ANGELICA
Festival Internazionale di Musica, VIIIª Edizione

Bologna

Angelica, promosso dall'associazione culturale Pierrot Lunaire e dal cimes - Dipartimento di Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna, è un festival sui generis che ha compreso come i vari ambiti musicali (dal pop-rock, al jazz d'avanguardia alla contemporanea) siano sempre più invischiati tra loro, operino per contaminazione, citazione, denegazione del proprio territorio specifico. L'idea insomma di inserire nella stessa serata concertistica improvvisazione radicale, ardui pezzi contemporanei e ensemble di matrice rock è tutt'altro che balzana e non fa che esplicitare ciò che i musicisti già fanno da molto tempo. Detto questo, ciò non significa che le barriere siano state del tutto abbattute: i domini rimangano eterogenei, difformi: esistono pratiche di traduzione, ma la lingua d'arrivo (rock, jazz o contemporanea) rimane piuttosto ancorata alla propria identità. Ascoltare un concerto di Angelica non significa ritrovare delle continuità; tutt'altro, il gioco è spesso quello dell'accostamento spiazzante. Significa piuttosto percepire delle specularità, delle assonanze locali, delle inserzioni mimetiche.

L'edizione di quest'anno si è intitolata mamma acustica, come a fungere da contraltare rispetto all'anno scorso, dove elettronica e campionatori avevano fatto da padroni. Le dediche sono andate a due figure diversissime come il compositore Franco Mencherini e il violoncellista eterodosso Tom Cora, entrambi scomparsi di recente e prematuramente.

Mencherini appartiene a quel folto stuolo di compositori italiani che hanno faticato alquanto a prendere il testimone dei loro ingombranti "padri" (Nono, Berio, Scelsi, Donatoni, Petrassi, Maderna); a parte il caso Sciarrino, i giovani compositori si sono divisi tra chi è stato preso da sussulti di un ritorno all'ordine neoromantico (alla disperata ricerca di un pubblico) e chi ha cercato di seguire i passi dell'avanguardia non sapendo bene né come continuare la ricerca, né come trovare ambiti di originalità. Quello che si può notare generalmente è l'assenza di un'idea musicale "forte" in grado di informare un discorso autonomo e compiuto; ma del resto, la crisi è ad ampio raggio e non riguarda solo la scena italiana. Mencherini è un compositore di solide basi, che rispetto a molti colleghi ha sempre saputo elevarsi sopra il "mestiere", il sano buon artigianato musicale, per una spiccata fantasia e curiosità, cosa rilevabile da brani per strumento solo come Survival bag (1992) per arpa fino al notevole Tutti i cappotti (1993) per orchestra. Tuttavia, l'eterogeneità dei materiali, le forme spurie, i dialoghi irrisolti tra strumenti, sembrano essere stati assunti come segno di poetica, per nascondere più in profondità proprio la mancanza di una visione d'insieme, di una risoluzione generale in un'idea compositiva "forte". Il "pensiero debole" ha insomma una corrispondenza in musica e Mencherini, nelle sue indubbie qualità, ne è un segno sintomatico.

Altro autore contemporaneo a cui si è dedicato molto spazio è il "maestro" Franco Donatoni, figura centrale nel panorama italiano, sia per la produzione compositiva sia per l'insegnamento. Peccato che siano stati scelti due pezzi solistici tra i meno significativi di Donatoni (Ali per viola del 1977 e la quarta serie delle François variationen del 1989); alcuni come Algo (1977) per chitarra, Marches (1980) per arpa o Omar (1985) per vibrafono sono davvero straordinari. Ha illuminato invece la serata conclusiva del Festival, al Teatro comunale, il recente Portal (1994) per clarinetto e orchestra, brano di acrobatico virtuosismo, ma anche di libera e sprizzante energia. Tra l'altro si deve segnalare la sicura e espressiva esecuzione del clarinettista Gary Gorzyca, che aveva preparato con molta cura il pezzo. Sappiamo come l'interpretazione sia un problema fondamentale nella musica contemporanea; si deve purtroppo rilevare come molti pezzi vengano soltanto eseguiti e non interpretati, perché studiati malamente all'ultimo minuto, e allora giù ad appigliarsi alla lettura spasmodica dello spartito durante all'esecuzione, tentando se non altro di essere precisi.

Di Giacinto Scelsi sono stati eseguiti, dal bravo Massimo Mazzoni, i Tre pezzi del 1956 per sax, uno dei brani meno rappresentativi (ma più eseguiti) del compositore spezzino, non in grado di introdurre alla sua musica originalissima, al culto esplorativo del suono che ha caratterizzato la sua ricerca.

La serata di venerdì 15 maggio ha avuto come suo fulcro l'esecuzione di Vanitas (1981) natura morta in un atto per voce, violoncello e pianoforte di Salvatore Sciarrino; una composizione del tutto anomala per il compositore palermitano, che utilizza per l'occasione un linguaggio di esplicita e suasiva comunicatività. Del resto, la matrice musicale di partenza è una canzone - Stardust -, sottoposta, seguendo le parole dell'autore, a una "gigantesca anamorfosi". Il lungo brano ha una strana aria "postmoderna", come un quadro transavanguardista, "velatura" estranea alla gran parte della ricerca di Sciarrino.

