BARTOK: Integrale dei quartetti

Quartetto Keller
Andreas Keller, violino
Janos Pilz, violino
Zoltan Gal, viola
Judit Szabò, violoncello

Bologna, Chiesa di S. Giorgio in Poggiale

I sei quartetti per archi di Bartòk, composti tra il 1907 ed il1939, sono parte estremamente rilevante nell’opera del grande compositore ungherese, sia dal punto di vista dell’evoluzione stilistica e formale, che dal punto di vista della ricerca tecnico-espressiva. Ci forniscono inoltre un ritratto umano particolarmente significativo del musicista e per questo trovano il loro corrispettivo forse solo nei quartetti di L. v. Beethoven. Con i primi due quartetti (1908-1917) Bartòk affronta il problema dello sviluppo delle nuove scoperte linguistiche senza appigli scenici o verbali - appartengono infatti a questo periodo i lavori teatrali, Il castello di Barbablù (1911) ed il balletto Il principe di legno (1914-16). Appare chiaramente, fin da questi primi lavori cameristici, l’orientamento verso una concezione unitaria, ricercata attraverso la dilatazione di nuclei tematici elementari da cui vengono dedotte tutte le implicazioni dello sviluppo; non più quindi sviluppo tematico, ma una germinazione di cellule ritmiche o intervallari.

Il Primo Quartetto viene sviluppato parallelamente al Primo Concerto per violino e consta di 3 movimenti, il primo dei quali è un Lento fugato dove inizia a circolare un contorto disegno di quattro note molto simile a quello dell’op. 131 di Beethoven e ritorna, in diverse permutazioni negli altri due movimenti; la mancanza di stacco fra di essi conferisce unità all’opera. Dal punto di vista stilistico, convivono elementi tardoromantici con influssi debussyani anche se a tratti compare già la personalità bartokiana ( nel pizzicato del violoncello dell’Allegretto e negli ostinati dell’Allegro vivace).Ottima l’esecuzione del Quartetto Keller, soprattutto per quanto riguarda l’estrema accuratezza con la quale vengono trattati gli impasti armonici più delicati a testimonianza del grosso lavoro di ricerca e alla curiosità caratteristica di questo ensemble.

Il Secondo Quartetto (1915-1917) è anch’esso in tre movimenti, ma il Lento è l'ultimo, mentre l’Allegro molto capriccioso è situato nella parte centrale. È un movimento caratterizzato da sonorità "barbariche e selvagge", ricco di glissandi, pizzicati e dall’uso simultaneo di corde libere e corde tastate; contrasta completamente con le raggelate sonorità del Lento finale dove il movimento quasi si blocca, lasciandoci in uno stato d’animo quasi di desolazione. Questa tipologia di forti contrasti, che ritroveremo anche nei quartetti successivi , ha evidenziato la grande versatilità interpretativa del quartetto Keller, capace di trasmettere all’ascoltatore un senso di equilibrio e di grande coesione tra le parti.

Il Terzo Quartetto, completato nel settembre del 1927 è il più corto ed è basato su di un movimento continuo, ricco di episodi fugati e a canone. Presenta una struttura simmetrica; gli ultimi due movimenti fungono da riassunto variato dei primi due. Ne deriva lo schema seguente: A (Prima parte-moderato) , B (Seconda parte-Allegro), A’ (Ricapitolazione della prima parte-Moderato), B’ (Allegro molto). La prima e la terza sezione sono lente mentre la seconda e la quarta sono più veloci. E’ forse, dei sei quartetti, il più "spigoloso" dal punto di vista armonico, caratteristica questa non particolarmente evidenziata dall’esecuzione da parte del nostro ensemble che ne ha invece fornito una immagine forse troppo levigata, quasi "smussata".

Con il Quarto quartetto Bartòk introduce una forma speculare che impiegherà frequentemente in questo periodo centrale della sua produzione e che rappresenta l’ideale bartokiano di perfezione formale, l’equivalente della forma-sonata classica. E’ composto da cinque movimenti: il terzo funge da perno mentre gli ultimi due traggono il materiale tematico dai primi due, ma in sucessione inversa, ottenendo la seguente struttura: A (Allegro) , B (Prestissimo , con sordina) , C (Non troppo lento) , B’ (Allegretto pizzicato), A’ (Allegro molto).Questa forma è stata denominata, dall’immagine a semicerchio che suggerisce, "a ponte" od "ad arco". Splendida l’esecuzione, vivida e potente, soprattutto dell’Allegretto pizzicato e dell’Allegro molto,  tenuto conto dell’estrema difficoltà che comporta.

Il Quinto quartetto, sempre in "forma ad arco", dispone però diversamente i tempi veloci e quelli lenti : A (Allegro), B (Adagio molto), C (Scherzo alla bulgara), B’(Andante), A’(Finale). E’ in questa meticolosa ricerca di equilibri sonori - riscontrabile nella diversa concatenazione dei movimenti e nella varietà di strutture derivate dai maestri barocchi - che si esprime il classicismo (ancora prima che il neoclassicismo) bartokiano: l’organizzazione di una materia sonora così vitale deve necessariamente essere imbrigliata in una forma complessa per evitare l’irresponsabilità dell’atto creativo da parte del compositore.

Il Sesto Quartetto, ultima opera terminata sul suolo natale, è pregno di malinconia, caratterizzato da un forte senso di mestizia e abbandono; si avverte lo struggimento del compositore prossimo al volontario esilio negli Stati Uniti. E’ in quattro movimenti che cominciano tutti con il medesimo tema, ma solo l’inizio del finale (Mesto) è eseguito simultaneamente da tutti gli strumenti in un’armonia a quattro parti. L’esecuzione, assai equilibrata, ha messo in risalto tale caratteristica, fatto del resto comprensibile vista l’origine magiara del nostro quartetto.

Gianfranco Marangoni

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