Mauricio Kagel
Variété

Divertimento Ensemble
dir. Sandro Gorli
mimo Bustric

Bologna, Europauditorium M. Cagli

L'ascolto di un'opera come Varieté di Mauricio Kagel non può non comportare, nell'ascoltatore odierno, un ripensamento retrospettivo sull'esperienza delle avanguardie musicali del dopoguerra. Del resto, l'enfasi che circola sul finire del millennio speriamo possa significare anche una presa di coscienza che quanto è avvenuto nel novecento artistico è oramai passato, non più rigettabile in termini di mode o di declini, ma invece carico di un ingombrante eredità, che significa anche interpretazione globale e più distanziata dei fenomeni. Varieté, quindi, giunge al Bologna Festival come un "classico" di un passato recente, che chiede ascolto e nel contempo memoria.

Varieté è simbolo di un'arte che ricerca la sincreticità dei linguaggi, le traduzioni tra diverse materie espressive, la contaminazione della tradizione rispettiva delle varie arti chiamate contemporaneamente in gioco. Questo spettro interlinguistico fa parte ormai della nostra competenza di fruitori postmoderni, del nostro saperci porre tra linguaggi. Eppure Varieté, nel suo risultare un concerto-spettacolo seduttivo e "educato", in realtà costituiva (storicamente) il risultato di un articolato e polemico percorso concettuale di crisi di fiducia sulla effabilità e comunicatività della musica. Kagel è stato, tra fine anni cinquanta e primi anni sessanta, uno degli esponenti più importanti (insieme a Cage, a Schnebel, a Bussotti) della riqualificazione e enfatizzazione della gestualità in musica, fino al punto di mettere in crisi la necessità stessa del suono o di una estetica acustica: il gesto era, rispetto all'esecuzione dei "cristalli" delle partiture, un rimando diretto all'azione e all'evenemenzialità: solo scatenare l'evento poteva suscitare una reale risposta corrosiva, per cui decisivo era il rendere palese l'artificiosità delle pratiche e i cliché che circondano il contesto musicale e più ampiamente il sistema sociale. Importante è sottolineare come allora bastasse la denuncia dei cliché, la loro parodizzazione, non il loro aggiramento o la loro risoluzione in una "fusione" poetica originale. Rimanere in una meta-musica o in una metacritica non era che posticipare il problema della scrittura, che non trova comunque mai il "foglio bianco", ma intriso del passato, di ciò che è oramai appunto cliché.

Varieté appartiene a un momento poetico di Kagel in cui questa tensione al gesto non è più soltanto politica, ma riconosciuta come un'inclinazione poetica propria; è quindi vissuta in maniera più disincantata e ludica, "pacificata". Aspetto che non poteva che risultare consono al gusto musicale di Sandro Gorli, direttore del concerto (ma ricordiamolo, anche buon compositore); Gorli ha cercato di rendere la partitura di Kagel disincantata, pulita e "giocosa", significativamente priva di quelle asprezze che venivano enfatizzate in esecuzioni dell'opera di due decenni fa: ottima è risultata, in questa chiave, la resa del sapiente e insolitamente raffinato gioco timbrico di Kagel. L'opera, vista oggi, è compita, ordinata e il fatto che l'ensemble musicale venga di tanto in tanto un po' coinvolto nelle scorribande di un mimo, a cui si è lasciato l'intero palcoscenico, non appare certo più come un’irrisione all'istituzione musicale, ma come un sapiente escamotage ludico.

Sergio Bini, attore e regista dello spettacolo, ha costruito una serie di scene curate e ricche di disincantate perfomance "illusionistiche", che hanno avvalorato di molto l'impressione di uno spettacolo totalmente "classico" e per nulla provocatorio. Per venire al gesto, filo rosso del nostro discorso, esso non è più segno di denuncia, di rottura con i cliché: è gesto teatrale, che oramai è ri-emigrato nel palcoscenico, sul quale sono assenti gli strumenti. I margini tra le due arti si sono ristabiliti. Persino la traduzione della musica nel gesto, tipico della danza, non ha più luogo: Bini sceglie un discorso mimico autonomo, che segue una strada parallela, ma mai iconica o traduttiva di quanto sta compiendo la musica. Questa strategia, probabilmente anche fedele alle intenzioni di Kagel e in ogni caso apertamente dichiarata nella presentazione del progetto di Sergio Bini e Sandro Gorli, comporta, in termini di effetti di senso dello spettacolo, una sorta di scollamento che va a tutto svantaggio della musica: vale a dire che il palco del mimo sopraffà la "platea" musicale, fino a rendere la musica accompagnamento della performance attoriale e della macchina scenica. Non solo, lo scollamento tra i due piani, invece di intensificare la percezione dei nodi e delle salienze dell'opera, tende piuttosto a "scaricare" la forze in gioco. E a proposito di forze, il mimo è colui che riesce a rendere visibile l'invisibilità delle forze (mima di essere trascinato via, di essere soverchiato dal peso di un qualche oggetto, di essere percosso, ecc.); la musica, in fondo, fa la stessa cosa, cerca di veicolare impulsi energetici (disequilibri, appianamenti, "sferzature", scorrimenti, cadute, ecc.), cerca di restituire la loro pregnanza attraverso mezzi sonori. Strano allora come questo "matrimonio" privilegiato tra musica e arte mimica venga in larga parte estromesso dallo spettacolo Varieté. Che l'opportunità esistesse, Gorli e Bini lo hanno dimostrato nell'offrire di tanto in tanto occasioni di traduzione (ecco un suono percussivo violento portato come fattore trasformativo di una corda tenuta dal mimo che da rigida diventa floscia).

La strada che hanno seguito gli autori è diversa, ma risulta anche meno "integrativa" del piano visivo-scenico su quello musicale. Hanno offerto insomma una versione di Varietè tutt'altro che improvvisata o rappezzata, ma fin troppo (e soltanto) gradevole, fruibile sui distinti piani (musicale e scenico), ma non nella loro integrazione. La percezione della musica, ne ha sofferto, l'ha resa in alcune parti "stanco" accompagnamento, perché troppo poco affabulatorio rispetto alla potenza narrativa esplicita della mimica di Bustric (Sergio Bini). La palla "incendiaria" è stata passata (letteralmente) alla musica soltanto in conclusione, quando Bustric ha gettato una palla-dinamite a miccia accesa verso il direttore Sandro Gorli. Ma quella miccia era fin troppo ostentatamente "falsa"; il tono fiabesco, etereo (il volare di un palloncino, la testa che sbuca dalla tenda del sipario muovendosi verso altezze che lasciano intendere un "volo" dell'attore, la quantità innumerevole di bolle di sapone, carte, finta neve, ecc. che scende dall'alto) del lavoro di Bini è un po' sospeso a mezza via tra una vis comica fredda e rarefatta e un'inflessione drammatica.

In ogni caso, è Varieté stesso ad essere un lavoro di confine, ambiguo, contraddittorio, aperto a interpretazioni disparate; forse perfetto simbolo di un impasse di certe spinte avanguardistiche; in Varieté non vi è forse la messa tra parentesi della concettualità, a favore di un ripresa di fiducia della potenzialità del sensibile, non segna in qualche modo contraddittoriamente la fuoriuscita da quell'estetica della negatività di stampo adorniano verso una maggiore valorizzazione del godimento, dell'aisthesis e della katharsis, come sosteneva Jauss proprio negli anni settanta?

Pierluigi Basso Fossali

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