La Cappella della Pietà dei Turchini
Musiche di Vinci, Leo, Durante, Sarri, Marchitelli

Emanuela Galli, soprano
Daniela del Monaco, contralto
Giuseppe De Vittorio, tenore
Rosario Totaro, tenore
Giuseppe Naviglio, baritono
Enrico Baiano, clavicembalo
Tommaso Rossi, flauto dolce
Antonio Florio, direttore

Zola Predosa (BO), Villa Arbergati

Il settecentesco Palazzo Albergati di Zola Predosa alle porte di Bologna, con il suo salone che si sviluppa per tutta l’altezza dell’edificio, torretta dell’orologio compresa, ha ospitato questo concerto interamente dedicato alla musica della cosiddetta "scuola napoletana" alla cui divulgazione si sta impegnando la Cappella della Pietà dei Turchini con il sostegno degli studi musicologici del Centro di Musica Antica "Pietà dei Turchini" di Napoli.

Il programma presentato alternava composizioni strumentali e brani da commedie musicali dialettali ambientate nelle strade e nelle piazze di Napoli:
- Pietro Marchitelli (1643-1729), Sonata a quattro parti;
- Leonardo Vinci (1690-1739), da Li Zite ‘ngalera: "Vurria addiventare suricillo" (aria), "Da me che buò se sa" (aria);
- Domenico Sarri (1697-1744): Concerto per flauto e archi;
- Anonimo: Scena buffa a tre: Clelia vecchia, Carbone balbuziente e Muscone napoletano;
- Leonardo Vinci, da Lo Cecato Fauzo: "So’ le ssorva e le nespol’amare" (aria), "Maramene, haggio visto ‘na cosa" (duetto), "Sto ‘mmiezzo a doi cecate" (aria), "Uh, che guaio" (aria).
- Francesco Durante (1684-1755): Concerto in si bemolle maggiore per cembalo ed archi;
- Leonardo Leo (1694-1744): "Fa l’alluorgio cammenare" (concertato).

Le opere e gli intermezzi dialettali costituiscono senza dubbio la produzione più famosa dei musicisti del primo settecento napoletano: i loro personaggi, il carattere delle arie, gli intrecci che generano equivoci rappresentano già gli stereotipi dell’opera comica italiana che raggiungerà il suo apice con i lavori di Rossini. Assolutamente sbalorditiva appare la quantità di invenzioni ritmiche ed onomatopeiche che sono state ascoltate nel concertato di Leonardo Leo "Fa l’alluorgio cammenare", brano che si può indicare come anticipatore del finale del primo atto dell’Italiana in Algeri.

Nonostante l’importanza drammaturgica dell’opera napoletana, questa continua ad essere pressoché sconosciuta; la quasi totale assenza di allestimenti di queste commedie nelle stagioni d’opera dei nostri teatri, non solo crea un vuoto di conoscenza, ma priva anche il pubblico della possibilità di assistere a spettacoli molto divertenti e di grande pregio musicale, tanto più che le voci in grado di rendere giustizia a questo repertorio non mancano.

I cantanti di questa serata hanno dimostrato di possedere lo stile e la vivacità appriopriati all’esecuzione di questi brani e senza dubbio si trovano a loro agio soprattutto nei brani dal carattere più popolaresco; in generale però bisogna lamentare una scarsa comprensibilità del testo, che in questo caso non è un fattore affatto trascurabile.

Accanto alla musica operistica, i compositori che operarono a Napoli realizzarono anche una copiosa produzione di musica strumentale, che, lungi dall’essere di secondaria importanza, si distingue invece per alcuni tratti molto originali. Il Concerto per flauto ed archi di Domenico Sarri, ad esempio, ha evidenziato come la musica popolare napoletana abbia influenzato le composizioni strumentali e non solo quelle operistiche: l’ultimo tempo, infatti, con il suo ritmo puntato e la sua melodia vivace, ricorda qualcosa di simile ad un saltarello.

Per il rigore compositivo è però emerso fra tutti il Concerto per cembalo ed archi di Francesco Durante il quale, dimostrando di possedere una grande tecnica contrappuntistica, si può indicare come un maestro di Domenico Scarlatti. Nel contesto della serata, il Concerto di Durante, che tra l’altro non scrisse mai opere teatrali, ha sottolineato l’estrema diversità di figure che operarono all’interno dell’ambiente napoletano e come, per alcuni aspetti, sia improprio e riduttivo il termine di "scuola napoletana". Il clavicembalista Enrico Baiano è riuscito a far emergere il proprio strumento all’interno dell’orchestra, compito non facile dal momento che il clavicembalo d’epoca possiede un suono piuttosto debole e meno brillante di quello moderno.

La Cappella della Pietà dei Turchini svolge dunque una lodevole opera di divulgazione e di studio delle musiche di questi compositori e prepara concerti insoliti e gradevolissimi per il loro carattere spiritoso. La formazione si avvale di strumenti originali utilizzati con grande perizia anche se nel complesso la sonorità risente a volte di un rigore filologico forse troppo marcato.

Gianfranco Marangoni

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