WAGNER
Lohengrin

Elsa, D, Voigt
Ortrud, D, Polaski
Lohengrin, B, Heppner
Telramund, H.-J, Ketelsen
King Henry, E. Halfvarson
Herald, E. W. Schulte
Direttore: J. Levine
Regia e scene: R. Wilson

New York, Metropolitan Opera House

La prima del Lohengrin con la regia di Bob Wilson, attesa con ansia, si è tenuta il 9 marzo. Da tempo non si sentiva una tale eccitazione intorno ad una nuova produzione, e, cosa strana per l'America, il pubblico della prima non ha avuto alcuna remora nell'esprimere le proprie sensazioni, in questo caso favorevoli ai cantanti e contrarie alla messa in scena ed al regista.

Prima che si alzasse il sipario, un addetto del Met annunciò, tra applausi scroscianti, che la rappresentazione di quella sera sarebbe stata dedicata alla memoria di Leonie Rysanek, amata dal pubblico di New York per i trentacinque e più anni di interpretazioni ricche di emozione.
Per questa messa in scena, il signor Wilson ha creato un (dispendioso) spettacolo di sons et lumieres, con tanto di quadro-luci che scende in mezzo allo spazio. In realtà non ha fatto altro che arricchire una produzione simile che aveva allestito a Zurigo nel 1991. Chi vuole dare un'occhiata ai suoi progetti su quello che è senz'altro uno dei più pretenziosi siti internet in circolazione , può guardare in: www.robertwilson.com.

Come per scusarsi dell'esistenza di un'overture, il sipario si alza immediatamente e una ampia striscia bianca si sposta lentamente verso il fondale azzurro, raggiungendone la parte più elevata mentre risuonano le battute finali del preludio. Il palcoscenico è completamente vuoto e inclinato in modo piuttosto pronunciato, ed entrambe queste cose risultano abbastanza insolite per il pubblico conservatore del Met.

Il coro entra lentamente e forma gruppi irregolari qua e là sul fondo del palcoscenico. Di tanto in tanto compiono enigmatici gesti di massa, con uniformità assicurata dalla presenza di grandi monitor piazzati strategicamente tra le quinte ed invisibili al pubblico. Quello che il
pubblico vede, comunque, è una successione di gesti imperscrutabili vagamente connessi al teatro orientale, che richiederebbero un piccolo saggio esplicativo per poterli interpretare, sempre che a qualcuno interessi.

Chi sperasse in un sollievo dalla noia non lo troverebbe nei costumi. I protagonisti sono vestiti in modo identico al coro con toghe nere con cappuccio, ad eccezione di Ortruda in bordeaux e di Elsa in un blu-verdastro scuro. Sbarre di luce fluorescente, larghe circa un metro e lunghe da tre a otto metri, appaiono ad intermittenza, generalmente poche alla volta, mentre salgono lentamente da alcune fessure nel palco o mentre scendono dall'alto. Per aggiungere varietà, questi pannelli diventano blu scuro durante le ultime battute dell'opera.

In nessun modo Wilson mostra di aver capito che il Lohengrin di Wagner è in realtà un'opera morale. In cambio ci offre quella che appare una messa in scena in forma di concerto, del genere consueto per le orchestre sinfoniche americane, dove i solisti in abito da sera compiono qualche gesto per rendere più espressiva la scena. Uno dei momenti più incoerenti nella regia di Wilson accade nel secondo atto quando Ortruda, davanti alla finestra di Elsa, afferma di essere radicata in quel luogo e non la smette un attimo di muoversi avanti e indietro. Un altro si trova nel duetto dell'ultimo atto quando Elsa cammina descrivendo ampi cerchi mentre Lohengrin si sta rivoltando il cuore. Il minimalismo di Wilson diventa ridicolo quando un'ala in stile Duerer scivola dentro per rappresentare il “lieber schwan” di Lohengrin, o quando un mantello su una barella diventa il cadavere di Elsa.

Gli ascoltatori naturalmente faranno molta più attenzione ai valori musicali, e questi sono degni di considerazione. Ideale per il repertorio straussiano, Deborah Voight dovrebbe trovare la tessitura di Elsa più congeniale a lei di quella, più bassa, di Sieglinde. L'elemento più debole dal punto di vista vocale potrebbe essere un'altra americana, Deborah Polaski, che è la più adatta ai fluidi gesti delle braccia che Wilson ha pensato per i movimenti di Ortruda. Il canadese Ben Heppner è probabilmente quanto c'è di meglio ai giorni nostri per la parte di
Lohengrin, nonostante debba forzare in diversi momenti. Non è assolutamente un “heldentenor”, così come ci vogliono far credere le case discografiche: un tenore lirico molto ampio senza lo squillo del lirico spinto è definizione più vicina alla realtà. Non è chiaro come farà a cavarsela nel suo primo Tristano quest'estate a Seattle con Jane Eaglen. Allo stato attuale non è molto più snello di Chris Merrit, ma sia lui che la signora Voight sono agili nonostante le loro figure voluminose. La vera scoperta è il Telramondo di Hans-Joachim Ketelsen, contorto e minaccioso pur mantenendo sempre il timbro baritonale.

Il coro svolge il consueto lavoro con professionalità. Il coro del Met prova e canta in scena arrangiamenti a voci miste, assicurando in questo modo un suono composto in modo più compatto rispetto alla consuetudine dei teatri italiani. James Levine, direttore della gran parte degli spettacoli wagneriani al Met, interpreta la partitura come musica gradevole, ignorando l'urgenza dei temi della scrittura orchestrale di Wagner. L'orchestra, tra le meglio pagate d'America, suona bene ma l'approccio di Levine impedisce agli ascoltatori di essere trascinati dalla musica. Il preludio del primo atto, troppo forte e troppo lento, è un buon esempio tra i tanti per dimostrarlo.

Questo Lohengrin è messo in scena virtualmente senza tagli, ad eccezione della parte che segue subito il Grahlserzaehlung, che generalmente si ascolta solo nelle edizioni discografiche.

David Lipfert

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