DONIZETTI
Don Pasquale

Don Pasquale: R. Raimondi
Dott. Malatesta: L. Gallo
Ernesto: P. Austin Kelly
Norina: E. Mei
Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore: M. Benini
Regia: S. Vizioli

Bologna, Teatro Comunale

Dopo le molte polemiche e i conflitti sindacali che hanno sacrificato la prima, è andato in scena al Teatro Comunale di Bologna Don Pasquale, l’ultima opera comica di Gaetano Donizetti e per fortuna, perché è raro vedere uno spettacolo in cui regia, scene e costumi concorrano con tale intelligenza ed efficacia alla resa teatrale di un'opera come in questo caso. Le scene sono tutte contenute in una serie di cornici in guisa di opere murarie romane decorate con rovine che richiamano naturalmente lo stile di Piranesi che inquadrano in modo prospettico il cuore dell'azione. Sullo sfondo un cielo nuvoloso che suggerirà il momento della giornata, ma anche lo spirito della scena a cui stiamo per assistere sarà così nuvoloso, sereno, notturno, al tramonto, presago di una tempesta. Le scene sono curate ma non ridondanti e sottolineano la personalità dei protagonisti a cui fanno riferimento: lo studio di Don Pasquale, pieno di bei volumi e antichità, suggerisce l'idea di un misantropo pentito che prova ad abbandonare le sue occupazioni colte per tuffarsi in una umana avventura, e lo stesso studio, dopo le modifiche volute da Norina, assumerà l'aspetto anonimo di un salottino neoclassico più o meno alla moda, con stupide tendine rosa al posto dei bellissimi scaffali colmi di libri. Un sorprendente colpo di scena introduce il coro dei servitori, con un enorme piano di lavoro decorato con maioliche un po' sbrecciate, in fondo siamo nei sotterranei della ricca casa di Don Pasquale, stracolmo di piatti di portata che cala dall'alto in mezzo al coro vestito di tutto punto come una sterminata partita di cuochi e sguattere dalle divise immacolate. I cambi di scena velocissimi e a vista sono sempre funzionali alla musica e costituiscono parte integrante della narrazione, come nella scena ultima in cui il giardino si compone di fronte a noi con sagome che calano dall'alto, dai lati e salgono dalla base del palcoscenico creando un'impressione di grazia che prelude in modo perfetto al tenerissimo duetto finale dei due innamorati.

I costumi accuratissimi descrivono a loro volta i caratteri: Don Pasquale nella prima scena è spettinato e stralunato, e veste con noncuranza una palandrana nera piuttosto polverosa, ma di ottima fattura. Poi naturalmente si trasformerà, come richiede la storia, in una specie di elegantone ben pettinato e un po' sgargiante nei colori, ma sempre contenuto, nei limiti di una dignitosa resa alle esigenze del corteggiamento.

Lo spettacolo è incentrato sulla comicità, o meglio sulle comicità. Gli interpreti, infatti, hanno letto in maniera differente i vari personaggi; ma queste diversità si sono ben integrate ed hanno ben trovato nella regia un elemento unificante. Così Ruggero Raimondi ha potuto far leva prima di tutto sulla sua esperienza di uomo di palcoscenico e sulle non comuni doti di attore per dare vita ad un personaggio credibile: la sua grande naturalezza in scena gli ha consentito di plasmare un Don Pasquale giovanile, fresco, spontaneo. Anche da un punto di vista vocale la sua prestazione è stata di notevole livello: malgrado la sua bizzarra pronuncia, ha dato senso ad ogni parola della parte. Attorno a questa grossa personalità si sono costruiti gli altri ruoli; tutto il cast infatti era animato dallo spirito giovanile che ha caratterizzato l’interpretazione di Raimondi. Il primo a risentire di questa atmosfera è stato il dottor Malatesta di Lucio Gallo che ha risolto con disinvoltura l’aspetto vocale e ha fatto leva su una comicità più graffiante, ed a volte caricata, rispetto a quella del basso bolognese; le due letture tuttavia si sono ben integrate ed hanno dato vita a momenti di grande coinvolgimento come nel duetto Cheti cheti immantinente. Di grande presa sul pubblico è stato anche il duetto Malatesta-Norina nel primo atto. Eva Mei ha saputo fare uso della sua bella e fresca voce mostrando di volersi inserire nella linea interpretativa degli ultimi anni che sottrae Norina al clichè dell’usignolo per affidarla ad una vocalità più corposa senza però togliere la leggerezza che la parte comporta. Anche attraverso questa scelta vocale il soprano ha potuto rivisitare Norina che dal carattere fisso della giovane scaltra e maliziosa, è divenuta un personaggio sfaccettato e sempre capace di adeguarsi ad ogni situazione. Da parte sua, l’Ernesto di Paul Austin Kelly ha sostanzialmente rispettato i canoni del tenore donizettiano in una parte che, al contrario di quella di Nemorino nell’Elisir d’amore, non ricopre un ruolo determinante nell’economia dell’azione. Il canto di Austin Kelly si è dimostrato corretto, benché il colore della voce non sia di particolare fascino nel registro acuto. Malgrado ciò il personaggio risultava coerente con lo spirito dello spettacolo.

Regia e cast, infatti, sono stati i principali artefici della lettura che ha caratterizzato questa edizione. Ultima opera buffa italiana prima di Falstaff, Don Pasquale si distacca tanto dagli stilemi del melodramma settecentesco quanto dal teatro mozartiano o rossiniano. Se l’azione è ancora quella propria della commedia di carattere, l’aspetto vocale e la costruzione musicale appartengono al primo Romanticismo italiano e risentono fortemente degli influssi dell’opera seria del primo Ottocento. Questa modernità era ben presente agli interpreti di Bologna che hanno saputo cogliere con gusto e semplicità i tratti più propri della partitura. In questo contesto il direttore Maurizio Benini ha assecondato regia e interpreti accompagnandoli senza creare difficoltà, ma senza d’altro canto brillare per fantasia interpretativa.

Lo spettacolo, ripreso dal Teatro alla Scala, ha riscosso un grande successo di pubblico che ha accolto calorosamente tutti gli interpreti.

Stefania Navacchia

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