VACCHI: Donna Mater
SCARLATTI D.: Stabat Mater

Coro Filarmonico della Scala
Strumentisti della Filarmonica della Scala
direttore, Roberto Gabbiani

Ravenna, Basilica di S. Apollinare in Classe

Quando due personalità come quella musicale di Fabio Vacchi e quella poetica di Giuseppe Pontiggia uniscono le loro forze, non può che nascere un’opera interessante come la cantata Sacer Sanctus per coro misto ed ensemble strumentale, proposta da "Ravenna Festival" il 24 luglio fra le splendide riverberazioni degli ori di Sant’Apollinare in Classe, sul finire di questa edizione dedicata per il secondo anno consecutivo ai Pellegrinaggi della fede, con il significativo sottotitolo: Donna Mater. Benché la composizione sia relativamente recente, quella ravennate non era la prima esecuzione assoluta che è invece avvenuta presso la chiesa di San Marco a Milano nel marzo dello scorso anno.

La partitura si apre sulle parole "Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti", tratte dal profeta Isaia. Alle cinque strofe in cui è articolato il testo di Pontiggia - forse più simili a un trattato sulla complessa natura del sacro che poeticamente evocative - corrispondono le cinque sezioni in cui si struttura la cantata. Il doppio coro è il naturale destinatario del sacro in musica. Così l’Associazione del Coro Filarmonico della Scala iniseme agli strumentisti dell’Orchestra Filarmonica, sotto la bacchetta di Roberto Gabbiani, ha dato vita a questa lunga e complessa partitura che possiede momenti di grande compattezza, ma anche di notevole diversificazione e di smaterializzazione sonora, e comunque sempre un colore personale, inconfondibile sia nei momenti di maggiore ieraticità che in quelli in cui i dubbi sembrano spezzare il tessuto per frammentarlo quasi nelle singole voci. I pochi strumenti impiegati, tutti di timbro scuro - due viole, un violoncello, un contrabbasso, clarinetto basso, fagotto, controfagotto, fluato in sol e percussioni (marimba basso, gong tailandese, caccavella, piatti Hi-Hat) - stavano al centro dello spazio fisicamente delimitato dai due cori. A sottolineare una certa vocazione alla teatralità dell’insieme, arrivava alla fine della terza strofa, sulle parole "Ma dove gli dèi nel mondo della privazione?", il corno in fa (fuori scena, nascosto alla vista, lontano) come prescitto. E purtroppo le difficoltà in cui è incorso l’esecutore hanno privato in parte gli ascoltatori della magia dell’effetto. Così come i problemi d’intonazione dell’ensemble, probabilmente ascrivibili alle condizioni climatiche proibitive (non capita spesso che il 24 luglio ci sia la nebbia, ma quando succede, come in questo caso, è facile confondersi con una serata novembrina), non sono purtroppo passati inosservati, data la filigrana sottilissima del tessuto strumentale scelto da Vacchi. Una trasparenza che arriva proprio come suggello della cantata, alla fine, dopo il crescendo irresistibile costruito sulla reiterazione ossessiva del "Sanctus" finale, portato fino all’esplosione e poi consegnato al silenzio dall’ultima invocazione del corno celato dietro l’altare.

Con un ideale balzo indietro nel tempo di quasi tre secoli, la seconda parte del concerto è stata occupata dallo Stabat Mater in do minore di Domenico Sarlatti eseguita dal Coro Filarmonico della Scala sotto la guida di Roberto Gabbiani con un semplice accompagnamento di basso continuo affidato all’organo. Se il brano di Vacchi e Pontiggia ricerca laicamente il significato della sacralità al di là delle forme confessionali, lo Stabat Mater di Domenico Scarlatti, unica composizione vocale sacra entrata in repertorio del compositore napoletano altrimenti noto soprattutto per la sua produzione clavicembalistica, è frutto di una ispirazione destinata alla funzione liturgica. Tuttavia i due brani, pur lontanissimi nel tempo e nelle finalità, appaiono entrambi il risultato di un’intensa riflessione sul significato profondo delle Scritture, proiettata in una dimensione musicale e drammatica fortemente complessa.

E’ certo cosa lodevole che il coro scaligero, costituitosi di recente come "Associazione del Coro Filarmonico della Scala", abbia intenzione di non limitare il proprio impegno artistico al solo teatro d’opera ma voglia dedicarsi alla diffusione dell’intero repertorio corale, dal Rinascimento alla musica del nostro tempo. Tuttavia questa stessa volontà onnicomprensiva, pur condivisibile sul piano della divulgazione, sembra ostacolare non poco i risultati interpretativi: proprio l’esecuzione del brano scarlattiano ha mostrato come alle buone intenzioni non corrisponda un’altrettanto adeguata predisposizione stilistica nell’affrontare il repertorio polifonico rinascimentale e barocco. E non potrebbe essere altrimenti, poiché la natura stessa della scrittura contrappuntistica richiede una duttilità esecutiva, una severità interpretativa ed una chiara definizione delle diverse linee polifoniche che solo formazioni corali più ridotte riescono a restituire all’ascoltatore nella maniera più autentica.

L’imponente organico messo in campo dal maestro Gabbiani, al di là di un efficace impatto sonoro iniziale, è sembrato invece muoversi con difficoltà nell’impervia trama musicale a dieci voci composta da Scarlatti. Un tessuto contrappuntistico assai vario (e per nulla "canonico") che tuttavia non si esaurisce in un mero esercizio di architettura musicale ma perviene a risultati ricchi di effetti (e di "affetti"), ottenuti grazie ad una interpretazione testuale a tratti fortemente interiorizzata, altrove più espressiva e "teatrale", che si traduce in brani molto articolati come il "Cuius animam gementem" ed il conclusivo "Inflammatus et accensus", oppure dal carattere più meditativo come il "Sancta Mater, istud agas". Preoccupato forse più dell’organizzazione dell’insieme che di rendere espliciti i significati espressivi delle singole sezioni dello Stabat Mater, il coro della Scala si è limitato ad una esecuzione scolastica nelle intenzioni e fin troppo massiccia nel volume di suono, dimenticando così quell’impronta "retorica" che sottende gran parte della musica polifonica di questo periodo e che ne costituisce la chiave di accesso principale, il cui possesso è in mano, di certo, ad altre tipologie di formazioni corali che sembrano oggi le vere depositarie dell’interpretazione di questa musica.

Sabrina Avantario

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