, soprattutto nella seconda metà dello spettacolo, e questo costituisce quindi una buona premessa per il lavoro che il giovane direttore potrà svolgere nei prossimi anni.

Stefania Navacchia

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