HAYDN: Sinfonia n. 44 in mi min. "Trauer"
BEETHOVEN: Concerto in re magg. Op. 61 per violino e orchestra

Orchestra da Camera di Mantova
Shlomo Mintz, direttore e solista

Bologna, Europauditorium M. Cagli

Poco più di trent’anni separano la composizione della sinfonia di Haydn (1772) dal concerto di Beethoven (1806) e bastano poche note per capire quanto tempo sia invece passato sotto il profilo dell’evoluzione formale. Ci si accorge dunque di quanto sia approssimativa la dicitura di "classicismo viennese", per definire, in modo utopisticamente ideale, proprio quel periodo storico-musicale che vede all’opera Haydn, Mozart e Beethoven. Il termine, oltre a richiamare un recupero dell’antico assolutamente inesistente, riassume un insieme di stili e forme musicali diversissime, tanto che la definizione di "classico" è oggetto di discussione non solo della musicologia e delle arti nel loro complesso, ma riguarda anche il nostro linguaggio quotidiano (si pensi al problema di distinguere la musica "colta", chiamata appunto "classica", dalla musica leggera, jazz ecc.): il problema appare irrisolvibile in quanto viviamo il paradosso di capire quanto siano riduttive le classificazioni in generi, ma allo stesso tempo non riusciamo a trovare un’altra strada che ci consenta di farne a meno.

Di primo acchito la Trauersymphonie di Haydn appare ancora legata allo stile galante, se non fosse che una sottile vena di inquietudine ed il contrasto tra il primo e secondo tema del primo movimento trasportino l’ascoltatore in un deciso clima Sturm und Drang. L’uso del clavicembalo, ad esempio, è solo una pallida eco della funzione che esso esercitava in pieno Settecento: le varie sezioni dell’orchestra hanno già raggiunto lo scopo di costruire un’armonia più complessa, rendendo non più necessario un "riempimento"; se ne potrebbe dedurre che i leggerissimi tocchi del clavicembalo servano a creare un particolare effetto sonoro, più che contribuire alla costruzione musicale del brano.

L’orchestra da camera di Mantova ha dimostrato notevoli capacità tecniche soprattutto nel settore degli archi, i quali conferiscono all’insieme una sonorità calda e morbida che si unisce ad una notevole precisione e leggerezza. Queste caratteristiche ben si adattano allo stile della Trauer e l’accuratezza dell’esecuzione ha messo in risalto quei risvolti malinconici tipicamente viennesi che fanno già pensare a Schubert. Un’ottima prestazione si è avuta nel terzo movimento, dove i delicatissimi "dialoghi" tra le varie sezioni dell’orchestra hanno sottolineato ogni più piccola frase con grande intensità.

Quanto sia problematico il termine di classicismo risulta evidente dal secondo brano in programma. Nulla di simile, infatti, si era mai udito sino a quel momento. Il concerto per violino di Beethoven presenta novità formali assolute per quello che riguarda il genere delle composizioni per strumento solista e orchestra. Oltre alla notevole sproporzione tra il primo movimento e i due successivi, l’orchestra non si limita più ad accompagnare il solista, ma i due attori uniscono i loro sforzi per dare vita ad una costruzione ampia ed articolata. Sempre parlando di stili diversi, questo concerto rappresenta un episodio insolito anche nella produzione di Beethoven il quale si abbandona più che in ogni altra sua composizione ad un lirismo appassionato che deriva certamente dalle due romanze per violino scritte poco prima e dalle caratteristiche intrinseche allo strumento.

L’esecuzione ha avuto il necessario affiatamento tra orchestra e direttore-solista: il suono morbido di questa formazione ha permesso ad uno Shlomo Mintz particolarmente attento e concentrato di puntare sulle caratteristiche liriche del brano. Non per questo è mancato quel piglio deciso ed energico necessario per rendere la sanguigna potenza della musica beethoveniana. Certo la lettura del violinista russo è più orientata verso lo sfoggio della sua abilità tecnica che non alle sottili sfumature dell’interpretazione, ma si è trattato di un virtuosismo molto misurato e relegato ai momenti solistici.

Pubblico entusiasta che ha strappato due acrobatici bis al famoso violinista.

Gianfranco Marangoni

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