PROKOFIEV: Concerto per pianoforte e orchestra n.1
CIAIKOVSKI: Ouverture-Fantasia Romeo e Giulietta
STRAVINSKY: L'uccello di fuoco

Alexander Toradze, pianoforte
Orchestra Kirov del Teatro Marijnski di San Pietroburgo
Valery Gergiev, direttore

Bologna, Europauditorium M. Cagli

Vi sono dei concerti che contengono in sé un progetto culturale preciso, in grado di sollecitare lo spettatore a rimettere in gioco la sua competenza, a estendere le sue categorie di apprezzamento, a incontrare un'alterità non riducibile a sé: nel caso in questione, l'incontro con l'anima russa sottesa dalla "pasta materica" della orchestra Kirov, dalla "petrosità immaginifica" di Gergiev, dall'impeto "eroico-favolistico" di Toradze e non ultimo dalle composizioni "visionarie" di Cajkovskij, Prokofiev, Stravinskij. Due ore e mezza di musica di grandissima intensità, suonata in maniera tutt'altro che compiacente o compiaciuta, una direzione mai alla ricerca dell'eloquenza, ma invece impegnata nella resa del torbido avviluppo di scenari musicali, che raramente si sciolgono nella catarsi tragica o gioiosa del tema. Forse mai ci è capitato di ascoltare così precisamente la differenza della musica russa da quella dell'Europa occidentale; la composizione non sembra basarsi sullo sviluppo autonomo di un discorso musicale fine a se stesso (per esempio: enunciazione del tema e variazioni), quanto appare in filigrana come traduzione di paesaggi, di immagini. L'essere musica a programma, suono generato per traduzione da immagini, sembra l'aspetto consustanziale alle composizioni russe; tesi se vogliamo radicale, che meriterebbe validazioni approfondite, ma che essa non sia totalmente arbitraria o mera suggestione ci è mostrato dalla letteratura russa, anch'essa fortemente ancorata al dipanarsi di immagini. Vale la pena ricordare cosa rispondeva Nabokov, quando gli si chiedeva se, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti ed aver abbracciato la lingua inglese, pensava in russo o in inglese: rispondeva che la questione era mal posta, perché lui pensava "per immagini" e poi traduceva in lingua. Anche il cinema sovietico ha sempre lasciato in secondo ordine il tessuto della trama narrativa a favore di una costruzione per immagini (dal montaggio delle attrazioni di Ejzenstejn a Tarkovskij, Paradjanov, Sokurov, ecc.).

In fondo questa visionarietà costitutiva è stata la forza della cultura russa, che solo lo stalinismo è riuscito, in larga parte, a soffocare, in favore di un accademismo di facciata, dove poteva sopravvivere solo un buon artigianato costretto entro un campo ristretto di forme validate dalla tradizione. Il concerto diretto da Gergiev si è fermato a Stravinskij e a Prokofiev, tra l'altro nel loro periodo di maggiore creatività e originalità; ci si potrebbe domandare quale potrebbe essere stato il virtuale seguito di questo percorso nella musica "visionaria russa". Risposta che appare piuttosto difficile; qualcosa si ritrova in Šostakovic (le sinfonie n.° 7, 11, 12 soprattutto,) poi abbiamo Schnittke e Denisov, molto occidentalizzati, l'uno in versione più tradizionale, l'altro in veste più avanguardistica: forse è con Sofia Gubaidulina, che ritroviamo, anche se in forme radicalmente diverse, questo discorso musicale per immagini (lasciamo da parte Pärt e C., il cui discorso musicale per immagini ha tutt'altra natura).

Ma torniamo al nostro concerto, in cui ha certamente brillato, sopra tutti, la stella di Alexander Toradze, magnifico interprete del Concerto n.° 1 di Prokofiev; in alcuni passaggi è stato addirittura entusiasmante, sia per l'impeto dolcemente furioso con cui si accaniva su tasti e pedale, sia per il controllo supremo delle dinamiche, per la pulizia tersa con ha reso i passaggi anche più oscuri e veementi. Il pubblico è sembrato letteralmente trascinato dall'energia "sbarazzina" di Toradze e ha forse rimpianto di doversi accontentare "solo" dei venti minuti scarsi del Prokofiev.

Gergiev è senz'altro un direttore di grande classe e intelligenza, in fondo simile allo stile di Toradze, visto il tentativo di coniugare supremo controllo dei mezzi e impeto interpretativo. In effetti, delle partiture eseguite, sono risultati magistrali i passaggi con tutti, dove si è liberata tutta la spaventosa energia dell'Orchestra Kirov, mentre si è troppo sacrificata la resa di alcune increspature orchestrali che meritavano maggiore spessore. In ogni caso sorprendono e sono originali alcune soluzioni di Gergiev, più che aspre, aguzze, come se il paesaggio sonoro fosse "in prospettiva rovesciata", sviluppato intorno al direttore, descritto dall'interno (come nella tradizionale resa spaziale dell'icona): il suono si irraggia tutt'intorno, le geometrie dei vari settori orchestrali si alterano l'un l'altra, le tensioni aumentano, forze che concentrano e che dissipano. Ma è comunque difficile descrivere la grande originalità di Gergiev, o forse la sua capacità di presentarci senza accomodamenti l'anima russa del suono.

Sull'Orchestra Kirov si potrebbero spendere non poche lodi; orchestra potentissima e sempre attraversata dalla luce della tensione espressiva; ottime la sezione degli archi e degli ottoni, mentre sono sembrati stranamente un po' irrigiditi e opachi i legni.

Il pubblico ha apprezzata moltissimo il concerto e ha resistito ai cinquanta minuti abbondanti della versione integrale de L'uccello di fuoco; del resto, dai marcati (e davvero atipici per l'epoca) glissandi dell'introduzione alla forza suasiva dell'ultima sezione (Gioia di tutti), la maestosa opera stravinskiana è un viaggio sconfinato di caleidoscopiche immagini. Dopo lunghi applausi, Gergiev ha condotto la sua orchestra in un curioso e lungo bis (un brano di Liadov), sconosciuto a larga parte del pubblico e decisamente più soave e etereo rispetto al resto del concerto, come se piuttosto che alla ricerca dell'applauso, Gergiev volesse chiedere un supplemento di attenzione e di conoscenza. Non c'è che dire: una persona seria.

Pierluigi Basso Fossali

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