WAGNER
Parsifal

Amfortas, J. Rasilainen
Titurel, G. Howell
Gurnemanz, J. Tomlinson
Parsifal, P. Domingo
Klingsor, S. Leiferkus
Kundry, D. Polaski
Coro e Orchestra della Royal Opera House, Covent Garden
H. Fricke, dir.

Roma, Teatro dell'Opera

Grande successo per il Parsifal in forma di concerto che la "Telecom Italia" con molto merito ha offerto, contestualmente ad un ottima stagione musicale, al pubblico di Roma. Tuttavia l’impressione è stata che il Teatro dell’Opera fosse gremitissimo più che per ascoltare l’ultimo capolavoro di Wagner, per la presenza di Plácido Domingo nel ruolo del protagonista, acclamato fino all’inverosimile al termine dello spettacolo. Ha tuttavia stupito positivamente il fatto che alcuni spettatori ascoltassero l’opera con l’ausilio della partitura; una partitura peraltro difficilissima, complessa, banco di prova per grandi orchestre e soprattutto per grandi direttori ma capace di offrire, se tutto viene eseguito al meglio, emozioni profonde.

Dobbiamo dire che l’orchestra del Covent Garden ha eseguito l’opera wagneriana con molta precisione (come è raro ascoltare da queste parti), frutto di una grande tradizione esecutiva vivificata da una continua esperienza teatrale che fa della Royal Opera House una delle massime istituzioni musicali europee, ma anche senza particolari emozioni causa, certo, la serata non particolarmente ispirata del direttore Heinz Fricke, titolare dell’Opera di Washington, che si è limitato ad una lettura superficiale della partitura (non va’ dimenticato che sostituiva l’indisposto Bernard Haitink). La mancanza di una guida musicale che desse una chiara impronta all’interpretazione e sostenesse l’immenso edificio di questo Parsifal ha per alcuni aspetti messo in difficoltà anche il cast vocale, poiché in questa "rappresentazione scenica sacra" è l’orchestra stessa canto, melodia dalla quale scaturisce l’azione drammatica, in altre parole, protagonista alla pari, se non più, dei personaggi stessi. Così particolarmente grave ci è parsa la mancanza del necessario pathos nei preludi ai tre atti, della dovuta sensualità nel valzer delle "fanciulle-fiore" nel giardino di Klingsor, così come totalmente privo di emozioni è risultato l’Incantesimo del Venerdì Santo e, in generale, scolastico e scarsamente intenso e quindi noioso l’accompagnamento alle parti vocali che spesso sono lunghi episodi declamati.

Così i momenti migliori dei questa rappresentazione sono venuti dai cantanti. Domingo, innanzitutto, apparso in gran forma, alla soglia dei sessant’anni conserva una voce ancora bella e una musicalità non comune. Sia pure con qualche difficoltà nei rari acuti, ha padroneggiato con sicurezza la parte di Parsifal che conosce alla perfezione e che, causa la tessitura centrale, sembra modellata sulla sua voce morbida, scura e capace ancora, se vuole, di fraseggiare con espressività. Come cantante wagneriano Domingo è indiscutibile (e sarebbe forse il caso di clonarlo), resta il rimpianto su quanto affascinante sarebbe potuto essere il suo Tristano, se il tenore si fosse dedicato meno ai concertoni negli stadi!

Prodotto dell’ottima scuola di canto finlandese, il baritono Jukka Rasilainen è apparso un ottimo Amfortas, sicuro nell’emissione e dotato di buone qualità musicali ha interpretato con grande partecipazione il personaggio controverso, doloroso, umanissimo, del re ferito. Così pure assai convincente il collaudato Gurnemanz di John Tomlinson, perfettamente a suo agio vocalmente e fisicamente nei panni dell’anziano cavaliere, personaggio fondamentale, nella sua staticità, che ha trovato in questo interprete una vivacità e una varietà di fraseggio capace di sostenere i lunghi episodi declamati che costituiscono l’ossatura narrativa dell’intera opera. Incisivo e perfido, come si conviene, il Klingsor di Sergei Leiferkus.

Un discorso a parte merita la Kundry di Deborah Polanski, una delle rare interpreti wagneriane ad alto livello di oggi. Voce bella e molto sicura nell’emissione, nonché dotata di acuti fermi e di un fraseggio quanto mai adeguato alla complessa articolazione melodica wagneriana. Letteralmente da brivido per forza espressiva e precisione il salto di quasi due ottave del "Lachte" nel duetto del secondo atto, un po’ più incerto il si naturale nel successivo "Gottheit erlangen", tuttavia una prova complessivamente brillante anche se non certo aiutata dalla direzione di Fricke. Proprio il duetto del secondo atto, con due protagonisti come Domingo e la Polaski, avrebbe meritato maggior sostegno da parte dall’orchestra che invece è scivolato via con poche emozioni, senza sensualità, né coinvolgimento alcuno.

Detto della complessiva buona prova del coro, segnaliamo il caloroso successo che il pubblico di Roma ha tributato allo spettacolo e l’interminabile fila che si è accalcata presso il camerino di Domingo, autentico trionfatore della serata.

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