BRAHMS: Trio n. 1 in si maggiore op.8
SCHUBERT: Trio n.1 in si bemolle maggiore op. 99

Trio Debussy
Antonio Valentino, pianoforte;
Piergiorgio Rosso, violino;
Francesca Gosio, violoncello (sostituita da Luca Provenzali)

Casalecchio di Reno (BO), Teatro Comunale

Bologna Festival ci ha proposto, nel suo "Ciclo Provincia", il Trio Debussy formatosi a Torino nel 1989 e composto da giovani musicisti che cominciano ora ad affermarsi in ambito internazionale. Per motivi di salute la parte del violoncello è stata sostenuta, anziché da Francesca Gosio, da Luca Provenzali, ma questo non ha compromesso l’intesa dei tre strumentisti che nel complesso hanno dimostrato di possedere una buona tecnica ed un promettente futuro.

Il programma presentato comprendeva due brani tra i più noti del repertorio per Trio con pianoforte, un genere che fa le sue prime timide apparizioni nella scuola di Mannheim, dove lo strumento a tastiera è però ancora relegato al ruolo di "cembalo obbligato"; verso il 1760, con la produzione del parigino J. Shobert, si fa strada la Sonata per cembalo (o fortepiano) e altri strumenti. In ambito viennese Haydn e Mozart dettero maggior rilievo a questo genere musicale, anche se continuarono a considerare il Trio con strumento a tastiera una composizione relegata ad un’ambito familiare o ad esecuzioni di carattere dilettantesco.

È con la produzione di Beethoven che il Trio assume caratteristiche di impegno costruttivo ed espressivo pari alle altre composizioni; vero è che questa formazione strumentale è sempre legata alla necessità di "fare musica" in privato, ma i Trii del musicista di Bonn abbisognano di ottimi strumentisti, seppur dilettanti: ricordiamo, fra gli altri, l’op. 70 con l’Adagio detto "degli spiriti" ed il famoso Trio op. 97 detto "dell’Arciduca".

Grazie a Beethoven, il Trio diviene una delle composizioni da camera preferite dai "romantici" fino quasi a raggiungere l’importanza del Quartetto d’archi, considerato, per le sue qualità polifoniche e contrappuntistiche, come la forma di espressione più impegnativa. Il gusto romantico trova una maggiore corrispondenza di intenti nel Trio con pianoforte: rispetto al Quartetto o al Trio per archi, esso possiede una sonorità avvolgente ed un timbro più caldo, caratteristiche che contribuiscono a creare melodie di più ampio respiro e concepire strutture musicali "allargate".

Il percorso ideale e tipicamente romantico di questo genere di composizione si snoda partendo dai due Trii op. 99 e op. 100 di Schubert, per continuare con l’op. 49 e l’op. 66 di Mendelssohn ed i brani op. 63, 80 e 110 di Schumann, fino ad arrivare ai 6 trii scritti da Brahms, il quale sperimenta anche sonorità e timbri diversi variando un poco la formazione nei due tri op. 40 (per pianoforte, violino e corno - o viola o violoncello) e op. 114 (per pianoforte, violoncello e clarinetto - o viola). In Brahms il Trio raggiunge una complessità formale ed un grado di espressività pari alle sue composizioni per grande orchestra: pur osservando il tipico rigore delle composizioni brahmsiane gli episodi musicali si susseguono con apparente disinvoltura, giocando spesso con effetti di chiaroscuro, tipici del musicista amburghese.

I due Trii composti da Schubert sono accomunati da una struttura che si basa ancora molto su battute simmetriche delle parti; essi rappresentano due aspetti caratteristici del Biedermeier viennese: il carattere giocoso dell’op. 99 e le tipiche malinconie schubertiane del famoso Trio op. 100, sono l’incarnazione dello spirito che regnava nell’epoca più felice della capitale austriaca, i cui abitanti sapevano godere delle feste e degli incontri tra amici e si sentivano invasi da un sentimento nostalgico quando i divertimenti finivano.

I tre esecutori hanno suonato la giovanile composizione op. 8 di Brahms con il dovuto impeto, anche se per certi versi sono apparsi un poco contratti, soprattutto a causa di una scarsa attenzione ai contrasti dinamici. Complessivamente i tre strumentisti possiedono una buona precisione ed un suono caldo e vibrante, caratteristiche fondamentali nell’esecuzione della musica brahmsiana, che in questo caso risente ancora dell’influsso che gli Schumann ebbero sul musicista. Si può notare che il violino di Piergiorgio Rosso si è dimostrato a volte troppo vigoroso ed il pianoforte di Antonio Valentino non sempre nitido, ma questo non ha assolutamente danneggiato l’ascolto.

Nel Trio op. 99 di Schubert, invece, gli esecutori si sono dimostrati più a loro agio riuscendo ad offrirci un’interpretazione molto intensa accentuando i contrasti emotivi dei movimenti che compongono il brano: laddove prevale il piacere e la spensieratezza dei tempi veloci, gli strumentisti hanno giocato sulle variazioni dinamiche e sulla "leggerezza" del tocco; dove invece domina il sentimento malinconico e la passione, come nel tempo lento (Andante un poco mosso), il Trio Debussy ha marcato sui respiri e gli indugi delle melodie schubertiane.

Al termine della serata è stato eseguito con grande disinvoltura l’ultimo tempo - "all’ungherese" - del Trio in Sol maggiore di Haydn, molto apprezzato da un pubblico che purtroppo era poco numeroso.

Gianfranco Marangoni

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