Musiche di Tartini, Vivaldi, Händel, Boccherini

Cecilia Gasdia, soprano
Marco Maur, tromba
Roberto Giaccaglia, fagotto
I Solisti Veneti
Claudio Scimone, dir.

Bologna, Europauditorium M. Cagli

Chi ha particolare predilezione per la musica barocca, ma non sopporta gli strumenti originali può trovare nei Solisti Veneti un sicuro sostegno ai propri gusti "tradizionali". Questa formazione, nata a Padova quasi quarant’anni fa e specializzatasi nel repertorio settecentesco, è ormai una delle poche ad avvalersi di strumenti moderni laddove, nel mercato discografico e nei festival di musica barocca, imperano gli esecutori che, tra mille difficoltà tecniche, si sforzano di estrarre dai propri strumenti antichi un suono pulito e malleabile. L’annosa diatriba sulla legittimità e sull’efficacia dell’uso degli uni o degli altri strumenti non può che portare ad un risultato sterile; il sottoscritto desidera solo sottolineare uno di quei paradossi logici che si sono creati nel linguaggio usato nei dibattiti musicali a qualunque livello: gli strumenti moderni sono divenuti per definizione "tradizionali", mentre quelli antichi rappresentano l’innovazione.

La prima parte del programma presentato è apparsa molto ben congeniata nella sua alternanza di pezzi strumentali e vocali, che parevano pensati per offrire un assagio dei generi musicali presenti nel Settecento italiano: il Concerto per solista e orchestra (G. Tartini, concerto in re maggiore per tromba ed archi; A. Vivaldi, concerto in si bemolle RV501 per fagotto e archi "La notte"), l’Opera (G. F. Händel, aria di Almirena dal Rinaldo "Lascia ch’io pianga") e la Musica Sacra (A. Vivaldi. "Longe mala umbrae terrores" RV 629, motetto per soprano ed archi).

Il concerto di Tartini per tromba, detto "Sant’Antonio" per la sua provenienza dai manoscritti dell’Archivio Musicale della Cappella Antoniana, risulta una piccola eccezione nella produzione del compositore che, essendo stato anche un eccelso violinista, ha prodotto prevalentemente opere scritte per quello strumento. Molte delle edizioni moderne delle sue musiche vengono curate proprio da Claudio Scimone, che si adopera particolarmente per divulgare questo compositore ancora poco conosciuto.

I solisti ai quali è stata affidata l’esecuzione dei due concerti di Tartini e di Vivaldi fanno parte dell’organico dell’orchestra. Le difficoltà legate al carattere particolarmente ostico dello strumento, hanno portato il trombettista Marco Maur ad incontrare qualche incertezza nella parte iniziale del brano, subito fugata da un pieno riscatto nel virtuosismo dell’ultimo movimento.

Nel famoso concerto di Vivaldi "La notte", il fagottista Roberto Giaccaglia si è dimostrato un interprete delicato, riuscendo a far risaltare uno strumento che, per sua natura, rischia di sparire, travolto dall’insieme dell’orchestra, ed eseguendo i brani in perfetto accordo con essa.

La precisione e la brillantezza dei Solisti Veneti hanno contrastato con l’altra protagonista della serata, il soprano Cecila Gasdia che, però, non è riuscita a far fronte ad alcune carenze vocali che affliggono la sua voce già da qualche tempo. La Gasdia è un’interprete precisa e raffinata che non ha mai posseduto doti vocali naturali eccelse ma ha sempre saputo ovviare a questa lacuna con una tecnica che, purtroppo, in questa occasione, non è stata sufficiente: la sua voce è stata spesso sovrastata dall’orchestra ed è apparsa piuttosto legnosa soprattutto nell’aria di Händel. La soprano veronese è stata maggiormente convincente nel motetto di Vivaldi, dove è riuscita ad imprimere una certa forza ad alcune frasi.

La seconda parte del concerto era tutta dedicata a Luigi Boccherini la cui produzione rappresenta, insieme a quella di Giovanni Battista Viotti, l’epilogo della tradizione della musica strumentale italiana. I Solisti Veneti ci hanno fatto ascoltare il brano più famoso della copiosa opera del compositore lucchese, il Quintetto in do maggiore op.30 n. 6, trascritto per orchestra d’archi e noto con il nome di "La musica notturna delle strade di Madrid". Claudio Scimone ne ha dato un’interpretazione molto briosa e ricca di sottili sfumature timbriche che ha messo in evidenza il suono brillante della formazione orchestrale.

Opera che oserei definire discontinua è, invece, lo Stabat Mater in cui sono presenti, nella prima metà, alcune invenzioni melodiche di stampo operistico che contrastano però con l’aspetto più interiore della seconda metà del brano. L’interpretazione di Cecilia Gasdia ha avuto momenti suggestivi per la buona intesa con l’orchestra, ma i difetti vocali di cui si è parlato hanno provocato un appiattimento dell’intensità emotiva.

Gianfranco Marangoni

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