La serata conclusiva, al Teatro Comunale, è stata caratterizzata dall'esecuzione di tre partiture commissionate da Angelica a giovani autori di formazione molto diversa, invitandoli a confrontarsi con la composizione per orchestra. Dei dieci pezzi commissionati, il direttore d'orchestra Stephen Drury ne ha scelte quattro da eseguire quest'anno, mentre le altre sei saranno realizzate durante la nona edizione di Angelica. Curioso allora che il pezzo del giovane autore più esperto, Giorgio Magnanensi, non sia stato eseguito dall'orchestra all'ultimo istante per problemi tecnici (evidentemente poche prove a disposizione per un pezzo impegnativo). Ci si è dovuti accontentare di sentire Il tempo delle nudità della pur brava Olivia Bignardi, ma qui totalmente soggiogata dall'impegno orchestrale, al punto che il suo pezzo è risultato nel contempo semplicistico e conformista; Danae di Paolo Grandi è, invece, un brano compassato e piuttosto "grigio", ma che dà segni di disinvoltura nell'utilizzazione dell'orchestra (ridotta comunque ai soli archi); un'ottima impressione ha suscitato c,b,a (variati) di Lucio Garau, che ha dimostrato sapienza timbrica, inventiva, nonché una certa verve ironica. Il pezzo di Garau ha dato ragione agli organizzatori sulla bontà dell'esperimento e speriamo che ci siano altre occasioni per poterlo ascoltare.

La serata conclusiva si è conclusa con la riproposta di un vecchio brano di Louis Andriessen, Anacronie I (1966). Andriessen, compositore olandese di vasta fama, negli anni sessanta proponeva già quei collage stilistici di materiali disparati (giustapposti come in un zapping tra stazioni radio) che faranno la fortuna negli anni ottanta di personaggi come John Zorn. Spesso si sente ancor oggi additare come nuovo questo o quel gruppo post-rock per la capacità di lavorare per sincretismi, per la disposizione sincronica, su vari livelli, di materiali di provenienza diversissima. Bene, Andriessen lo faceva con una certa maestria negli anni sessanta; ma è ancor più importante sottolineare il debito che lo stesso Andriessen confessa verso quella figura fondamentale del nostro secolo che è Charles Edward Ives (Anacronie I riporta la seguente bellissima dedica: "Dedicato alla memoria di Charles Ives, uno dei pochi compositori che hanno trovato la musica più interessante di sé stessi"). In effetti, Ives già all'inizio del novecento mescolava ardite costruzioni orchestrali con reminiscenze di canzoni popolari secondo diversi piani compresenti.

Modalità di costruzione analoghe si potevano ascoltare anche nel lungo brano pianistico di Frederic Rzewski (The People United Will Never Be defeaed!, del 1975), nell'esecuzione davvero cristallina di Stephen Drury, qui nelle vesti di concertista. Il brano è una serie di ben 36 variazioni de El pueblo unido jamas sera vencido!, sapientemente intersecate con estratti da Bandiera rossa, il Solidaritätslied di Hanns Eisler, passaggi alla Stockhausen, ecc.; il risultato non è affatto banale o kitsch, anzi sorprende per tenuta e intensità. Del resto, Rzewski è un grande pianista e ha saputo far tesoro della sua collaborazione con i massimi compositori del dopoguerra.

Infine, delle sezioni di Angelica estranea alla musica contemporanea, si devono segnalare il curiosissimo "Horticultural Melodrama" di Aleksander Kolkowski e Media Luz dal titolo My Garden Makes Me Glad (1996): i musicisti sono attorniati da una selva di piante (il brano dovrebbe venire eseguito all'aperto) e il cantante Phil Minton emette, con straordinaria padronanza, ogni tipo di suoni "ornitologici" o animali. Il risultato non è per nulla pretestuoso, le musiche sono per larghi tratti interessanti e il progetto è unitario e coerente; insomma una divagazione accattivante e fresca di musicisti che sanno divertirsi e divertire.

Una menzione particolare merita infine lo Specchio ensemble che ha eseguito composizioni di Domenico Caliri, il quale dirige anche il gruppo. Nello Specchio ensemble militano degli ottimi giovani musicisti di aria jazz; su tutti emerge forse il più grande talento batteristico italiano, Mirko Sabatini, che se solo saprà darsi un minimo di disciplina (anche se la sua indisciplina rimane deliziosa), non potrà che raggiungere risultati rilevantissimi. Se vedere dal vivo Sabatini è un vero spettacolo, non da meno è l'ascolto del sax di Edoardo Marraffa, di cui si deve ammirare il controllo dello strumento e la coerenza espressiva anche nei momenti di maggiore furore e sperimentazione sonora; a questi due si devono aggiungere i nomi almeno del chitarrista Alberto Capelli e dell'ottimo pianista Fabrizio Puglisi.

Caliri sa trarre il massimo profitto da questi bravi strumentisti, lasciando spazio all'improvvisazione, ma iscrivendo ogni materiale in una struttura rigorosa che rende ogni brano compiuto e originale.

Angelica ha conseguito un discreto successo di pubblico, anche se la bontà dell'iniziativa meriterebbe più vaste adesioni; l'organizzazione è stata del resto ottima, a parte qualche ritardo nell'inizio dei concerti e la presenza di qualche gruppo che poteva starsene benissimo a casa o comunque lontano dal festival: Angelica può avere un roseo futuro se punterà sempre di più sulla qualità degli invitati (magari anche riducendone il numero) e trascurando alcune curiosità che fanno ridere (o gridare vendetta) per tre minuti e poi annoiano terribilmente.

Pierluigi Basso Fossali

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