PROKOFIEV
L'amore delle tre melarance

Orchestra e Coro dell'Opéra National de Lyon
Direttore: Kent Nagano, dir.
Regia: Louis Erlo e Alain Maratrat

Ravenna, Teatro Alighieri

La messinscena de L’amour des trois oranges di Sergeij Prokofiev proposta da "Ravenna Festival" nella programmazione di quest’anno al Teatro Alighieri il 20 e il 22 Giugno scorsi costituiva una novità solo per l’Italia, trattandosi del collaudatissimo spettacolo prodotto qualche anno fa dall’Opéra National de Lyon dal quale è stata tratta anche una brillante incisone discografica (Virgin Classics, 7595662, 1989). Il festival ravennate ha "importato" integralmente la produzione francese ospitando i solisti, l’orchestra ed il coro di Lione guidati da Kent Nagano, loro direttore musicale dal 1989 cioè da quando è subentrato a John Eliot Gardiner nella conduzione di questo importante ente lirico d’oltralpe che si è spesso segnalato per pregevoli ed inconsuete scelte di repertorio.

La stessa proposta dell’opera di Prokofiev rappresenta una chiara volontà di ampliamento dell’orizzonte musicale che si è tradotta in uno spettacolo efficace e intelligente capace di far emergere la modernità di questa partitura attraverso una messinscena in perfetta sintonia con l’ironico straniamento voluto da Prokofiev nel mettere in musica la favola di Gozzi. Trent’anni prima del Rake’s Progress di Igor Stravinsky, Prokofiev indicava la propria strada verso la rivisitazione della concezione drammatico-musicale sette-ottocentesca ma, contrariamente al suo illustre compatriota ciò non avveniva attraverso una riesumazione delle forme operistiche convenzionali (lo farà con risultati meno clamorosi nel Matrimonio al convento, bensì grazie ad una consapevole accettazione ed "amplificazione" delle assurdità e dei luoghi comuni del melodramma che la scelta della favola di Gozzi esalta rinunciando a qualsiasi riferimento ad ogni possibile verosimiglianza. La consapevole rinuncia alle forme chiuse (arie, duetti, concertati, ecc…) determina il fatto che l’azione conosca un unico tempo drammatico sebbene vi siano ben tre diversi livelli di realtà: quella effettuale costituita dalla immancabile disputa sul teatro, quella della storia del principe che non ride mai e quella dei maghi che si giocano il destino del protagonista. Proprio l’intersezione e la reciproca contaminazione tra tali realtà, cui si mescolano come se non bastasse personaggi e situazioni della commedia dell’arte, produce un formidabile effetto straniante ponendo in evidenza l’assurdità del contenuto narrativo in relazione all’estrema efficacia di uno sviluppo drammatico-musicale dalla continuità stringente ed irrefrenabile che coinvolge lo spettatore più con la forza della sua oggettività che non con la pretesa della sua immedesimazione nella buffa vicenda.

Proprio la sapientissima gestione dei piani narrativi è sembrata essere la chiave interpretativa più evidente della regia di Louis Erlo e Alain Maratrat che hanno volutamente e saggiamente calato l’azione in una Chicago anni Trenta tutt’altro che immaginaria e tuttavia ricca di caricature piuttosto che di personaggi (gustosissima la ricerca gestuale e scenica su Truffaldino e Leandro), entro la quale confluivano sia la vivace parodia delle annose querelle sui generi teatrali che impegnava il coro nell’intero spazio teatrale occupando platea, palchi, proscenio, ecc…, sia la grottesca sfida tra il mago Celio e la fata Morgana, tanto felice quanto improbabile trasposizione dell’eterna lotta tra bene e male che si ritrova in molte trame operistiche.

A tali esigenze imposte dalla regia sapeva rispondere brillantemente anche la concertazione di Nagano, attentissimo nel sostenere senza cali di tensione il vorticoso ritmo simile alla pantomima che impone la partitura, dirigendo costantemente illuminato da un riflettore per poter essere seguito da ogni parte del teatro da cantanti e coristi. La qualcosa, peraltro, lo rendeva visibilissimo anche dagli spettatori, sicché la figura ed il gesto essenziale del direttore sono divenuti parte stessa della rappresentazione rendendo evidente come il serratissimo gioco drammatico altro non poteva essere che una proiezione della geniale orchestrazione di Prokofiev cui Nagano rendeva giustizia con una direzione ora nervosa e asciutta, come nella popolarissima "marcia", ora ricca di tensione e di fascino timbrico, quale l’evocazione di Farfarello all’inizio del terzo atto.

In un simile contesto, creato da una perfetta sintonia tra regia e direzione musicale, i cantanti hanno goduto della felice situazione di essere parte di unmeccanismo perfettamente funzionante pur dovendo sostenere una difficile (e ingrata) scrittura vocale nonché un’altrettanto difficile disciplina scenica. Per questo motivo è forse più giusto accomunare tutto il cast in un unico, generale, giudizio positivo per uno spettacolo frutto di un proficuo lavoro d’equipe piuttosto che del protagonismo di pochi: e questo costituisce un segnale assai significativo visto che anche a Ravenna questa produzione ha ottenuto un notevole successo.

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