PETRASSI: Ottavo Concerto per Orchestra;
BRUCKNER: Sinfonia n. 9 in re minore

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
direttore, Jeffrey Tate

Bologna, Europauditorium M. Cagli

Prima di addentrarci nella cronaca della serata vorrei spendere due parole sull’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI che, come sappiamo, nasce dalla fusione delle quattro orchestre di Torino, Milano, Roma e Napoli. Il rammarico per ciò che è stato cancellato è ancora forte ed è aumentato dopo aver ascoltato la performance di questa sera: l’orchestra è di alto livello in ogni settore ed anche se non sarà paragonabile alle più famose orchestre del mondo, in Italia è certamente una delle due formazioni (l’altra è la Filarmonica della Scala) che riesce a far fronte egregiamente a partiture così complesse. Mi sia quindi concessa la nota polemica: con i tanti programmi televisivi dispendiosi ed offensivi per l’intelligenza delle persone non esisteva davvero la possibilità di gestire tutte e quattro le orchestre, magari con l’intervento di privati? Molti telespettatori non sarebbero forse più contenti di pagare il canone se una parte di finanziamenti venisse destinata alle attività culturali? Certo non sarebbe stata impresa facile, ma la cultura in Italia ha bisogno di scelte coraggiose che peraltro non sono mancate nei decenni scorsi.

La figura di spicco della musica contemporanea italiana del secondo dopoguerra, Goffredo Petrassi, ha qualche debito verso l’attività musicale della RAI che non si limitava alla produzione di semplici stagioni concertistiche: queste hanno assunto spesso un’importanza culturale rilevante svolgendo un’intensa opera di divulgazione che ha reso possibile l’esecuzione di autori contemporanei, altrimenti rifiutati da strutture più conservatrici e più ossequiose verso i gusti del pubblico. Ben otto sono i Concerti per orchestra di Petrassi, che si presentano a noi nell’arco di trentotto anni con differenze stilistiche indicative del cammino artistico del musicista. Per alcuni aspetti l’Ottavo Concerto, del 1972, si presenta come una composizione legata alla tradizione: la suddivisione in tre movimenti e l’uso di una grande orchestra sinfonica senza strumenti elettronici che peraltro non sono mai stati utilizzati dal compositore. Per quanto riguarda la tecnica compositiva Petrassi rifiuta ogni tipo di ripetizione e variazione affidando di volta in volta il materiale sonoro ai diversi componenti della grande orchestra; nonostante questo atematismo si avverte una grandiosa coerenza interna determinata dai dialoghi tra i vari strumenti, una logica stringente in grado di fornire una forte tensione a tutto il brano. L’Orchestra Nazionale della RAI ha saputo essere molto precisa ed il direttore inglese Jeffrey Tate ha avuto il grande merito di averci offerto un’interpretazione di grande intensità.

La seconda parte del concerto prevedeva l’esecuzione dell’impervia Sinfonia n. 9 di Anton Bruckner, la sinfonia più ostica ed enigmatica di un compositore già di per sé pieno di luci ed ombre. La difficoltà a comprendere la logica intima di questo brano viene ingigantita dalla consapevolezza di Bruckner di essere oramai prossimo alla fine dei suoi giorni ed egli, come sua abitudine, rivolge lo sguardo al cielo dando una vaga impronta mistica a tutto il brano. La produzione del musicista austriaco appare rutilante e ridondante con quelle sue formule ripetitive come i tremuli degli archi ed i "gruppetti" wagneriani o addirittura ossessive con l’impiego massiccio degli ottoni. Al di là di tutte le accuse che si possono fare a questo musicista mi sento però in dovere di precisare che, nonostante una indubbia e profonda influenza wagneriana, Bruckner attinge materiale da tutta la tradizione musicale: si possono trovare echi di Schubert e Mendelssohn, perorazioni lisztiane e berlioziane, citazioni di Haydn e Mozart e procedimenti ciclici che fanno capo a Schumann e Franck. Ciò dovrebbe essere sufficiente per restituire originalità alla produzione musicale di Bruckner, che ha senza dubbio percorso strade molto diverse da quelle di Wagner. Nella sua Nona, il musicista austriaco si spinge anche oltre il suo stesso limite insistendo spesso sulla potenza espressiva della dissonanza, che porta scompiglio ma nello stesso tempo rigenera: il risultato finale è stato quello di aver scritto una sorta di testamento personale dove la dissonanza, unita ai poderosi mezzi e alla ripetizione ossessiva non fanno altro che ribadire la fede incrollabile di Bruckner nei mezzi espressivi della tradizione. Egli conclude così un’epoca, presagendo già lo sforzo che farà Mahler per tenere insieme i pezzi di un mosaico il cui impianto formale si è già frantumato.

La fruizione di questa sinfonia richiede molto impegno e l’interpretazione di Jeffrey Tate è stata molto coraggiosa nel non concedere nulla all’ascoltatore: l’esecuzione è stata di estremo rigore ed i tempi sono apparsi anche un poco rallentati, privilegiando così un’attenta analisi della partitura anziché, come sarebbe più facile, sottolineare alcune effusioni liriche che avrebbero "ammorbidito" un poco la tensione.

Il pubblico ha apprezzato il programma e le scelte interpretative nonostante il grande sforzo di concentrazione a cui è stato sottoposto durante tutta la serata.

Gianfranco Marangoni

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