MOZART
Concerto per pianoforte o orchestra in Do Magg. n.25 K503
Recitativo ed Aria ("Ch’io mi scordi di te") K505
Sinfonia n.39 K543 Praga

Adele Eikenes, soprano
Orchestra da Camera di Stoccolma
Christian Zacharias, direttore e solista

Bologna, Europauditorium M. Cagli

Interamente dedicato a Mozart questo concerto offriva la possibilità di ascoltare le opere del compositore salisburghese catalogate come K. 503, 504 e 505, tutte del 1876, lo stesso anno delle Nozza di Figaro. Si tratta forse dell’unico momento nella sua vita in cui Mozart riscosse un grande successo di pubblico: erano i tempi dei concerti per sottoscrizione con cui un compositore poteva raccogliere presso le persone facoltose i fondi necessari per organizzare l’esecuzione delle proprie musiche.

I concerti per pianoforte e orchestra rappresentano il fulcro vitale di questa attività di "libero professionista" del compositore: infatti, oltre alla possibilità di vedere eseguiti i propri brani, Mozart poteva esibirsi anche come solista, entusiasmando il pubblico con il suo grande virtuosismo. La vena apparentemente gioiosa ed insieme giocosa, le avvolgenti sonorità possono indurre a considerare "facile" la fruizione di queste e di tante altre composizioni del maestro salisburghese; ad una analisi appena più profonda possiamo invece individuare le caratteristiche salienti di queste composizioni: marcati contrasti tra i temi presenti nei primi movimenti e addirittura nei Rondò finali, profonde malinconie nei tempi centrali, improvvise "isole" dalle cupe sonorità, intensi e fino ad allora inediti dialoghi tra il pianoforte e gli strumenti dell’orchestra.

Si inquadra sotto questi aspetti la lettura dell’Orchestra da Camera di Stoccolma e del pianista Christian Zacharias che, lungi dal "drammatizzare" queste caratteristiche, hanno invece sottolineato con grande attenzione le parti più nascoste del Concerto per pianoforte e orchesta in DO maggiore K. 503 n.25. Nel suo complesso l’esecuzione risultava briosa e scattante, con un Zacharias molto preciso e dal tocco robusto, lontano dalle leziosità a cui ci hanno abituato molti pianisti; scendendo nel particolare, gli esecutori ci hanno offerto una interpretazione assai curata dove tutti i passaggi erano tesi ad evidenziare la sconfinata ricchezza di invenzioni di queste composizioni, assai più complesse da decifrare di quanto possa sembrare.

Il recitativo ed Aria ("Ch’io mi scordi di te", "Non temer, amato bene") in MI bemolle maggiore K. 505 si avvale dell’insolita presenza, accanto all’orchestra, del pianoforte che conferisce una notevole brillantezza a tutto il brano. Adele Eikenes ha cantato con stile e tecnica appropriate, ma purtroppo la sua voce è piccola (probabilmente le voci risentono anche dell’acustica troppo "assorbente" dell’Europauditorium) ed in alcune zone le note sgorgavano un po’ afone, producendo una certa monotonia in un brano che già di per sé non brilla per originalità.

Ha concluso la serata la Sinfonia in RE maggiore K. 504 n.38 "Praga", così detta perché composta per ringraziare i praghesi del successo tributato al compositore. Dalla precedente Sinfonia K. 425 "Linz" trascorsero ben tre anni e ne passarono altri due prima che venisse alla luce la Sinfonia K. 543 n.39. La composizione mozartiana si articola in tre movimenti, struttura prediletta dalle sinfonie dei musicisti di Mannheim, ed inizia insolitamente con un Adagio (vi sono solo altri tre casi) che ricorda quello dell’Ouverture del prossimo Don Giovanni. La Praga si presenta dunque come il frutto di una faticosa ricerca che si risolve in una grande evoluzione dello sviluppo melodico, della tecnica contrappuntistica e nell’impiego sempre più determinante degli strumenti a fiato.

L’esecuzione dell’Orchestra di Stoccolma, con il pianista tedesco in veste di direttore, ci è apparsa con un suono secco e tagliente e con l’agogica molto marcata (sottolineata da invadenti colpi di timpani). Lo stile di questa interpretazione ricorda molto da vicino le letture di Gardiner ed Harnoncourt che rappresentano, per così dire, la "nuova tendenza" nell’esecuzione di Mozart. Come spesso accade in questo tipo di letture ci sono intuizioni molto brillanti che sottolineano ogni piccola frase eseguita dai vari elementi dell’orchestra, specialmente nel settore dei fiati; con questo si rischia però di perdere una visione più ampia, "disturbando" la fruizione con una ricerca dei particolari che può a volte risultare piuttosto pedante. È doveroso però ricordare che si tratta di un parere del tutto personale: questo tipo di esecuzioni ricevono infatti molti consensi e ci offrono la possibilità di ascoltare molte composizioni sotto una luce diversa.

A conclusione della serata gli esecutori ci hanno offerto una deliziosa esecuzione della Gavotta tratta da balletto dell’Idomeneo.

Gianfranco Marangoni

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