MASSENET
Werther

Werther: F. Sartori
Charlotte: G. Araya
Sophie: E. Vidal
Albert: A. Cognet
G. Ferro, dir.
Regia: L. Crisman

Venezia, Palafenice

English language

Con un cast di giovani cantanti fortemente impegnati e molto coinvolti, il Teatro La Fenice ha offerto una lodevole produzione del Werther di Massenet nella sede provvisoria del PalaFenice. Chi finora ha evitato di frequentare questo nuovo spazio teatrale rimarrebbe piacevolmente sorpreso nel vedere che non si tratta di un normale tendone, ma di un auditorium perfettamente funzionale, molto più ricco di atmosfera di molti spazi teatrali costruiti recentemente. Dall'alto dei vertici del tendone viene spruzzata acqua che sensibilmente rinfresca la temperatura interna in una domenica calda e umida. Dal punto di vista acustico questo spazio presenta un problema opposto rispetto a molti teatri moderni: qui le frequenze più basse sono favorite rispetto a quelle più alte. Il fatto che l'orchestra sia sistemata sullo stesso livello della platea rende necessario considerare accuratamente l'equilibrio tra strumenti e cantanti. I posti a sedere sono abbastanza comodi e non ci sono strutture che ostacolino la visione del palcoscenico.

Sembra impossibile immaginare come il romanzo semi-autobiografico di Goethe potesse dare origine ad un'ondata di suicidi per amore alla fine del diciottesimo secolo in Europa, forse queste ondate di follia collettiva non sono tipiche solo dei nostri tempi. Al tempo di Massenet questo tema aveva perso la sua forza devastante conservando però un'aura sentimentale, e comunque la trama segue la vicenda in modo simile al romanzo. Charlotte, il cui fidanzato è in quel momento assente, va ad un ballo acoompagnata da Werther. Informata nel frattempo del ritorno improvviso di Albert, fa sapere al suo nuovo ammiratore che aveva promesso alla madre morente di sposare Albert. Werther tenta in qualche modo di creare occasioni per vederla in ogni momento, scrivendole molte lettere commoventi. Nell'ultimo incontro d'addio anch'essa gli confessa il suo amore. L'impossibilità di continuare la loro relazione porta Werther al suicidio. Nel finale patetico Charlotte conforta Werther morente in una nevosa vigilia di Natale mentre si sente un coro di bambini intonare canti fuori scena.

Werther è un'opera regolarmente rappresentata in Italia: in anni recenti ha avuto importanti allestimenti a Napoli, Bologna, Parma e Milano. Per il teatro La Fenice questa è la sesta edizione, l'ultima risale al 1965 con Ferruccio Tagliavini e Fiorenza Cossotto. Rimarrà sempre l'opera del tenore per eccellenza, anche se in questa edizione il talento vocale e scenico era distribuito tra tutti gli interpreti creando un buon equilibrio nel cast. Fabio Sartori, che curiosamente assomiglia fisicamente al primo interprete della parte nel debutto viennese del 1892, si pone ormai come un importante esponente del repertorio lirico-spinto ed il suo Werther risulta credibile ed espressivo, anche se non può avvicinarsi a quello di Alfredo Kraus che resta il miglior interprete del ruolo dei nostri anni. In possesso di note alte molto dolci e sempre vocalmente efficace, Sartori potrebbe risultare ancora più convincente se lavorasse maggiormente sull'emissione in maschera. Graciela Araya, Charlotte, ha una ricca voce di mezzosoprano con facilità negli acuti, e non le manca anche la presenza scenica, ma non possiede il necessario volume, che potrebbe perlomeno raddoppiare con un legato più consistente. Nella parte di Sophie Elizabeth Vidal ha illuminato quest'opera, sempre un po' mesta, con una brillante interpretazione della sorella di Charlotte. Purtroppo la sua tendenza a modificare eccessivamente la pronuncia delle vocali francesi ha tolto un po' di leggerezza al suo personaggio. André Cognet, Albert, alto ed elegante e dotato di una profonda voce di bass-baritone, ricordava maggiormente lo spirito di un Albrecht nel balletto Giselle piuttosto che il cliché del ragazzo dall'atteggiamento già troppo serio per la sua età che caratterizza il personaggio.

