DONIZETTI
Roberto Devereux

Elisabetta: A. Pendatchanska
Devereux: G. Sabbatini
Nottingham: R. Servile
Sara: I. Komlosi
Cecil: P. Lefebvre
Raleigh: D. Baronchelli
A. Guingal, dir.
Regia: Alberto Fassini

Napoli, Teatro San Carlo

English language

Il teatro di San Carlo, a conclusione di un ciclo di commemorazioni per il centocinquantesiso anniversario per la morte di Gaetano Donizetti, ha posto uno dei più grandi successi del periodo napoletano del compositore proprio nel teatro in cui debuttò. Si tratta inoltre della terza messinscena dopo la riscoperta del 1960 con Leyla Gencer protagonista, sempre in questo teatro. La produzione è un prestito dell'Opera di Roma in cui David Walker ha abbondato in enormi, pesanti tendaggi che assorbivano gran parte del suono rendendo praticamente inudibile il coro del San Carlo, senz'altro uno dei migliori d'Italia, e impossibile la comprensione del testo. La camera da letto della regina sembrava provenire direttamente dal Victoria &Albert Museum. Il regista Alberto Fassini rende in modo credibile l'atmosfera della corte di Elisabetta II, ma l'impressione è che i solisti abbiano sviluppato le  proprie caratterizzazioni in modo indipendente l'uno dall'altro. Si aveva l'impressione che Napoli fosse penalizzata dal contemporaneo impegno del regista a Roma per il Giulio Cesare.

Il direttore Alain Guingal ha privilegiato una linea musicale fluida per i numerosi temi musicali presenti nella partitura, che però è anche eccezionalmente ricca dal punto di vista contrappuntistico, un po' sacrificato da questa scelta. Una delle principali gioie dell'orchestra donizettiana è data dalla ricca e variata tavolozza di colori orchestrali, che potevano essere ascoltati con la consueta limpidezza nella perfetta acustica del San Carlo. Particolarmente impressionante era l'effetto creato dalla grancassa nel finale del secondo atto, in cui da sola arriva a riempire tutto lo spazio della sala, anticipando la furia vendicatrice della regina. Alain Guingal ha scelto di usare piatti relativamente piccoli, mentre il triangolo acquistava uno spicco inconsueto. Sorprendentemente ha permesso che alcuni cantanti eseguissero ornamenti di dubbio gusto nella ripresa delle cabalette.

Alexandrina Pendatchanska si è mossa sulla linea interpretativa di una Gencer piuttosto che di una Caballé, concentrandosi sul senso di ogni parola che assumeva una propria pregnanza, disponendo inoltre di una memorabile presenza scenica per il personaggio di Elisabetta I, convincente soprattutto nel suggerire la gelosia della regina ed il suo potere di sovrana. La sua non è quella che convenzionalmente si definisce “una bella voce”, le note alte assumono inflessioni fanciullesche e suonano strane soprattutto nel finale dell'opera quando, abbandonata sul trono di velluto nero, si dispera dopo l'esecuzione del suo favorito Roberto. Usa un bastone per indicare l'età avanzata della regina, ma non fa ricorso ai nervosi movimenti delle mani che Beverly Sills aveva mutuato dalla memorabile interpretazione cinematografica di Bette Davis. Giuseppe Sabbatini interpreta con baldanza tutta italiana lo sfuggente personaggio di Roberto; con una voce notevolmente corposa, ma forse con una vocalità postdatata rispetto al periodo donizettiano, si pone comunque tra gli interpreti più autorevoli di questo ruolo negli anni recenti, nonostante qualche problema di emissione nei centri che toglie consistenza vocale al registro medio. La sua resa scenica del personaggio è chiara e diretta come il suo modo di cantare. In un ruolo che generalmente viene affidato a voci non proprio importanti, Ildiko Komlosi si è invece espressa con forza nel personaggio di Sara, grazie alla sua voce ricca nei toni gravi. Con due cantanti così efficaci come Sabbatini e la Komlosi il duetto che conclude il primo atto, situato in un giardino stellato senza tende per graziosa concessione dello scenografo, assumeva finalmente la dovuta importanza. Roberto Servile nel ruolo di Nottingham, marito di Sara, alternava pose da cantante vecchio stile con movimenti e motivazioni intime decisamente moderni. Sebbene sia in possesso di una piacevole, naturale voce di baritono, è costretto a forzare molte note acute soprattutto perché non canta sul fiato. Pierre Lefebre, Cecil, non era per nulla all'altezza della parte. Davide Baronchelli, Gualtiero, è un giovane che mostra possibilità di diventare un artista di rilievo purchè lavori sia sulla tecnica vocale che sulla presenza in scena.

Capping a season of commemorations for the 150th anniversary of the death of Gaetano Donizetti, the San Carlo Opera put on one of the composer's greatest successes at that house for the third time since its rediscovery in the 1960s with Leyla Gencer at this very house. Borrowed from the Rome Opera, David Walker's production featured enormous, heavy curtains that muffled much of the sound onstage, with the San Carlo chorus--second to none in Italy--nearly inaudible and the text could not be understood. The Queen's bedroom looked like it might have come from the V&A Museum. Director Alberto Fassini gave Queen Elizabeth's court a believable feeling, but the soloists seemed to have developed their characterizations independently of one another. One had the feeling that Naples was shortchanged, as Fassini was simultaneously staging Giulio Cesare in Rome.

Conductor Alain Guingal gave a fluid treatment to the numerous musical themes in this score, which is unusually rich in counterpoint. One of the principal delights of the donizettian orchestra is the rich and varied pallette of orchestral colors, and these were heard with the customary clarity in the acoustical perfection of the Teatro di San Carlo. Mr. Guingal chose to use relatively little cymbals, while the triangle achieved an unacoustomed prominence. Surprising was the ornament of questionable taste that he allowed some of the singers in the second verses of cabalettas.

More in the tradition of Gencer than Caballé, Alexandrina Pendatchanska brought a highly inflected delivery and memorable presence to her Queen Elizabeth I, particularly convincing at suggesting the queen's jealousy and regal power. Not possesing a conventionally beautiful voice, her high notes were more like girlish screams, particularly in the opera's finale as she sank into a black velvet throne in depression following the unwanted execution of her favorite Robert. She effectively used a cane to suggest the aging Elizabeth, but did not resort to the nervous hand movements that Beverly Sills did following the Bette Davis film. Giuseppe Sabbatini brought an Italianate brashness to the skittish Roberto; with a notable substance to his voice, but perhaps a vocal conception that postdates the donizettian era, he ranks among the better exponents of this role in recent years, in spite of not maintaining consistent vocal focus in his middle range. He redeems himself with acting as honest and straightforward as his singing. In a role that is frequently cast with a second-rate voice, Ildiko Komlosi brought a rich lower voice to her strongly-sung Sara. With two effective singers like Ms. Komlosi and Mr. Sabbatini, the Act I love duet, mercifully set in a starlit garden without the heavy drapery, achieved proper importance. As Sara's husband Nottingham, Roberto Servile combined old-style operatic posing with modern motivational acting. Although possessing a pleasant, natural baritone, he resorted to forcing out his many high notes principally because he does not sing on the breath. As Cecil, Pierre Lefebre was unlistenable. Young Davide Baronchelli (Gualtiero) is on track to becoming an important artist, but needs to develop both vocal technique and acting skills.

David Lipfert

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