WAGNER
Das Rheingold

Wotan, A. Dohmen
Donner, J. M. Salzmann
Froh, W. Coppola
Loge, H. Delamboy
Alberich, S. Nimsgern
Mime, H. Pampuch
Fasolt, J. Tilli
Fafner, D. Schweikart
Fricka, H. Fassbendeer
Freia, R. Ricciotti
Erda, O.

Trieste, Teatro Comunale G. Verdi

E’ sempre impresa degna di elogio per un teatro italiano intraprendere l’allestimento di Der Ring des Nibelungen, soprattutto se si tratta di un ente lirico come il Verdi di Trieste con un budget limitato ed alla ricerca di una nuova organizzazione economica dopo la recente riforma. Negli ultimi anni solo la Scala, il Regio di Torino, ed, ancora prima, il Comunale di Bologna, hanno iniziato e (tranne il teatro milanese, a cui manca solo l’ultima giornata) concluso questo consistente impegno. Ed ora il capoluogo giuliano ha dato l’avvio alla sua "impresa" con Das Rheingold, il prologo della complessa costruzione wagneriana. Questa scelta sembra rispondere al desiderio di inserire la programmazione della stagione in corso nella tradizione mitteleuropea della città: accanto ad opere del repertorio più tradizionale, il cartellone di quest’anno, grazie all’inizio della Tretralogia ed a un opera come Wozzeck, guarda anche la cultura linguistica tedesca, che tanta parte ha avuto nella formazione dell’identità storica di Trieste.

Malgrado questo retaggio ancora vivo nel tessuto cittadino, la rappresentazione prevedeva i sopratitoli in italiano che riportavano una sintesi del libretto ed una spiegazione di quanto avveniva in scena; in tal modo lo spettatore non era costretto a seguire continuamente la didascalia e a distrarsi dal palcoscenico.

In questa realizzazione la direzione artistica ha deciso di seguire la strada più sicura e di affidarsi ad un direttore come il russo Woldemar Nelsson, che per alcuni anni ha lavorato a Bayreuth. Egli è riuscito a governare in maniera soddisfacente l’orchestra del Teatro Verdi che nel complesso ha suonato dignitosamente, sia pur con qualche imprecisione, ed ha quindi superato la difficile prova che per le orchestre italiane è costituito dal repertorio tedesco. Impegnato quindi a risolvere i problemi tecnici Nelsson ha tuttavia trascurato quelli interpretativi, fornendo una prestazione scarsamente incisiva e priva di senso drammatico e di dinamicità: il tessuto dei motivi conduttori non era integrato sufficientemente con lo svolgersi dell’azione, così come era nella volontà di Wagner. Inoltre, per portare solo un esempio, il direttore non ha saputo rendere il senso di decadenza della stirpe degli dei che si presagisce già alla fine del Rheingold e che si compirà al termine del Götterdämmerung.

Analogo discorso può essere fatto per l’allestimento: il regista Frank Bernd Gottschalk ha raccontato la storia di Rheingold molto chiaramente, come una fiaba: affidandosi a scene stilizzate, ha scelto un’ambientazione fuori dal tempo. Tuttavia i colori erano forse troppo violenti ed i costumi, sia pur con l’intento di caratterizzare in maniera inequivocabile il ruolo dei personaggi, risultavano poco credibili. Inoltre se la narrazione trovava una sua unità, così non era per le azioni dei personaggi sul palcoscenico: soprattutto nella prima scena, nel fondo del fiume, con le tre figlie del Reno collocate su "altalene", i movimenti di Alberich, risultavano spesso immotivati ed inutili, non rispondenti ad un preciso disegno registico.

Sotto il profilo vocale, quasi tutta la compagnia ha fornito una buona prestazione. Tra tutti è emerso Albert Dohmen, per una voce sicura e ben impostata; forte di una carriera già ad alto livello, egli ha saputo tratteggiare un Wotan sicuro. L’unico elemento che gli si può imputare è la mancanza di introspezione che forse ha un po’ appiattito un personaggio molto sfaccettato; ma questo può essere considerato un peccato veniale: in primo luogo la problematicità di Wotan emerge maggiormente nel prosieguo del Ring; secondariamente credo che Dohmen non abbia trovato nella direzione il giusto sostegno interpretativo. La stessa percezione si è avuta per il resto del cast, per il quale mi sento di fare una recensione collettiva: buono l’aspetto vocale , ma scarsa la lettura dei vari ruoli (le uniche difficoltà, per quanto riguarda il puro canto, si sono registrate nell’Alberich di Siegmund Nimsgern, basso, giunto molto stanco alla scena della maledizione dell’anello). Emblematico il caso di Hubert Delamboy (Loge), tenore olandese dalla voce sicura, disinvolto in scena, ma penalizzato da un costume rosso che nelle intenzioni di Jürgen Aue, scenografo e costumista dello spettacolo doveva rappresentare il fuoco, di cui Loge è il dio, ma che ricordava il diavolo e quindi una riduttiva semplificazione della complessa funzione che il personaggio ricopre nell’opera.

Si può pertanto affermare che il denominatore comune dello spettacolo nelle sue tre parti, direzione, regia e cast vocale, è stata una unità "tecnica", ma non interpretativa. Per questo, comunque, la rappresentazione a cui ho assistito (5 aprile 1998) ha meritato un buon successo di pubblico.

Stefania Navacchia

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