VERDI
Don Carlos

Filippo II, Nicolai Ghiaurov
Don Carlo, Fabio Sartori
Rodrigo, Roberto Frontali
Il Grande Inquisitore, Eldar Aliev
Un frate, Franceso Musinu
Elisabetta, Amelia Felle
Eboli, Carolyn Sebron
Coro e Orchestra del Teatro Comu

Bologna, Teatro Comunale

La locandina di Don Carlo, secondo titolo verdiano in programma nella stagione 1997-98 del Teatro Comunale di Bologna, presenta giÓ motivo di riflessione e discussione. La presenza nel secondo cast di un nome "nobile" nella storia della lirica del nostro secolo come Nicolai Ghiaurov, in un ruolo che gli Ŕ sempre stato caro, ha suscitato in me maggiori curiositÓ e maggiori attese della compagnia titolare spinta dalle agenzie sui palcoscenici di tutto il mondo. La scelta di assistere alla recita del 3 aprile 1998 non Ŕ quindi stata determinata solo da motivi "affettivi", ma da considerazioni pi¨ generali sullo stato dell’interpretazione del grande repertorio dell’opera italiana dell’Ottocento.

Prima di tutto per una giovane di 27 anni Ŕ occasione di vanto e di appagamento poter udire una voce che ha costituito la storia della lirica. Inoltre la serata da me scelta coincideva con il festeggiamento del quarantesimo anniversario della presenza di Ghiaurov sulle scene del Comunale.

I tre quarti d’ora che, nella edizione in quattro atti, rappresentata in questa occasione, precedono l’ingresso del re in scena mi avevano fatto capire la scarsa soliditÓ che il direttore Eliahu Inbal aveva posto come sostegno alle voci: la direzione, al pari della regia, non ha saputo dare unita al dramma. Ghiaurov si Ŕ quindi trovato solo in una situazione assolutamente priva di struttura, e doveva fronteggiare, inoltre, i tanti anni di carriera che gravano sulla sua vocalitÓ. Sicuramente egli Ŕ riuscito ad imprimere grande incisivitÓ a molte frasi importanti previste dalla parte (soprattutto nel duetto con il Grande Inquisitore) ed in alcuni casi la sua voce ha costituto quel sostegno alla concertazione che era compito dell’orchestra (ad esempio nel quartetto con Elisabetta, Eboli e Posa). Tuttavia in un contesto musicale inesistente, neppure la grande esperienza di Ghiarurov e la sua lunga frequentazione di questo ruolo verdiano hanno saputo imprimere un carattere preciso al complesso personaggio di Filippo.

Questo compito Ŕ risultato ancora pi¨ impervio per il resto del cast, nel quale si sono registrati grossi limiti vocali. Roberto Frontali, nei panni del marchese di Posa, ha potuto sfoggiare un canto curato, ma non adatto ad un ruolo verdiano, Fabio Sartori, nel ruolo del titolo, ha mostrato una voce piccola, Amelia Felle (Elisabetta) non trova difficoltÓ nella zona acuta, se non per il cambiamento di colore nella zona di passaggio, Carolyn Sebron, come Eboli, ha trovato qualche problema, soprattutto nella canzone del velo, a governare una voce abbastanza potente ed a fronteggiare una dizione molto imprecisa. Nessuno di essi ha tuttavia saputo andare oltre il semplice canto nÚ suscitare emozioni.

Il paradigma dell’interpretazione d’opera negli ultimi decenni consegna tutte le sorti di una produzione nelle mani della direzione orchestrale. Questa importante e giusta rivoluzione ha tolto peso, non tanto ai cantanti, ma al loro ruolo nel determinare la lettura di una composizione o di un personaggio. Questo principio pu˛, a volte, portare discreti risultati nei casi in cui il lavoro del direttore conduca ad un forte impegno sia verso la tecnica orchestrale, sia verso una visione unitaria del dramma. Inbal, volendo interpretare Don Carlo, in chiave sinfonica ha fallito entrambi gli intenti: l’orchestra del Comunale ha fornito una prestazione disastrosa, non tanto relativamente alle singole parti, quanto nel lavoro d’insieme. Il direttore ed il regista Andrei Serban, che ha realizzato uno spettacolo (che riprendeva un allestimento di una decina di anni fa) troppo cupo e stilizzato, con la finalitÓ di privilegiare l’aspetto politico dell’opera, trattavano come un imbarazzante errore il dramma privato, di cui liberarsi nel minor tempo possibile. Si Ŕ semplificato in tal modo non solo la complessitÓ di Don Carlo, ma tutta la problematicitÓ del teatro musicale, e soprattutto di quello verdiano.

Stefania Navacchia

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