Il direttore Gabriele Ferro ha ottenuto una bella prestazione dall'orchestra della Fenice, con in evidenza gli assolo di archi e legni. Un'idea musicale più chiara dell'opera avrebbe reso meno schematico il trattamento dei temi di Massenet e, soprattutto, avrebbe avuto bisogno di confrontarsi più direttamente con i cantanti che con la sua visione della partitura. Lauro Crisman non ha aiutato molto questi giovani cantanti a muoversi credibilmente sul palcoscenico. La maggior parte della sua attenzione si è concentrata su triti mezzucci come l'apparizione dello spettro della madre di Charlotte e Sophie. Alcuni momenti cruciali, come quello in cui Charlotte taglia il pane per la famiglia, si svolgevano nel buio, nascosti sul fondo del palcoscenico. La stessa Charlotte diveniva una timorosa presenza quando, senza alcun motivo, si nascondeva dietro la scrivania di Alberto dopo aver raccolto le lettere di Werther che erano state sparse qua e là durante la scena del terzo atto. Lasciava perplessi la parvenza di interesse amoroso che sembrava svilupparsi tra Albert e Sophie, che si manifestava in modi ben più che amichevoli. La dimensione del palcoscenico non è in grado di sopportare allestimenti troppo elaborati, ma sicuramente deve esserci stata qualche alternativa più interessante rispetto alle scene inesistenti disegnate da Lauro Crisman e Massimo Checchetto; la scena del quarto atto sembrava più la cella di una prigione che lo studio di Werther. I velatini creavano una barriera non necessaria tra i cantanti ed il pubblico. E' stato molto gradevole trovare le biografie degli interpreti nel bellissimo programma, tra l'altro molto ben documentato.

With a cast of committed young singers, La Fenice Opera of Venice offered a creditable production of Massenet's Werther at their temporary home, the PalaFenice. Those who have shunned attending this new venue should be pleasantly surprised, since it is no ordinary tent, but a fully-functional auditorium with as much atmosphere as many recently-constructed venues.

Water sprays atop the principal tent peaks appreciably cooled the interior on a sticky Sunday. Acoustically this fully-functional tent presents a problem the opposite of many modern theaters: here the lower frequencies are favored over the higher ones. With the orchestra placed on the same level as the audience, special consideration must also be given to balance between instrumentalists and singers. Seats are fairly comfortable and there are no obstructions. It strains credibility to imagine how Goethe's semi-autobiographical romanza could spawn a wave of love-induced suicides across late eighteenth-century Europe, even though we have abundant contemporary counterparts. By Massenet's time, this theme had lost its convulsive force, with a sentimental atmosphere remaining, although the plot follows a course similar to the source. In the absence of Charlotte's fiancé Albert, Werther escorts her to a ball. After learning of Albert's unexpected return, she informs her new admirer that she promised her dying mother to marry Albert. Now hopelessly in love with Charlotte and her idealized image, Werther makes occasional attempts to see her all the while writing her many touching letters. At a final farewell meeting, she too confesses that she loves him. The impossibility of their relationship drives Werther to suicide. In the pathetic conclusion, Charlotte comforts the dying Werther on a snowy Christmas Eve as children singing carols are heard from offstage.

Werther is regularly performed in Italy, having received major productions in Naples, Parma and Milan in recent years. At the Teatro La Fenice, this the sixth edition of this opera, most recently produced in 1965 with Ferruccio Tagliavini and Fiorenza Cossotto. It will always remain a tenor's opera, even though in this edition, the vocal and acting talents were evenly spread around among the cast. Somewhat resembling the original creator of the title role in the Vienna premiere in 1892, Fabio Sartori has become an important exponent of the lyric-spinto repertory, and his Werther is a credible, expressive realization, even if it does not challenge that of the Alfredo Kraus, who remains the principal interpreter of that role today. Possessor of sweet high notes and always vocally effective, Sartori would have had a much easier job if his technique included more focused projection. As Charlotte, Graciela Araya brought her rich mezzo with an easy top along with the necessary stage presence and but not nearly enough sound to Werther's unattainable love object. With a more energized legato she could at least double her vocal volume. As her sister Sophie, Elizabeth Vidal lit up this frequently glum opera with her sparkling portrayal. Unfortunately she excessively modified the French vowels to the detriment of her character's levity. Instead of the usual prematurely serious slant for Albert, tall and elegant André Cognet made him look more like Albrecht in the ballet Giselle, but with a deep bass- baritone. Conductor Gabriele Ferro elicited beautiful playing from the Fenice orchestra, with string and woodwind solos notable. Clearer musical ideas would have made his treatment of Massenet's themes less schematic, and overall he needed more involvement with the players than with his concept of the score. Lauro Crisman did little to help these young singers to become effective on stage. Most of his attention must have gone to such tired devices as the appearances of the ghost of Charlotte's and Sophie's mother. Critical moments such as Charlotte's cutting bread for her family were hidden upstage in darkness. Charlotte became a cowering presence as she inexplicably crouched beside Albert's desk after gathering up Werther's letters that were scattered in nooks and crannies throughout Mr. Crisman's Act II set. Most puzzling was a love interest that seemed to develop between Albert and Sophie, who appeared to be on quite friendly terms. Stage capabilities might not support using elaborate decor, but surely there were more attractive alternatives than the non-descript sets that Mr. Crisman designed with Massimo Checchetto. Their Act IV set looked more like a prison cell than Werther's study. Scrims created an unnecessary barrier between singers and audience.

It was refreshing to find biographies of the interpreters in the attractive and well-researched program.

David Lipfert

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